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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, ecco Angelo Niceta a riscontro di Ciancimino jr

aula bunker ucciardone4di Aaron Pettinari
Al processo trattativa la testimonianza dell'ex imprenditore

Dagli affari di famiglia ai rappori dello zio e dei cugini con soggetti mafiosi, passando per le minacce subite fino al giorno in cui ha deciso di parlare con i magistrati e raccontare tutto. Di questo ha parlato oggi Angelo Niceta, ex imprenditore di una delle famiglie più ricche e famose di Palermo in primis nel settore abbigliamento, ascoltato al processo trattativa Stato-mafia, a cui è stato riconosciuto lo status di testimone di giustizia. “Non ho mai fatto parte della compagine sociale delle società della famiglia – ha subito chiarito il teste – che dagli anni '50 ad oggi ha subito diversi cambiamenti nel tempo. Personalmente solo ultimamente ho subito un fallimento (è indagato per bancarotta) in quanto ritenuto socio occulto per aver prestato soldi ad un'attività commerciale di mio padre e di mio zio Michelangelo”.
Niceta ha spiegato di essersi spontaneamente presentato dai pm, nel 2013, per raccontare tutto quello che sapeva sugli affari della sua famiglia. “Prima ho parlato con la Finanza, poi con il pm Piero Padova sulle vicende della nostra famiglia, quindi nel 2015 sono venuto dal dottor Nino Di Matteo, perché sapevo che in passato si era occupato della famiglia Guttadauro. Ed io avevo notizie di rapporti tra questi soggetti e alcuni miei parenti”.

I contrasti con lo zio Mario
Rispondendo alle domande del pm il teste ha rappresentato i contrasti nati con lo zio, Mario, che “aveva delle mire espansionistiche oltre ogni limite. Mio padre voleva essere chiamato commerciante e non imprenditore, mentre suo fratello no. A mio avviso da sempre ha intrattenuto e stretto rapporti con personaggi legati alla mafia, capimandamento delle varie famiglie mafiose di una certa importanza e che venivano ricevuti dentro i locali dell'azienda. C'erano tutti quelli della famiglia Guttadauro, da Carlo a Filippo a Giuseppe. Erano di casa. Ricordo che negli anni '80 c'erano anche Pietro Lo Iacono di Bagheria, spesso Pino Scaduto, Leonardo Greco e altri personaggi che erano meno presenti quotidianamente. I riferimenti fissi erano i Guttadauro che poi sono rimasti fissi anche con gli eredi di mio zio Mario. Rapporti condotti fino al 2013”.
Niceta ha spiegato che dall'87 il padre maturò la decisione di troncare i rapporti “nei limiti del possibile” con il fratello Mario, dopo alcune vicende riguardanti alcune società che, ha ricordato lo stesso Angelo Niceta, “furuono persino regalate ad una cifra irrisoria davanti ad un notaio che poi neanche fu corrisposta a mio padre”.

Rispondendo alle domande del pm Di Matteo il testimone di giustizia ha quindi parlato delle frequentazioni dei suoi parenti con esponenti mafiosi. “La famiglia di mio zio ha sempre vissuto oltre le proprie possibilità economiche – ha detto – avevano un tenore di vita alto, oltre l'impossibile. Mio zio nel 1993 si trova materialmente in difficoltà. Aveva subito un fallimento e doveva anche restituire dei soldi a Giuseppe Guttadauro, che glieli aveva prestati. Venne anche a casa di mio padre a chiedere due miliardi che servivano proprio per questo. Quando questi soldi vengono restituiti i rapporti di amicizia tra le due famiglie divennero anche più stretti. E i miei cugini e mio zio si fecero sempre più arroganti anche per far vedere la potenza economica e mafiosa”.
“I miei cugini Piero e Massimo hanno sempre mantenuto i rapporti con la famiglia Guttadauro. Qualche anno fa discussero a lungo del centro commerciale a Brancaccio – ha poi aggiunto - Al matrimonio di mio cugino Massimo ho visto a Francesco Guttadauro e la sorella Maria, figli di Filippo Guttadauro e Rosalia Messina Denaro. E mio cugino Piero mi disse: 'Oggi facciamo la festa ma anche business'. So che si discusse con i Guttadauro per l'apertura di un nuovo centro commerciale a Brancaccio. Vicino a un campo di bocce, si aprirono le planimetrie e mio cugino Massimo disse a Francesco Guttadauro: 'Già vi siete presi 40 milioni di euro per la vendita dei terreni. Lui rispose che i soldi se li dovevano spartire in tanti e che erano già finiti".
Secondo la ricostruzione del teste i Guttadauro avevano il pieno controllo del centro commerciale. “Avevano incassato grazie a prestanome vari ben 40 milioni per la vendita dei terreni e decidevano loro chi doveva entrare. Uno spazio commerciale fu dato per l'apertura di un negozio Niceta. Quando vi furono poi i sequestri ricordo che l'affitto non fu rinnovato perché i prezzi, ovviamente, erano aumentati”.
Durante la deposizione Angelo Niceta ha anche ricordato l'episodio di alcune rapine subite, nel 2008, in un negozio in via Roma. “Pochi giorni dopo mio padre venne fermato da due tizi in motocicletta che gli dicono che lo avrebbero fatto saltare 'a tia con tutto u palazzo'. E poi, pochi giorni dopo la storia del notaio si presenta un signore prezzolato della zona, Pippo Comito, che dice che dovevamo parlare con Massimo. Io così feci e lui mi disse di stare tranquillo, che era stata una bravata e che non sarebbe successo niente. E che se succedeva avrebbe risolto tutto. Questo lo faceva per far capire la sua potenza”.

