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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, La Licata: ''Ciancimino disse che uno dei servizi voleva zittirlo''

ciancimino massimo big0di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
"L'idea di scrivere un libro è venuta a Massimo Ciancimino, lui venne a Roma al giornale e mi raccontò alcune cose pesanti. Io gli dissi che ero d'accordo ma che prima avrebbe dovuto dire ai magistrati quello che poi avremmo messo nel libro”. Così il giornalista Francesco La Licata ha ricordato la genesi del libro “Don Vito”, scritto a quattro mani con Ciancimino junior.
Ciancimino, ha continuato il teste, “mi raccontò che Provenzano andava a casa sua a Roma in piazza di Spagna e anche in un'altra casa in via Vittoria, mi disse che Provenzano aveva le chiavi di questo appartamento. Mi disse che c'era stato questo contatto con Mori e De Donno, i vari passaggi e mi disse dell'esistenza del signor Franco e che aveva il papello. Queste cose me le disse nel 2009. Era una conferma a quanto detto da Chelazzi e un ulteriore passo avanti, Ciancimino andava oltre: i pizzini con Provenzano, i Carabinieri, la mappa di Palermo, la consegna del papello. L'appartamento di cui Provenzano aveva le chiavi era stato messo a disposizione da Romano Tronci”.

Poi, parlando del “signor Franco”: "Ciancimino mi disse che era del Sisde e che era l'uomo che per tanto tempo aveva seguito le vicende di Palermo e soprattutto suo padre. Che era stato monitorato dai Servizi. Per bocca di Massimo Ciancimino ho appreso che il vero referente di Ciancimino senior era Provenzano e non la mafia in toto. Con Riina non c'era un buon rapporto. Io gliel'ho chiesto miliardi di volte, ma lui non mi ha detto nulla. Alla fine prima dell'uscita del libro mi disse che si trattava di Gianni De Gennaro, l'editore ha convenuto con me che non si poteva scrivere".
"Massimo Ciancimino - ha continuato il giornalista - era sempre agitato, già nel 2009 quando andai a Bologna per registrare i suoi colloqui che dovevano confluire nel libro lui era preoccupato perché diceva di avere ricevuto minacce a Bologna. Mi parlò di una persona dei servizi che era venuta per farlo stare zitto. La stessa cosa avvenne alla presentazione del libro a Palermo, lui mi disse: 'guarda che qui c'è uno dei Servizi venuto a intimidirmi'. E lì mi parlò dell'autista del generale Paolantoni”, nello specifico “in due occasioni. MI raccontò che l'autista di Paolantoni gli disse che correva un pericolo più dagli apparati dello Stato che dalla mafia. Massimo Ciancimino ha avuto sempre questa idea, le sue paure sono state legate ad altre situazioni”.
Nel 2011, ha ricordato ancora La Licata, Ciancimino gli confidò l'intenzione di allontanarsi da Palermo "poi non so se se ne andò. Ho un ricordo confuso, il suo timore proveniva da apparati dello Stato che a suo dire continuavano a contattarlo e lui le viveva come vere e proprie minacce”.
"Massimo mi ha dato una serie di carte redatte da suo padre - ha aggiunto La Licata - alcune le conoscevo perchè le avevo avute dal padre, conoscevo una parte di questo materiale. Io ci ho litigato con Massimo, sono convinto che lui non sapesse tutto quello che gli aveva dato suo padre, era distratto... Mi disse che suo padre gli aveva dato il papello prendendolo da una vecchia enciclopedia che aveva a Roma, quasi come un'assicurazione sulla vita. Mi disse che quando Vito Ciancimino si spostava da Roma a Palermo lo teneva in tasca. Che qualunque cosa di ufficiale lui (Massimo, ndr) facesse una copia del papello veniva data a Provenzano e una al signor Franco".
Sul riferimento al nome di De Gennaro: "Uno solo era il documento - ha spiegato il teste - dove c'era il suo nome in alto”.
Parlando sempre del signor Franco La Licata ha poi precisato, rispondendo al pm Di Matteo: "Io credo che (Massimo Ciancimino, ndr) fosse in grado di riconoscerlo ma che non sapesse le sue generalità. Lui mi diceva che non conosceva il suo cognome, ma avendolo visto de visu io credo che sarebbe stato in grado di riconoscerlo".


