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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Uno tace, l'altro parla. Le due scelte dei fratelli Ciancimino

Processo trattativa Stato-Mafia

Uno tace, l'altro parla. Le due scelte dei fratelli Ciancimino

aula bunker ucciardone3di Aaron Pettinari
Al Processo trattativa Giovanni si è avvalso della facoltà di non rispondere

Uno sceglie la via del silenzio, l'altro dice sì alla propria testimonianza. Si tratta di Giovanni e Roberto Ciancimino, due dei quattro fratelli di Massimo, imputato nonché testimone del processo trattativa Stato-mafia in corso a Palermo innanzi alla Corte d'assise presieduta da Alfredo Montalto.
Avvalendosi della norma che consente di non deporre ai congiunti di un imputato, Giovanni Ciancimino ha scelto di non fornire il proprio contributo nell'accertamento dei fatti che hanno visto in particolare il padre come protagonista di quel dialogo tra mafia ed istituzioni nei primi anni Novanta. Non è la prima volta che ciò accade (allo stesso modo aveva fatto al processo che vede imputato Massimo Ciancimino a Caltanissetta per Calunnia, ndr) ma diversamente aveva agito nell'ottobre 2009 al primo grado del processo Mori-Obinu e al processo Borsellino quater, nell'aprile 2014. In quelle occasioni il figlio di don Vito disse che venti giorni dopo la morte di Falcone andò a trovare il padre: “Mi disse 'questa mattanza deve finire'. Sono stato contattato da personaggi altolocati per parlare con l'altra sponda. Io sapevo a cosa si riferiva con l'espressione 'l'altra spondà: si riferiva alla mafia, parola che davanti a me non pronunciava mai”. E poi ancora: “Dopo la strage di via d'Amelio mio padre mi chiamò e mi propose di fare una passeggiata. In auto mi disse, 'tu che sei avvocato, cosa e' la revisione del processò. Io glielo spiegai. A quel punto aggiunse: 'Allora si puo' fare la revisione del maxi processo!'”. Ciancimino aggiunse anche che il padre, durante quel colloquio, tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta arrotolato. Secondo i magistrati si sarebbe trattato del cosiddetto papello con le richieste della mafia allo Stato. Ma questi dettagli e particolari non sono entrati oggi nel processo proprio per il silenzio in cui si è chiuso il fratello di Massimo.

“Mio padre si sentì tradito dai carabinieri del Ros”
Chi invece ha scelto di non avvalersi della facoltà di non rispondere è l'altro Ciancimino che doveva essere audito quest'oggi, Roberto. Rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene ha ricordato alcuni episodi vissuti con il padre in particolare negli anni delle stragi. Pur ricordando come don Vito non avesse particolare stima del figlio Massimo ha confermato che quest'ultimo si occupava di lui proprio in quel particolare periodo storico. “Massimo si occupava di tutte le incombenze, coabitava con lui a Roma. Era lui che incontrava le persone per conto di mio padre ed eventualmente organizzava appuntamenti. Io invece seguivo i processi”.
In particolare il terzo dei figli di don Vito ha riferito di una confidenza ricevuta dopo la strage Borsellino: “Mi disse che era stato contattato da due alti ufficiali dell'arma. Si trattava dell'allora colonnello Mori e dell'allora capitano De Donno. Mi disse che gli chiesero cosa pensasse di questa escalation di violenza, perché vi era questo muro contro muro tra lo Stato e la mafia e soprattutto se era disposto ad aiutare l'arma per fermare le stragi. E lui diede subito la disponibilità. Tanto che mi disse che 'voleva venire a Palermo per vedere che aria tirava'. Come avvenne quell'incontro? De Donno avvicino, non so se casualmente o meno, mio fratello Massimo chiedendo di incontrare mio padre”. Don Vito parlò con il figlio per avere una sua opinione: “Voleva sapere quali potevano essere i rischi ed i vantaggi che poteva avere, ma anche sapere cosa si dicesse su questi due ufficiali. Secondo quelle voci che circolavano io dissi a mio padre che non erano affidabili, nel senso che poteva essere una trappola, di stare attento”.
“Mio padre – ha aggiunto – voleva che i carabinieri dimostrassero la sua estraneità a Cosa nostra. Loro vantavano conoscenze all'interno del tribunale. Me lo disse mio padre. Quanto durarono le interlocuzioni? Sicuramente furono più di una”.

L'amico degli amici
Ciancimino ha anche parlato di un soggetto incensurato che il padre ha voluto incontrare per capire “che aria tirava”: “Ricordo che mi chiese soltanto qualcosa, nella mia qualità di avvocato, sull'eventuale revisione del maxiprocesso, che non era per niente fattibile. Deduco che fosse tra i punti della lettera dei boss, che arrivò a settembre del '92 e che giunse per tramite di questo 'amico degli amici'. Ma quale giudice avrebbe fatto una cosa del genere? Mio padre parlò di richieste assurde. Quelle cose non furono dette ai militari ed anzi mio padre propose un altro tipo di collaborazione”.

La vicenda del passaporto
“Poi – ha aggiunto il figlio dell'ex sindaco di Palermo – quando a dicembre del '92 fu arrestato, si sentì tradito. Dedusse che il Ros lo avesse tradito. Per quale motivo? C'era stata la questione della richiesta del passaporto. Fu arrestato perché, dopo la condanna che già c'era stata in primo grado, fu evidenziato un pericolo di fuga. E così venne arrestato. Una richiesta che sia io che l'avvocato Campo avevamo sconsigliato ma lui la fece lo stesso tramite l'avvocato Giorgio Ghiron, che era uno spiccia faccende. Mi disse mio padre che furono i carabinieri a dirgli che poteva presentare richiesta, di stare tranquillo perché era nei suoi diritti”. Parlando degli interrogatori che il padre tenne con i pm di Palermo Ciancimino ha ricordato che “non furono fatte rivelazioni particolari. Gli fu consigliato dire solo quelle cose che erano riscontrabili” ed inoltre ha confermato i contatti, per tramite dei carabinieri ma anche con una missiva, per essere ascoltato dall'allora presidente della Commissione antimafia Luciano Violante (che sarà sentito alla prossima udienza del 18 dicembre, ndr) a cui fu pure consegnata una bozza di libro.
Roberto Ciancimino, che ha detto di non aver mai sentito parlare del “signor Franco” o del “Ragionier Lo Verde”, ha però confermato che il padre aveva contatti con Giuseppe Pino Lipari che veniva ritenuto un “amico degli amici” che era intermediario di fatto tra il padre ed i corleonesi.
Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo ha poi approfondito il tema dei rapporti del padre con i servizi segreti. “Mio padre non ha mai avuto rapporti diretti ma parlava con una persona che ha letto dei dossier dei servizi sui politici siciliani. Questo disse a mio padre che poteva stare tranquillo perché non c'era nulla di più rispetto alle carte delle inchieste”. All'udienza odierna, infine, avrebbe dovuto testimoniare anche la madre di Ciancimino, Epifania Silvia Scardino, ma la donna è gravemente malata ed ha presentato un certificato medico. L'accusa ha chiesto di acquisire i verbali degli interrogatori della stessa e la Corte, sentite le parti, si è riservata di decidere in merito. 

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