Gli incontri con Messina Denaro e Provenzano
“Nel 2011 – ha aggiunto - Massimo e Piero Niceta, all'uscita da un'assemblea di soci, mi fecero capire chiaramente che si erano visti con Francesco Guttadauro e Matteo Messina Denaro. C'era stato un incontro, ma non so dove”. Ma i rapporti con boss dal nome pesante non si concludevano solo con il superlatitante di Castelvetrano. In un'altra occasione, quando mi recai in casa loro negli anni'90. Mario riceveva i soliti personaggi. In un'occasione c'era anche Filippo Graviano. Me lo dissero loro, chiaramente. Mio zio era sempre uno molto attento a queste cose ma a parlare erano i miei cugini, specie Piero. Mi disse che il padre era con Giuseppe Guttadauro e Filippo Graviano e che non volevano essere disturbati. In quella casa comunque io vedevo spesso i parenti di Guttadauro, le persone che ho detto anche prima. In un'occasione i miei cugini mi fecero anche presente che sapevano dove era latitante Bernardo Provenzano e che lo avevano visto persino a casa”. Un incontro che, qualora fosse stato reale, secondo Angelo Niceta sarebbe stato a Mondello perché “sicuramente più riservato rispetto alla casa di Palermo”. Tutte cose che a suo dire sarebbero avvenute nei primi anni '90, prima delle stragi del '92.
“Successivamente – ha aggiunto - nel 2003 mi è stato raccontato da Nicola Patti, un impiegato di un negozio in via Maqueda di fronte al Massimo, che una volta era venuto Mario Niceta con un'Alfa 6 e una ragazza che gli era stata presentata da Provenzano e che doveva lavorare lì”.

I rapporti con Vito Ciancimino
Niceta ha poi parlato dei rapporti tra la famiglia Niceta e Vito Ciancimino ribadendo che “prima dell'arresto sicuramente frequentavano gli stessi salotti buoni, almeno finché non fu arrestato. Mio padre mi racconto anche un particolare che una volta l'ex sindaco si presentò assieme a Salvo Lima, parliamo del 1980 circa, proponendogli di candidarsi come sindaco, ma lui declinò quel privilegio”.
E su Mario Niceta e Vito Ciancimino ha aggiunto di sapere che i due si conoscevano. “Io ho dei flash, ma parliamo di anni precedenti agli anni'80. Ma ho saputo che si conoscevano anche molto bene perché raccontato da mio padre e da altri parenti. E poi frequentavano gli stessi ambienti”.
Il testimone di giustizia ha anche ricordato che la società Parabancaria, in cui confluivano parecchi capitali, “era di proprietà di mio zio Mario. Me lo disse personalmente mia cugina Olimpia che mi propose anche una sponsorizzazione tramite questa società ma poi non si fece più nulla. Era il 1990 circa. C'era all'interno della società Gioacchino Niceta, cugino alla lontana, usato come testa di legno per chiudere parecchie cosette. Dove era la sede? In una sede centrale di Palermo. Il mio ricordo è che fosse in Piazza Unità d'Italia. Ho anche un'agenda con l'indirizzo preciso e il numero di telefono dell'epoca. Dovrei averla conservata da qualche parte”. Il dato è particolarmente importante perchè proprio quella sede della Parabancaria viene descritta da Massimo Ciancimino come uno dei luoghi in cui il padre si incontrava con Bernardo Provenzano.
Niceta ha anche precisato di non aver mai saputo delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino su quel luogo. “Lo sto apprendendo ora – ha detto alla Corte – Con Massimo, che conosco perché vive vicino casa mia e perché abbiamo frequentato il Gonzaga in passato, non siamo amici. Non abbiamo né pranzato né cenato assieme né siamo mai stati a casa l'uno dell'altro”.
Proprio Ciancimino jr aveva parlato anche dei rapporti tra i Niceta e Provenzano, proprio nel periodo di svolgimento della trattativa.
Sul finire della deposizione Niceta ha anche detto di avere subito minacce e di ritrovarsi, per avere rotto con il resto della sua famiglia, in condizione di povertà. “Non ho soldi - ha spiegato - mi muovo a piedi. Alcune persone mi danno una mano. Sono sotto la soglia della povertà. Se ho rifiutato la protezione in questa fase è perché ad un certo punti mi è stato detto che la Commissione centrale mi aveva riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia e non quello di testimone ma io non credo che sia configurabile così la mia condizione. Attendo quantomeno una spiegazione perché io non voglio scappare”.
L'udienza è poi proseguita con l'escussione di Ciancimino jr, da parte dell'avvocato Basilio Milio. Il teste-imputato, rispondendo alle contestazioni del legale degli ufficiali dell'Arma, Mori e Subranni, ha ribadito quanto dichiarato nelle precedenti udienze ricordando anche come “la decisione definitiva a dire completamente tutto è stata dopo il 2008. Nei primi verbali io cercavo di non parlere del mio coinvolgimento diretto, dandomi meno responsabilità possibili, ma non era così”.
Il processo riprenderà il prossimo 27 maggio quando sarà sentito il pentito calabrese Consolato Villani chiamato a spiegare la causale di 3 attentati nei confronti dei Carabinieri ai quali lo stesso pentito ha partecipato tra il mese di dicembre del ’93 e il febbraio del ’94. Nello specifico, dunque, parlerà della connessione di tali delitti contro i militari in Calabria con la strategia stragista di Cosa Nostra e con la causale degli omicidi e delle stragi compiuti nel ’92 in Sicilia e nel ’93 a Roma, Firenze e Milano.

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