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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia: Riccio e il ''peso'' della storia

aula giustizia gradidi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Si conclude la (lunga) testimonianza del colonnello dei Carabinieri al processo sulla Trattativa

Palermo. Tre udienze. Tanto è durato l'esame di Michele Riccio, colonnello dei Carabinieri (ora in pensione), che con la sua testimonianza, avvalorata anche da una notevole mole di documenti, racconta un pezzo di storia importante del processo trattativa Stato-mafia. Dalle agende al rapporto “Grande oriente”, passando per le relazioni, ogni parola trova il suo riscontro in una storia che mette a nudo quel pezzo di Stato che oggi si trova sotto imputazione con l'accusa di “attentato a corpo politico dello Stato”. La vicenda della mancata cattura di Provenzano, a Mezzojuso (Pa), nel 1995 è una di quelle storie grige, con una verità che per anni non si è mai voluta chiarire fino in fondo e che si intreccia con altri pezzi di un puzzle molto più grande.
Che il 31 ottobre 1995 non sia stato fatto il blitz a Mezzojuso per catturare Bernardo Provenzano, nonostante le indicazioni chiare del confidente Luigi Ilardo, è un dato di fatto. Allo stesso modo è altrettanto dimostrato che nei mesi successivi non siano state sviluppate ulteriori indagini su tutti quei soggetti che lo stesso cugino del boss Piddu Madonia indicava a Riccio, e che lo stesso riportava minuziosamente nelle venti relazioni di servizio redatte per conto del Ros dall'agosto del 1995 al 10 maggio 1996 (data in cui Ilardo viene ucciso, ndr) ed utilizzate poi per scrivere il rapporto “Grande oriente”.  
Ma non ci sono solo i documenti. Nella sua deposizione, tra esame e controesame, il colonnello dei Carabinieri ha dato dimostrazione di coerenza e linearità, nonostante i tentativi di sminuire quello che è stato il proprio lavoro in quegli anni vissuti da protagonista.
Così, ancora una volta, Riccio si trova a spiegare quanto avvenuto durante quell'operazione che lo vedeva in rapporto costante con il confidente nisseno:“Ilardo era al corrente del fatto che sarei passato dalla Dia al Ros, ma lui aveva fiducia nella mia persona e non voleva altri. Mi chiedevano continuamente di chiedergli se fosse disposto a cambiare referente, ma lui non voleva. E questo l'ho riportato nelle relazioni. C'era l'obiettivo di catturare Provenzano ed io relazionavo sia ai primi che ai secondi. Per me avrebbero potuto partecipare entrambi all'operazione ma certo non era mia competenza scegliere con chi si dovesse fare”.
L'ufficiale torna anche sull'incontro avuto con l'allora sostituto procuratore di Palermo, Giuseppe Pignatone, il giorno successivo al 31 ottobre '95. "Sono al corrente del fatto che Pignatone dice che non parlammo di Ilardo, ma si sbaglia. E' l'unica cosa che ricorda male. Credo abbia confuso gli argomenti. Dell'incontro tra Nicolò Greco ed Ilardo gli parlai sì, con una relazione che trasmisi ma diverso tempo prima. Quell'incontro infatti era di 6 mesi precedente e a Bagheria. Che senso ha che io parlo con lui di queste cose a tanta distanza?"

La rivelazione della fonte “Oriente”
Rispondendo alle domande dell'avvocato Milio, il colonnello ribadisce che il nome della fonte era noto ai magistrati di Palermo, nonostante in una nota della Dia, a firma Tomaselli, datata 1994 ed indirizzata a Caselli (Giancarlo, ex procuratore di Palermo, ndr), si dicesse che l'identità non poteva essere svelata. “Questa è la nota di Tomaselli ma io so che quest'ultimo ha telefonato a Caselli - ricorda in aula - Del resto anche De Gennaro mi aveva detto che avrebbe detto il nome della fonte. Il nome si sapeva e c'era anche nella pratica. E lo sapeva anche Pignatone. Se poi formalmente nelle carte hanno scritto altro io questo non lo so e non lo dovrei conoscere”.