Trattativa Stato-mafia, La Licata: Chelazzi mi parlò di ''contatti''
Il giornalista: “Si preoccupava di dover chiudere l’inchiesta al ribasso"

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
"Chelazzi non è mai stato sereno” ha continuato La Licata al processo trattativa Stato-mafia, parlando di "uno stress continuo a cui si sottoponeva” il magistrato, il quale “era preoccupato che dovesse chiudere l'inchiesta al ribasso, per lui il ribasso era il 41bis come unico movente di questa trattativa, avrebbe preferito aggiungere qualche altro elemento…”. Ma il magistrato fiorentino parlò ma di trattativa? “Chelazzi mi parlò di ‘contatti’ - ha specificato il giornalista al pm - non mi disse mai 'c'è qualcuno che mi mette i bastoni tra le ruote', ma trovava bugie, mi diceva che c'erano tante persone che non dicevano la verità. Alcune volte Chelazzi diceva che tale collaboratore non aveva detto tutto”, ma "sul fronte istituzionale non me lo disse mai chiaramente... la tensione più alta l'ha avuta all'audizione della Commissione antimafia e poi per uno scambio di lettere con l'allora procuratore di Firenze".
"Chelazzi - ha proseguito il teste - come suo sistema di lavoro faceva della conclusioni per ogni step di indagini con le sue considerazioni, quello che mancava e quello che bisognava fare, erano degli appunti”. La Licata ha poi parlato della trattativa relativa alle carceri per introdurre la dissociazione dei membri di Cosa Nostra, "un tentativo politico per introdurre una fattispecie in linea con quella per i terroristi".


