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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa Stato-mafia, i pm concludono l'esame di Ciancimino jr

ciancimino proc trattativadi Aaron Pettinari
Sentito il giornalista Viviano: “De Gennaro, il signor Franco, Provenzano... questo mi disse il figlio di don Vito”

Dalla spigolosa vicenda dell'esplosivo alla vicenda del passaporto per il figlio, passando per il riconoscimento fotografico dei luoghi in cui si recava con il padre per incontrare soggetti appartenenti ai Servizi segreti. E' così che si è concluso quest'oggi l'esame dei pm (in aula Di Matteo-Del Bene e Tartaglia) di Massimo Ciancimino, teste ed imputato al processo trattativa Stato-mafia assieme a mafiosi, politici, ex ministri ed ex carabinieri. Un'udienza
certamente meno complessa delle altre, dove il figlio di don Vito ha comunque riferito particolari importanti, come il riconoscimento dei luoghi in cui si trovava ad accompagnare il padre quando questi doveva incontrare personaggi istituzionali o dei servizi segreti. In particolare in cinque fotografie ha riconosciuto i luoghi di via Villa Massimo “dove portavo mio padre per incontrare il signor Franco o soggetti che lo stesso indicava talora che vi fosse la necessità”.
Un luogo importante, secondo la ricostruzione dell'accusa, anche perché a quella via (dove vi sarebbe una sede operativa del Dis, dipartimento delle informazioni per la sicurezza che coordina le attività dei servizi segreti), fa riferimento un altro imputato del processo, il generale Mario Mori, che al processo per la strage di via dei Georgofili disse (salvo poi successivamente tornare sulle proprie dichiarazioni giustificandosi con un “lapsus”) di aver incontrato l'ex sindaco mafioso di Palermo proprio in quella via, indicandolo come il luogo dell'abitazione dello stesso Ciancimino senior.
Rispondendo alle domande del pm Di Matteo, che ha preso spunto da alcuni documenti depositati dall'avvocato Francesco Bertorotta (parte civile De Gennaro) tra cui un'informativa sul rilascio del passaporto per il figlio appena nato. Da quel documento, acquisito al processo, infatti risulta che lo stesso passaporto sia stato rilasciato dal Commissariato Villa Glori di Roma espressamente “non competente per territorio”. Tuttavia in aula Ciancimino ha ribadito “di non essere mai stato in quel Commissariato. Io ho presentato le istanze al signor Franco ed è lui poi che si è adoperato. Io ho solo ritirato il tutto, alla presenza di mia moglie, in una sorta di ufficio-magazzino di bibite, nei pressi di piazza Euclide. In mano me lo diede un soggetto che mi fu indicato dal signor Franco ma oggi non lo saprei riconoscere. Era la prima volta che lo vedevo”. Inoltre Ciancimino, rispondendo ad una domanda sui contatti telefonici avuti tramite quelle utenze da lui indicate come in uso al signor Franco, ha escluso di aver avuto contatti con il personale italiano od Usa dell'ambasciata Americana a Roma, né tantomeno di avere conoscenze con il personale dell’ambasciata Americana presso la Santa Sede.

La questione esplosivo
Nell'ultima parte del suo esame davanti alla corte d'assise di Palermo Ciancimino jr ha poi parlato della vicenda dell'esplosivo che fu trovato nella sua casa in centro a Palermo nel 2011. La vicenda cominciò, dopo il suo arresto per calunnia il 14 aprile 2011. Nel giardino della sua abitazione vennero trovati dei candelotti di tritolo dopo che lui stesso ne segnalò la presenza durante un interrogatorio in Procura. “Ho custodito l'esplosivo nel giardino di casa mia in via Torrearsa, l'ho bagnato e poi nascosto - ha spiegato - Ho parlato dell'esplosivo dopo i mio arresto per calunnia. Sono stato io stesso a dire che nel mio giardino c'era l'esplosivo, il giorno prima la Dia non l'aveva trovato”. Va ricordato che Ciancimino è già stato condannato sia in primo che in secondo grado per detenzione di esplosivo. In base al suo racconto lo stesso era contenuto in un pacco che gli fu consegnato come forma di pressione per indurlo a interrompere la sua collaborazione con i magistrati. Il figlio dell'ex sindaco ha quindi ricordato che in passato aveva già ricevuto minacce: “Quella che mi colpì di più fu un pacco in cui c'era un proiettile dove si diceva che potevano colpirlo anche a un chilometro di distanza. Non denunciai, agii da padre, per paura che lo uccidessero perché nella missiva si diceva di non avvisare le forze dell'ordine”.

La rincorsa al “papello”
Una volta concluso l'esame dei pm a Ciancimino jr (il prossimo 22 aprile inizierà quello della parte civile di De Gennaro) l'udienza è proseguita con l'esame del giornalista di Repubblica Francesco Viviano. In particolare quest'ultimo è stato chiamato a testimoniare per le confidenze che negli anni gli avrebbe fatto il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo.
“Con Massimo Ciancimino - ha spiegato Viviano interrogato dal pm Nino Di Matteo - ci siamo cominciati a frequentare dopo le indagini sulla vicenda gas, o comunque in quel periodo. Lui mi parlava di tante cose ma certamente non prendevo mai per oro colato quello che mi diceva. Innanzitutto, mi parlò dell'ingegner Lo Verde, che era Bernardo Provenzano; che il boss andava a trovare suo padre a Roma,nonostante la latitanza, che chiamava spesso a casa e poi si trovavano anche nella casa di Ciancimino a Baida. Su questo io feci anche le mie verifiche. Andai, per esempio da quelle squadre che cercavano Provenzano e chiesi se avevano mai sentito parlare di un tale Lo Verde ma risposero in maniera negativa. Queste cose me le raccontava Ciancimino prima dell'arresto di Provenzano”.
Viviano, che in aula ha ricordato di essere stato il primo, nel 1998, a scrivere della trattativa (un tema di cui aveva sentito parlare a suo dire da “fonti istituzionali che ora non ricordo”), ha raccontato la sua “rincorsa” al “papello” di Riina. “Massimo Ciancimino mi prometteva sempre il 'papello' e non me lo dava mai, una volta - ha proseguito Viviano - mi arrabbiai molto e lui per 'riparare' nel 2006 mi disse che nel caso gli fosse successo qualcosa avrei potuto prendere il ‘papello’ e altri documenti da un avvocato, a Roma. Mi consegnò uno pseudo testamento dove c'era scritto questo. Io temevo anche che mi potesse succedere qualcosa avendo io questo documento. Poi lo consegnai ai magistrati quando me lo chiesero”.