In pericolo
Riccio non perde la calma neanche quando l'avvocato di Mori e Subranni cerca di innervosirlo paventando un'eventuale negligenza nel non aver subito avvisato Ilardo della fuga di notizie. “La questione è chiara - aggiunge - Quando Damiano mi parla della fuga di notizie io vado da Tinebra (Gianni, ex procuratore di Caltanissetta, ndr) che mi dice di stare tranquillo, che c'era gente fidata. Io rappresentai questi miei timori la prima volta il 30 aprile 1996. Lo rappresentai anche a Mori. Quando poi vidi Damiano (Antonio, ex capitano del Ros, ndr) in faccia successivamente mi sono spaventato ed ho telefonato subito al colonnello Mori e gli ho detto: 'guarda, ho visto la prosecuzione di una gestione non molto corretta', ho chiamato Ilardo e aveva il telefono staccato. Non potevo andare a Lentini dove mi aveva detto che sarebbe andato perché non sapevo dove si trovava. Io ho chiamato il mio comandante e certo non pensavo che lo avrebbero ammazzato quella notte. La lettera di lamentele di Cosa nostra su Ilardo? Provenzano rispondeva sempre a lui di stare tranquillo e di compattare il suo gruppo”.

Perquisizioni e pressioni
Alla morte di Ilardo, che già porta con se un notevole peso, in breve tempo si aggiungono le accuse nei suoi confronti da parte della procura di Genova che poi portarono all'arresto nel 1997 con l'accusa di aver svolto con metodi illegali indagini su traffici di stupefacenti negli anni Ottanta. E' in quel periodo che Riccio viene messo sotto pressione. Durante una perquisizione nella propria abitazione ad opera della Polizia e del Ros, accadono alcuni fatti strani. “La polizia non si mosse però, fece tutto il Ros – racconta – Si cercava specificatamente tutto il materiale delle mie attività in Sicilia. Era scritto nell'ordinanza. Sono stati violati i diritti della difesa, mi sono stati sequestrati anche gli appunti difensivi. In questa vicenda Tutte le persone che mi hanno accusato si sono dimostrate non veritiere. Basta prendere la sentenza di appello”. E in merito ai capi di imputazione nei suoi riguardi ricorda: “Alcuni sono stati prescritti ma si trattava di operazioni regolarissime fatte sotto la direzione di quei magistrati che poi mi hanno inquisito. Io ho anche denunciato e nessuno ha messo in discussione le mie accuse. Le ho portate anche davanti alla Corte di Strasburgo”.

Contrada, l'uomo dei misteri
Infine, rispondendo nuovamente alle domande del pm Nino Di Matteo, oggi in aula assieme al procuratore aggiunto Vittorio Teresi, Riccio approfondisce anche alcuni spunti che Ilardo aveva fornito e che sono stati poi inseriti nel rapporto.
Tra questi, ad esempio, vi era l'annotazione del nome dell'ex numero 3 del Sisde, Bruno Contrada. “Ilardo lo definiva l'anello di congiunzione tra mafia e istituzioni, l'uomo dei misteri - ricorda Riccio - Rimasi colpito da questo e l'ho scritto nel rapporto. Anche in quello informativo che mandai al Ros”. Ed alla domanda se Ilardo parlò anche dell'arresto di Riina e di un possibile ruolo di esponenti dei Servizi l'ufficiale risponde: “Fece comprendere che c'era stato qualcosa prima nei rapporti con ambienti deviati dello Stato e che c'erano ombre. Questi contatti erano conosciuti solamente da pochi”.
Tra quelli che, forse, potevano conoscerli vi sarebbe potuto essere il pentito, oggi deceduto, Salvatore Cancemi. “Ilardo disse che veniva temuta molto la potenzialità della sua collaborazione. Perché Cancemi era a conoscenza di cose personali e vecchie di rapporti vecchi tra Cosa Nostra e istituzioni, le cose più riservate che altri non potevano conoscere. Poi mi parlò dei rapporti di Provenzano, riuscii a farmi dire due nomi che io ho scritto nel rapporto: Ligresti e Gardini.
Un nome che non compare nel rapporto è quello di Marcello Dell'Utri ma Riccio chiarisce che il riferimento viene indicato in alcune agendine poi consegnate in originale alla Procura di Firenze. “Sono i pm a chiedermi spiegazioni sulle annotazioni. Io ho risposto perché mi hanno chiesto approfondimenti, come era mio dovere”.

