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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Ciancimino jr: ''Rosselli mi avvisò di minacce nei miei confronti''

ciancimino aulabunker padi Miriam Cuccu e Francesca Mondin - Ore 13:31
Massimo Ciancimino ha di seguito fatto riferimento al documento manoscritto del padre, allegato a un articolo di Francesco La Licata, in cui parlava di “esempio di giornalismo cialtrone”. Nell’articolo si raccontava di un incontro occasionale in un ristorante di Roma con Tommaso Buscetta, che era da solo e senza scorta nonostante, all’epoca, fosse uno dei pentiti più importanti e a rischio. “Non mi fu dato da Rosselli - ha specificato il teste - ma serviva per avallare le indicazioni che mi aveva detto di seguire, di far capire che la regia della trattativa era opera dei grandi ambasciatori come De Gennaro e De Sena, e che i Carabinieri avevano svolto un ruolo come lo poteva aver svolto lui”.
 “Perché - scriveva don Vito tra il ’99 e il 2000 commentando l'articolo - mi continuano a mandare avanti nel tentativo di fermare questa follia tramite il loro ambasciatore?”. E per “ambasciatore”, ha precisato Ciancimino, “intendeva il signor Franco”. E ancora: "Il lavoro con il capitano è la sola strada percorribile, che nuova trappola mi stanno preparando?”. Il “lavoro”, ha aggiunto il teste, era “la continuazione della trattativa, la fase b che riguarda la cattura di Riina. Mio padre trovava inverosimile che il più grosso nemico della mafia girasse libero per Roma” e aveva “la certezza che l’incontro non fosse avvenuto come descritto da La Licata, ma combinato da chi Buscetta controllava e proteggeva”. 
Nell’ultimo incontro con Rosselli, ha ricordato Ciancimino, "mi avvisò che da lì a poco si stavano attivando e avrei ricevuto minacce nei miei confronti e di mio figlio, e mi sarei dovuto preoccupare seriamente per le nostre vite. Mi disse che Napolitano era intervenuto”. Le minacce, ha continuato, provenivano "da ambienti dei servizi e dei mafiosi, collegate alle mie dichiarazioni al processo Mori e alla mia collaborazione con la Procura di Palermo”. 
Al teste è stato poi sottoposto l’elenco di nomi da lui redatto su dettatura del padre. Nell’elenco, accanto a “F/C Gross” cerchiato, c’è un tratto e il nome “De Gennaro” in diversa grafia. “E’ la scrittura di mio padre” ha dichiarato Ciancimino, riferendosi a “De Gennaro”. E ancora: “Non capisco perchè non ho scritto io il nome, ci sono delle anomalie, non so dare una spiegazione. La cerchiatura è legata al nome De Gennaro, come a dire che Gross è De Gennaro”. Per quel documento Ciancimino fu arrestato nel 2011 dalla procura di Palermo in quanto giurava che il foglio fosse stato redatto dal padre in persona mentre poi le perizie dimostrarono come quel foglio fosse falso. La pubblica accusa oggi ha approfondito l’origine di un’altro documento, quello su cui fonda l’imputazione, utilizzato per la comparazione del nome “de Gennaro” scritto nel foglio falsificato. Un manoscritto di poche righe apparentemente non inerente all’altro materiale portato dal figlio di Don Vito alla procura. “La scrittura è di mio padre, il foglio si trovava fra i documenti che mi aveva dato Rosselli, quando poi lo lessi davanti al procuratore dissi che non mi sembra opportuno perché non parla di De Gennaro ma di Di Gennaro, il magistrato - ha spiegato il teste imputato - ma mi dissero che tutto quello che avevo portato andava acquisito”. Ciancimino jr, rispondendo alle domande della pubblica accusa, ha specificato “Lo portai assieme agli altri perché me lo disse Rosselli” di portare quei documenti, il quale disse anche “che mi avrebbe dato il manoscritto originario di De Gennaro, vergato a mano e questo avrebbe alleviato il ruolo carabinieri”.


Stato-mafia, Ciancimino jr: ''I documenti di Rosselli per scagionare Mori e De Donno''
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - Ore 13:04
Gli appunti di mio padre forniti da Rosselli, ha continuato Ciancimino al processo trattativa Stato-mafia, "servivano a supportare la versione che io secondo lui avrei dovuto accreditare alla corte in merito a non responsabilità di Mori e De Donno, con la promessa che i Carabinieri mi avrebbero aiutato in certe situazioni”. Dopo la prima spedizione di materiale, ha raccontato il teste, “ci incontrammo una volta a Palermo (alla presentazione del libro, ndr) poi a Bologna. L’ultimo (per un totale di quattro incontri, ndr) è datato 23 dicembre 2011”. I documenti, ha specificato Ciancimino, "servivano per accreditare la sua tesi di non cadere nell’abbocco della procura di voler dar seguito per forza nel condannare Mori, ma se volevo realmente far luce dare seguito alle vere motivzioni di mio padre”.
In uno dei documenti che don Vito scrisse tra ottobre e novembre ‘92, sottoposti al figlio, si legge riferendosi al giudice Paolo Borsellino: “anche lui come Di Pietro era messo in conto. Perché Di Pietro è stato avvisato, a chi serve che vada avanti?”. “Mio padre - ha raccontato Ciancimino - mi raccontò un particolare di come Di Pietro fu mandato in località protetta, che lo stesso Di Pietro durante una trasmissione di Anno Zero dichiarava di essere in Costa Rica mentre invece, come disse mio padre, era alle Seychelles. In una pausa della trasmissione mi avvicinai a dirglielo. E lui rimase basito in quanto la partenza era stata disposta dai servizi segreti in maniera repentina”.