La protezione di Provenzano
Il giornalista ha anche confermato l'episodio del viaggio di Massimo Ciancimino a Sharm El Sheikh nei giorni immediatamente precedenti all'arresto di Provenzano, nell'aprile 2006: “Poco prima dell'arresto di Provenzano, Massimo Ciancimino mi disse che doveva partire perché stava per succedere qualcosa di molto importante. Non mi parlò esplicitamente dell'arresto del boss - ha aggiunto - però il contesto era questo: stavamo conversando di mafia. Quando arrestarono Provenzano, misi in relazione le due cose. Lui mi aveva detto che era stato consigliato a partire”.
Viviano ha poi aggiunto che a suo parere Ciancimino godesse della protezione di Provenzano e che forse lui stesso commentò questo fatto. Un dato che a suo modo di vedere “sarebbe stato confermato leggendo i pizzini di Matteo Messina Denaro che chiedeva un intervento contro lo stesso Ciancimino per alcune questioni di soldi ed il boss corleonese rispose 'al paesano mio ci pensi io, non ti preoccupare'”.
Viviano ha poi parlato dei timori di Ciancimino per la sua vita: “Tra il 2010 e i 2011 Massimo Ciancimino era preoccupato di rimanere vittima di attentati. In passato non aveva mai manifestato in maniera così allarmata preoccupazioni di questo tipo se non nel 2006. Mi disse che gli bussavano spesso alla porta della sua casa a Palermo o a Bologna, qualificandosi come carabinieri. Temeva che qualcuno potesse fare del male a lui e alla sua famiglia. Il terrore più forte comunque lo avvertii nel 2006 quando Ciancimino partì prima dell'arresto di Provenzano”.

Il signor Franco e le parole su De Gennaro
Ulteriore tema ha poi riguardato i riferimenti fatti da Ciancimino jr sui rapporti con esponenti dei Servizi segreti. Il cronista di “La Repubblica” ha confermato che lo stesso gli parlava di rapporti avuti da lui e dal padre con “esponenti di alto livello della polizia e dei servizi”.
Così è stata affrontata la vicenda su Gianni De Gennaro. “Sul signor Franco, Massimo Ciancimino mi disse, e non soltanto a me, che era De Gennaro – ha detto Viviano - Sicuramente prima dell'arresto di Provenzano. Io non avevo nessuna prova per scriverlo. Ma ne parlò anche con altri colleghi”. Nel 2010, però, lo stesso giornalista, come ha ricordato il pm Nino Di Matteo in aula, aveva riferito una cosa diversa: “Ciancimino mi disse che il signor Franco (personaggio forse appartenente ai servizi segreti, in rapporti con Vito e Massimo Ciancimino, ndr) era una persona in qualche modo collegata a De Gennaro”. Tuttavia Viviano oggi in aula si è detto sicuro: “Io ricordo che mi disse diverse volte che il signor Franco era De Gennaro, poi disse che non lo era, e disse che il signor Franco era qualcun altro. Comunque a me disse che era De Gennaro”. Viviano ha anche aggiunto che di Ciancimino jr non si fidava in quanto “mi diceva una cosa e poi dopo pochi giorni la smentiva”. Quindi ha riferito anche un episodio in particolare: “Era un 'giocherellone', aveva questo modo di fare. Una volta lessi delle intercettazioni di una telefonata tra lui e sua sorella in cui si parlava di una cena a cui avrebbe partecipato l'onorevole Micciché. Avevano mangiato pasta al forno o con le sarde, ora non ricordo. Poi mi confessò che non era vero nulla. Quando gli domandai perché lo avesse detto, mi rispose: 'Così'. Lui raccontava delle cose ma io non scrivevo a meno che non avessi avuto altri solidi riscontri”.

Riina jr e lo “sbirro” Provenzano
Con Ciancimino jr si confrontò anche sulla notizia che Giovanni Riina, secondogenito del capo dei capi, all'arrivo di Provenzano al carcere di Terni disse: “Questo sbirro qui l’hanno portato?”. “Io appresi la notizia da mie fonti – ha ricordato Viviano in aula – E ne parlai anche con Ciancimino che diceva di avere buoni rapporti con un generale del Dap e quando gliene parlai lui mi disse che lo sapeva”. Un fatto, questo dell'esclamazione di Riina jr, che secondo il procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, è falso. “Era una notizia destituita da ogni fondamento” ha dichiarato lo stesso pm al processo trattativa che di questo scrive anche nel libro Ricatto allo Stato. Chi aveva fatto sì che si diffondesse quella notizia? Oggi al processo non sono stati aggiunti ulteriori dettagli ma l'interrogativo resta più che mai aperto.

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