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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa: Riccio, Ilardo e il Ros. Le conferme di Arena e Ravidà

aula bunker ucciardone diadi Lorenzo Baldo
I due funzionari della Dia avallano le dichiarazioni di un testimone fondamentale del processo

Palermo. Le conferme arrivano da chi ha vissuto un periodo professionale importante accanto al colonnello dei Carabinieri (ora in pensione) Michele Riccio. Dagli ufficiali della Dia di Catania Mario Ravidà e Francesco Arena (il primo in pensione e il secondo ancora in servizio) giunge un ennesimo avallo alle dichiarazioni del col. Riccio. Si torna quindi a parlare del periodo antecedente al fallito blitz di Mezzojuso del '95, dei mezzi tecnici per la cattura di Provenzano negati allo stesso Riccio da parte dei vertici del Ros capitanati da Mario Mori, e dell'insistenza di quest'ultimo a far convincere il confidente di Riccio, Luigi Ilardo, a collaborare. Ma si parla anche dei momenti nei quali Michele Riccio si rende conto della non volontà da parte del Ros di voler catturare Provenzano, le manovre ambigue di questo reparto operativo per fare in modo che lo stesso Riccio fosse “controllato nella sua attività con Oriente” (nome in codice di Ilardo, ndr), e poi ancora l'evoluzione del rapporto tra Michele Riccio e Ilardo, i particolari della riunione a Roma tra Mori, Caselli, Tinebra, Principato e Ilardo, fino all'eliminazione di quest'ultimo dovuto ad una fuga – pilotata –  di notizie dal palazzo di giustizia di Caltanissetta. Gli ufficiali Arena e Ravidà non fanno altro che confermare quanto già riferito da Riccio. Dopo il fallito blitz di Mezzojuso Ravidà e Arena vengono convocati dall'allora capo del secondo reparto della Dia di Roma, Agatino Pappalardo che li mette in guardia sul colonnello Riccio affermando che si trattava di una persona “inaffidabile” che da lì a poco sarebbe stata arrestata (per le vicende di Genova, ndr). I due ufficiali manifestano il loro dissenso a quanto espresso da Pappalardo. “Gli ho spiegato che era proprio il contrario”, spiega in aula l'ispettore Arena, sottolineando che Pappalardo “non sapeva nulla dell'operazione di Mezzojuso” al punto che “lui ci disse che questo particolare Mori non gliel'aveva detto”. Un dettaglio importante per comprendere la strategia di occultamento del Ros.
“Erano continuati i tentativi di catturare Provenzano?”, chiede il pm Roberto Tartaglia. “Non ricordo altri tentativi”, è la laconica risposta di Arena. Che prosegue confermando quanto riferitogli da Riccio in merito a quello che era stato definito “un evidente attimo di smarrimento” di Mario Mori dopo che Ilardo (il giorno della riunione del 2 maggio '96 a Roma) gli aveva detto a bruciapelo che molte stragi realizzate da Cosa Nostra in realtà erano state ispirate dallo Stato e che lui lo sapeva. Arena conferma quindi di aver saputo da Riccio che alla proposta di registrare su cassette audio le confidenze di Ilardo sia l'allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra che Antonio Subranni lo avevano invitato a non effettuare alcunchè aspettando invece la formalizzazione della collaborazione di Ilardo. Fortunatamente Riccio aveva contravvenuto a simili consigli provvedendo a registrare quei dialoghi con Ilardo, in accordo con l'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli.

Cosa Nostra, le stragi e quell'esplosivo recuperato nelle caserme
“Riccio si sfogò, dopo la morte di Ilardo, dei suoi rapporti coi suoi superiori, Mori e Subranni – racconta in aula Mario Ravidà –. Lui ci disse che era arrivato al nascondiglio di Provenzano e che aveva chiesto supporto ai suoi superiori e che Mori lo aveva mandato a Caltanissetta per coordinarsi con un ufficiale dei Carabinieri, ma non gli erano stati i mezzi gps, non riusciva quindi ad arrivare alla cattura perchè non gli era stato dato il supporto necessario. Ravidà sottolinea che Riccio “non si spiegava questa mancanza da parte dei suoi superiori”. Il resoconto dell'ex ufficiale della Dia prosegue su un solco ben tracciato. “Dopo la morte di Ilardo incontrammo (assieme ad Arena, ndr) Riccio, era distrutto dal punto di vista morale e psicologico, si sentiva in parte responsabile di quello che era successo”. Ravidà racconta quanto riferitogli da Riccio sull'incontro a Roma del 2 maggio '96 tra Mori e Ilardo prima della riunione con i magistrati presenti. E sono proprio le dichiarazioni che avrebbe formalizzato Ilardo una volta divenuto collaboratore a tornare alla memoria: i rapporti tra Cosa Nostra e i Servizi nella realizzazione di stragi e omicidi, e l'esplosivo da utilizzare negli attentati recuperato “presso alcune caserme militari vicino Trapani”. Quelle dichiarazioni avrebbero prodotto realmente uno tsunami politico-istituzionale ed era evidente che andava fermato chi, con grande anticipo, parlava di “stragi di Stato”.