Vito Ciancimino: ''Intendo denunciare uno strumento di potere di cui io stesso faccio parte''
Letta in aula la lettera dell’ex sindaco di Palermo indirizzata all'allora governatore Fazio

di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - Ore 12:46
“Ho chiesto di essere ascoltato più volte dalla Commissione Antimafia…Intendo denunciare agli italiani uno strumento di potere di cui io stesso faccio parte… questo è fatto di uomini delle istituzioni di cui conosco bene nomi e cognomi”. Al processo trattativa stato-mafia è stata letta una delle versioni della lettera che Don Vito Ciancimino avrebbe scritto per il governatore della banca d’Italia Fazio. Lettera che il figlio Massimo, teste imputato a processo, ha detto non sapere se poi fu inviata o meno al destinatario.
Nella lettera dattiloscritta ma con firma riconosciuta da Massimo Ciancimino come del padre, si parla anche del dialogo tra Mori e rappresentanti della mafia, delle stragi Falcone e Borsellino e di complotti istituzionali.
Secondo mio padre - ha spiegato il teste imputato -  si sarebbe potuto evitare l’omicidio di Borsellino, mi dava anche la colpa e la responsabilità per l’accelerazione della morte di Borsellino per questa quasi costrizione di condurre il dialogo con Riina, la trattativa si interruppe con l’attentato” al magistrato “per poi ricominciare più in là”.


Ciancimino: “Rosselli disse che trattativa era diretta da persone come Mancino e Rognoni”
“Mai detto che Signor Franco era De Gennaro"
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - Ore 12:22
Roselli “Mi disse che le vittime della trattativa erano stati mio padre e il generale Mori e che tutto era stato diretto da altri personaggi come Mancino e Rognoni". Massimo Ciancimino, imputato teste al processo trattativa Stato mafia, ha raccontato del materiale che questo misterioso soggetto (che avvicinò Ciancimino Jr ad aprile 2010) gli avrebbe dato negli incontri successivi oltre I vari consigli su come agire. “Mi suggerì di consegnare i documenti all’autorità giudiziaria, che dovevano essere a supporto di quello che doveva essere un mio salto di livello” nella testimonianza. Il figlio di Don Vito ha spiegato che lui invece non aveva intenzione di “parlare di uomini di servizi segreti o De Gennaro, sapevo che era un suicidio”. Il figlio di Don Vito, sotto processo a Caltanissetta per la calunnia a De Gennaro, ha anche sottolineato che "Non ho mai detto che il signor Franco era il dottor De Gennaro”.
Nelle spedizioni ricevute da Ciancimino Jr “c’era una busta con nomi e altri nominativi segnati, il foglio manoscritto da me e la busta manoscritta da mio padre ed altri documenti, documenti che avevo intravisto negli archivi di mio padre”. Nel rispondere alle domande della pubblica accusa, il teste imputato ha spiegato che quei documenti avevano un nesso con il manoscritto del padre “Le mafie” :“Riguardo le posizioni di mio padre in merito alle origini delle stragi in volontà politiche e ben più alte di due semplici ufficiali dell’arma”.


Ciancimino jr: ''Io teste a processo Mori, poi mi dissero di ritrattare''
Il figlio di don Vito al processo trattativa Stato-mafia
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - Ore 11:25

Nel periodo in cui Massimo Ciancimino testimoniò al processo Mori, un uomo “mi si avvicinò e disse che me la stavo prendendo coi personaggi sbagliati. Voleva che ritrattassi, per fare onore ai rapporti tra mio padre e le istituzioni che erano sempre stati seri e corretti”. Ciancimino junior, interrogato dal pm Vittorio Teresi al processo trattativa Stato-mafia, è tornato a parlare di tale Rosselli, un "Mister x" che gli si avvicinò a margine della presentazione del libro “Don Vito” a Palermo nell’aprile 2010 e che lui conobbe con quel nome.
“Mi sollecitò a riflettere sulla mia testimonianza durante il processo Mori (sulla mancata cattura a Provenzano per il quale Ciancimino fu testimone assistito, ndr) mi fece presente - ha detto il teste - che le vere responsabilità da attribuire” in merito alle “conseguenze della trattativa” non erano imputabili a “Mori e De Donno, ma erano altri che erano i reali interlocutori che di fatto avevano avallato e gestito la trattativa”.
Rosselli, ha spiegato ancora Ciancimino, "si presentò come un amico di mio padre”. L’uomo “era basso, un po’ pelato, stempiato. Si accreditò tramite amicizie comuni, ricordi e confidenze che mio padre avrebbe fatto allo stesso. Mi disse che apparteneva ai Carabinieri, e di aver più volte incontrato mio padre e collaborato con lui. Lo stesso mi disse di aver accompagnato il generale Paolantoni a casa mia, una presenza per noi molto costante”. Rosselli, ha poi precisato Ciancimino, nei confronti di Paolantoni era “autista ma anche aiutante”.
A Rosselli, quel giorno, il figlio di don Vito rispose “che non volevo processare nessuno, che sapevo benissimo che c’erano anche quei coinvolgimenti e potevo parlare solo di quella parte da me attivamente vista”. L’altro, in relazione alle posizioni di Mori e De Donno, "disse che era stato fatto quello che doveva essere fatto”, "che avevano agito in quelle che erano le loro prerogative e nel limitare i danni in quel periodo. Poi mi annuncia che mi avrebbe spedito dei documenti insieme a una copia del libro di mio padre”.

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