Stato-mafia, la Licata: “Chelazzi amareggiato, voleva interrogare Mori”
di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
"Chelazzi non era siciliano e quando non riusciva a cogliere le sfumature mi utilizzava come memoria storica. L'avevo conosciuto nell'estate del 2002. Me lo presentò un collega”. Così il giornalista la Licata, al processo trattativa Stato-mafia, ha ricostruito il suo rapporto con il magistrato Gabriele Chelazzi, pubblico ministero fiorentino che ha coordinato le indagini sulle stragi del '93. "Ci siamo incuriositi a vicenda quando lui imboccò la pista di un contatto tra Stato e antistato sulla base di un interesse sul 41bis. Il mio collega era Guido Ruotolo, eravamo a Firenze per una sentenza. Mi presentò Chelazzi e Nicolosi (Giuseppe, ndr). Chelazzi fu convocato all'Antimafia nel 2002, non lo fecero finire di illustrare quello che doveva terminare, poi non l'hanno più chiamato. Ricordo che prima fu sentito Vigna, poi Chelazzi, per poco, lui disse: 'qui mi devo fermare perchè come magistrato non posso più andare avanti' il riferimento era a questioni politiche e al fatto che doveva essere il Parlamento ad occuparsene. Erano talmente delicate che non poteva essere il magistrato a portarle alla luce ma ci voleva la volontà politica, il Parlamento. L'audizione fu interrotta con l'auspicio di acquisire il materiale di Chelazzi, ma non credo che fu mai fatto. Si parlava di carcere duro, stato e antistato per risolvere la questione dei carcerati. Che è stato sempre un problema per Cosa Nostra".
"Chelazzi - ha continuato La Licata - era amareggiatissimo. Lui disse a me e a Ruotolo: 'non succederà mai che mi consentiranno di fare queste indagini'. Lui aveva capito quello che stava succedendo. Chelazzi seguiva una traccia partendo dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca, là dove Brusca aveva tirato fuori la storia del appello, che aveva provocato un trambusto enorme nell'ambiente dei Carabinieri. Che non aveva trovato il papello. Il Comando dei Carabinieri disse che non esisteva. Chelazzi aveva unito questa pista assieme all’intervento delle Curie, specialmente quella di Trapani, in favore dei detenuti al 41bis. Io avevo avuto una conferma sulla questione dei preti, perchè dovendo fare il servizio per Lucarelli a 'Blu Notte' andai a intervistare il cappellano di Rebibbia e si capì che c'era un interessamento da parte dei cappellani verso i detenuti al 41bis. Mi disse che non era giusto che si celebrasse messa dentro al carcere con i detenuti al carcere duro dentro alle gabbie. Questo veniva ritenuto una violazione della libertà e questo prete mi disse che qualche cosa bisognava fare. Penso che qualcuno avrà detto di queste cose a Chelazzi".
Il teste ha poi parlato dell’intervento di alcuni soggetti con il vescovo di Trapani per l’alleggerimento del 41bis: "Chelazzi mi parlò della frequenza abnorme del colonnello Mario Mori in Sicilia, i suoi contatti con i vertici del Giornale di Sicilia. Lui aveva dei sospetti in merito alla frequentazione di Mori con il direttore del Giornale di Sicilia. Io capivo che lui si aspettava da questo legame qualcosa di utile per le sue indagini. Chelazzi voleva ordinare una perquisizione al Giornale di Sicilia. Poi ci fu l'episodio di Riina che disse: 'se mai io darò un'intervista la darei al direttore del Giornale di Sicilia'. Dall'agenda di Mori Chelazzi aveva ricostruito la presenza di Mori in Sicilia” ma alla domanda su quale fosse il periodo, La Licata ha detto di non ricordare.
"Chelazzi - ha quindi proseguito il giornalista - aveva intenzione di interrogare Mori. Anche i vertici del Giornale di Sicilia voleva interrogare, nella persona di Giovanni Pepi. L'anomalia era il numero di incontri, che secondo lui non era normale, 'è come se ci fosse una cosa in itinere' diceva Chelazzi, 'come se dovesse succedere qualcosa'. Io l'ho collegato con gli incontri con i preti e l'intervista che Riina disse di volere rilasciare. Era la prima volta che un mafioso si offriva di rilasciare un'intervista e si sceglieva un intervistatore e la cosa non mi quadrava. Chelazzi non mi disse mai: 'Pepi e Mori stanno facendo la trattativa... stanno organizzando qualcosa', anche se tutti lo pensavamo. Io mi aspettavo l'avviso di garanzia per Mori”. Ma poi, ha aggiunto La Licata, "Chelazzi è morto alla vigilia di una convocazione di Mori… e lui diceva di essere a buon punto con le indagini. Noi chiedemmo a Vigna perchè non era stata fatta l'autopsia sul corpo di Chelazzi. Vigna disse: 'per rispetto ai familiari non è stata fatta l’autopsia'. Ma prima di morire manifestò l'intenzione di sentire Mori".


Stato-mafia, La Licata: ''Per Falcone la Dna era indispensabile''
“Con stragi ’93 si capì che non era solo mafia"