Un killer “vicino alle istituzioni”
“Nel 2001 – continua Ravidà – ho ricevuto una notizia confidenziale da parte di un attuale collaboratore di giustizia, Eugenio Sturiale, che mi indicava gli autori materiali dell'omicidio di Ilardo. Tra questi, che facevano parte di una squadra di Cosa Nostra di Catania, il responsabile era Maurizio Zuccaro”. “Zuccaro faceva da autista a Salvatore Santapaola, fratello di Nitto Santapaola – prosegue –, poi entrò in contrasto con i Santapaola ha transitato con altre organizzazioni criminali, con i Cappello e i Laudani”. “Appena ricevuta questa notizia confidenziale ho fatto subito una relazione di servizio ai miei dirigenti della Dia dell'epoca che è stata mandata all'Autorità giudiziaria con 8 mesi di ritardo! Dopodichè non abbiamo mai avuto né una delega di indagine da parte dell'Autorità giudiziaria di Catania, né tanto meno sono state intraprese iniziative da parte della Dia di Catania. Solo successivamente, quando si pentì Sturiale, queste cose sono emerse tanto che adesso è in corso un processo a Catania” (per l'omicidio Ilardo, ndr). “La confidenza di Sturiale – sottolinea Arena – è molto precisa perchè, lui è stato testimone oculare dell'omicidio Ilardo, in quanto abitava a pochissima distanza da Gino Ilardo”. “Ci sono stati altri collaboratori di giustizia che hanno confermato tutto questo”, specifica quindi Ravià che mette sotto la lente di ingrandimento il ruolo stesso di Zuccaro. “E' un parente di Nitto Santapaola (mi sembra che abbia sposato una sua nipote). Ma lui non era responsabile di Cosa Nostra a Catania, e un omicidio del genere risulta strano”.  “Zuccaro era sospettato di essere vicino alle istituzioni – sottolinea l'ex funzionario della Dia - . Questo si diceva in ambienti criminale. Lo stesso Sturiale (riferendosi a Zuccaro, ndr) diceva: 'questo qui ha fatto omicidi, è trafficante di stupefacenti, è stato arrestato un sacco di volte, ed è sempre agli arresti domiciliari, non ce lo spieghiamo nell'ambito criminale'”. Mario Ravidà ribadisce che quando avviene l'omicidio Ilardo “le fila di Cosa Nostra catanese le reggeva Aurelio Quattroluni”, ecco la ragione per la quale “un omicidio del genere doveva essere effettuato dal reponsabile di Catania e non poteva essere eseguito da un personaggio che non poteva avere questo tipo di autorizzazione a farlo”.

Carne da macello
L'ex ufficiale della Dia Ravidà è anche l'autore di un libro “scritto per onorare la memoria di Magistrati, Uomini Politici e appartenenti alle Forze dell’Ordine; caduti per qualcosa in cui credevano nel nome di un’ideale di Legalità e Giustizia” intitolato “Carne da Macello” (ed Altromondo), in uno stralcio di questo manoscritto è racchiusa l'attualità di una lotta che non è solo contro Cosa Nostra, ma soprattutto contro uno Stato-mafia capace di riciclarsi negli anni. “Bisognerebbe inasprire le pene per associazione per delinquere di stampo mafioso – scrive Ravidà –, e chi è condannato in via definitiva, lo dovrebbe essere per non meno di venticinque anni di carcere, solo per il reato di appartenenza o favoreggiamento alla mafia. Dovrebbero essere esclusi i condannati per tale delitto a qualsiasi tipo di beneficio, mi riferisco a qualsiasi agevolazione di legge che gli permetta di ritornare in libertà dopo poco. Dovrebbero essere costruite, solo per tali persone, delle carceri speciali dove vi siano, al loro interno, strutture ospedaliere per curare chi si ammala senza che, con tale scusa o motivazione, possano ritornare in libertà. Chi è condannato per mafia o favoreggiamento alla mafia, deve scontare sino all’ultimo giorno la sua pena in un carcere, a prescindere dal suo stato. Coloro che hanno la responsabilità dei partiti politici dovrebbero darsi delle regole ferree e inequivocabili: a chi è solo sospettato di connivenza o favoreggiamento alle organizzazioni criminali, e i partiti sanno benissimo chi sono, non dovrebbe essere data alcuna possibilità alla candidatura, affinché non gestiscano in alcun modo la Cosa Pubblica per favorire i loro amici e associati. Se qualcuno dovesse essere scoperto all’interno di un Partito Politico, dovrebbe soggiacere alla pena come tutti gli altri mafiosi e, il loro Segretario Nazionale o locale, dovrebbe essere obbligato a dimettersi immediatamente e dichiarato ineleggibile. Vedrete che questo servirà da deterrente e chiunque pensi anche minimamente a un appoggio di Cosa Nostra, se le pene fossero queste, e applicate come suggerito, ci penserebbero bene prima di attuare qualsiasi tipo di connivenza! Basterebbe praticare questi tre piccoli punti, che penso qualsiasi legislatore potrebbe proporre, e indicare come collusi coloro che avranno il coraggio di dire che “questa non è democrazia e sarebbe anticostituzionale”. Sono assolutamente sicuro che in poco tempo si vedrebbero i risultati per l’inizio di una sconfitta totale di Cosa Nostra!
Il 13 settembre del 2011 sono andato in pensione, come detto avevo cinquantacinque anni e la legge mi avrebbe consentito di rimanere per molti anni in servizio. Ho dovuto fare i conti con la mia coscienza che non mi ha più permesso di rimanere a lottare contro la mafia (pensavo soltanto
contro di essa), per proteggere i più deboli. Non avevo fatto i conti con la realtà, e che la mafia è dentro il sistema e che è da dentro che si dovrebbe combattere, denunciando giornalmente le ingiustizie che si perpetuano. Capisco però di contro, le minacce, le ingiustizie e i ricatti che, sebbene velati, gli influenti effettuano con i loro atti per mantenere i privilegi che il potere stesso gli dà e che, secondo me, li favorisce perseguendo solo i più deboli”.

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