I pizzini di Provenzano
Riccio, (che nel suo lavoro, tramite Ilardo, è riuscito anche a far pervenire per la prima volta un pizzino scritto a mano da Bernardo Provenzano, ndr) sollecitato da Di Matteo ricorda anche alcuni dettagli sulle indicazioni fornite al Ros per sviluppare eventuali indagini. Tra questi vi era un riferimento alla “ditta Aiello” che doveva fare dei lavori al lato di Pergusa. “Questa circostanza la rappresentai al Ros subito, telefonicamente e nelle relazioni – ricorda - poi l'ho scritto nel rapporto informativo del marzo '96, ed anche nel rapporto 'Grande Oriente'”. Un dato sicuramente rilevante se si considera che un riferimento alla ditta Aiello era stato trovato nella tasca di Riina al momento dell'arresto e che la stessa era di pertinenza di Michele Aiello Michele, condannato successivamente perché vicino a Provenzano.
Altra indicazione rilevante riguarda poi la figura dell'ex boss Ciro Vara, descritto da Ilardo come una delle persone più in vista vicino a Provenzano già nel 1994. E' proprio lui a riferire che dietro agli attentati del '93 c'era Bagarella con i suoi uomini. “Ilardo  - ricorda Riccio – commentò che erano attentati che rientravano in quella strategia mafiosa di Riina Bagarella e Brusca per ristabilire quel contatto con le istituzioni, per tornare a condizionarle come nel passato. Tutta questa strategia non era solo di Cosa nostra e per capirla si doveva guardare al passato. Lui mi disse che questi attentati sono applicati con lo stesso fine e lo stesso metodo dallo stesso ambiente, che cambiano gli attori ma che che queste stragi sono state fatte su input di questi settori deviati e non voluti direttamente dai vertici mafiosi”. Altro dato importante fornito da quel rapporto di confidenza con Ilardo è poi la conferma della spaccatura all'interno di Cosa nostra catanese tra il gruppo di Santapaola, vicino a Provenzano, e quello degli Ercolano, più allineati con Bagarella. Un'ulteriore conferma della “pericolosità” che avrebbe potuto avere per Cosa nostra, e non solo, un'eventuale collaborazione con la giustizia.
D'altra parte, però, c'è anche l'amara costatazione che, nonostante i tanti elementi indicati, non sono state fatte attività nell'immediato. “Non venne fatto nulla nei confronti del medico Salvatore Ferro - ricorda Riccio - Io avevo detto che era la figura da attenzionare maggiormente. Ilardo mi aveva parlato anche di Carmelo Barbieri come uno dei suoi uomini di fiducia della famiglia mafiosa di Caltanissetta. Poi vi erano tutti i contatti telefonici con altri soggetti: Allegro Carmelo, Tusa, Madonia Maria Stella, Simone Castello, Vaccaro”. A rendere ancora più grande il paradosso, nel 2001, arriva persino l'arresto del boss Benedetto Spera negli stessi luoghi riferiti da Ilardo. A tutti gli effetti una vera e propria beffa di Stato. Che lascia una scia di profonda amarezza in chi ha sacrificato una vita intera in una guerra contro mafia e terrorismo. Una guerra sempre più “ibrida” dove non esiste più un bianco e un nero, ma una costante zona grigia.

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