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
La Licata, introdotto dal pm Francesco Del Bene, ha raccontato i suoi rapporti con i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, la Procura di Palermo quando fu diretta da Caselli, Pietro Scaglione. "Con alcuni ho avuto rapporti più intimi - ha dichiarato il teste -  prevalentemente con Giovanni Falcone, anche con Borsellino, ma il rapporto era diverso. Un rapporto che si è rinsaldato dopo la morte di Falcone. Dopo che fu istituita la Procura nazionale antimafia il magistrato con cui sono stato più vicino è stato Gabriele Chelazzi. Falcone riteneva la Dna uno strumento indispensabile per la lotta alla mafia assieme alla Dia. Due organismi paralleli”. Secondo La Licata "la genialità del lavoro di Falcone” si distinse “nell’essere riuscito a trasmettere anche agli addetti ai lavori di guardare i fatti di mafia coordinati e messi assieme da un potere decisionale unico di Cosa Nostra. Quando Falcone si trasferì a Roma ci fu la possibilità di stare di più assieme. Lì si sentiva meno esposto ai pericoli. A volte c’erano i magistrati Giuseppe Ayala, Pietro Grasso... Spesso Falcone licenziava la scorta e veniva da solo a passeggiare assieme a noi. Ricordo come Falcone rispondeva alla contestazione di alto tradimento per essere andato a Roma. Disse che a Palermo aveva costruito una stanza e a Roma voleva costruire una casa. La sua attenzione era rivolta alla legge Rognoni-La Torre e ad una legislazione premiale verso i collaboratori di giustizia. Cercava soluzioni per abbreviare la durata dei processi. Falcone credeva di poterlo fare stando alla direzione degli Affari penali. Poi il 41 bis, lui lo riteneva importante per togliere al mafioso questa aura di autorità in carcere. Martelli (Claudio Martelli, nel ’91 Ministro di grazia e giustizia, ndr) era d'accordo su quasi tutto quello che proponeva Falcone. Martelli era fiducioso che potesse passare una legge sui pentiti anche perchè il pentitismo aveva avuto un appoggio governativo quando si trattava di combattere il terrorismo”. La Licata ha parlato poi del potenziamento della Dia: “Ci fu un tentativo di sbarramento da parte dei Carabinieri e Martelli era convinto che questa resistenza andasse abbattuta. Falcone era sostenuto da Liliana Ferraro che era il suo braccio destro. Poi c'era Loris D'Ambrosio che era il suo consulente legislativo. Per un periodo c'è stato anche il dottor Grasso, e poi Sinisi”. E sulle stragi del 1993: "Era la prima volta che Cosa Nostra cambiava pelle, diventava stragista  Fino a quando si uccidono i magistrati eravamo nell’ambito della guerra tra Stato e antistato, quando vengono colpite città importanti capiamo che la mafia si sta attrezzando con una battaglia: un conflitto aperto con i vertici dello Stato. Si capì subito che era un fatto politico, che non era solo la mafia ma che c'era qualcuno che aveva interesse a creare questo stato di cose. Mi riferisco alla relazione della Dia in cui si ipotizzava un colpo di Stato. Io intervistai De Gennaro (al tempo direttore della Dia, ndr) e mi disse questo".


Trattativa Stato-mafia: è la volta di La Licata
di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu

All’udienza di oggi del processo trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo, è stato chiamato Francesco La Licata, giornalista de La Stampa. La Licata è anche co-autore del libro “Don Vito” scritto con Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino. Una parte della sua audizione verterà sulle confidenze fatte da Ciancimino junior al giornalista, avvenute prima della presentazione di quel libro, nel 2011, al festival internazionale del giornalismo. In quella occasione il figlio di don Vito aveva detto a La Licata di essere stato consigliato di lasciare Palermo. La sollecitazione gli sarebbe arrivata da un personaggio vicino al generale dei carabinieri Giacinto Paolantonio, morto nel 1989, uno dei protagonisti del caso Giuliano, diventato negli anni Cinquanta comandante dei vigili urbani di Palermo. Massimo Ciancimino conosceva quell'uomo sia come un carabiniere sia come un personaggio dell'entourage del padre quando era assessore a Palermo. In aula, su richiesta dei pm, ha omesso di rivelarne il nome, chiamandolo Mister X". Non ha fatto il nome del “puparo" neppure a La Licata, al quale si è limitato a dire che il personaggio misterioso gli avrebbe passato vari documenti poi consegnati ai magistrati delle procure di Palermo e Caltanissetta.

In foto: Massimo Ciancimino

Dossier Processo trattativa Stato-Mafia

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