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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, Vito Galatolo: “Su attentato Di Matteo apparati dello Stato dietro a Messina Denaro”

galatolo-gdfdi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015
“Per l'attentato a Di Matteo non era come negli anni '90, eravamo coperti”. A dirlo è il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, ascoltato oggi in videoconferenza al processo trattativa Stato-mafia. L'ex capomandamento di Resuttana ha raccontato dell'ordine ricevuto da Messina Denaro. “Alla riunione commentammo le lettere di Messina Denaro e Biondino parlò anche di questo processo in merito al fatto che Di Matteo si era portato troppo avanti. Io inizialmente non capii che si trattava di questo processo Stato-mafia”. In merito all'attentato nei confronti del pm del pool palermitano Galatolo ha spiegato che sarebbe stato Messina Denaro a mettere a disposizione un artificiere. “Avevamo l'ordine che non dovevamo presentarci con questa persona – ha detto Galatolo - Questo ci stupiva, il fatto che non dovevamo sapere chi era questo uomo di Messina Denaro. Noi capimmo che era esterna a Cosa nostra e che poteva essere qualcuno dello Stato che era interessato a fare questa strage. Secondo noi non era una cosa solo di Messina Denaro, c’era qualcuno al di fuori di Cosa Nostra. Questo serviva a far capire a tutti che la mafia era ancora viva”. Alla domanda su quali fossero le garanzie ricevute da Cosa nostra il pentito ha aggiunto: “Era arrivato il via libera di Messina Denaro per fare questo attentato. A Cosa Nostra non conveniva fare queste cose, sarebbero tornati gli anni ’90 con gli arresti e l’esercito nelle strade, ma c’era l’ordine che si doveva fare. Il fatto delle coperture che erano presenti era proprio scritto nella lettera. Era scritto che facendo quell’attentato non ci dovevamo preoccupare perché questa volta non sarebbe stato come negli anni ‘90 e saremmo stati coperti. E quindi abbiamo accettato”.


Processo trattativa, Vito Galatolo: “Nelle carceri visite continue dei Servizi segreti e di uomini del Ros”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015
“C’erano continue visite di uomini dei servizi segreti e dei militari del Ros all’interno delle carceri. Uno che ci parlava spesso era Nino Cinà”. Parla anche del protocollo farfalla, Vito Galatolo, l’ex boss dell’Acquasanta teste oggi al processo trattativa Stato-mafia. “Io ero al carcere di Tolmezzo e poi mi danno il 41bis - ha detto Galatolo -dopo 4 giorni vado a Parma e mi portano in un piano isolato per non parlare con nessuno. Sotto la mia cella c’era Santo Mazzei di Catania. Di fronte a me c’era Aiello Vincenzo, uomo di Santapaola. Poi mi misero in un’altra cella con un calabrese e un napoletano. Un giorno nel gruppo di Giuliano c’era un catanese, il figlio del Malpassotu, lo cambiano con la cella di Enzo Aiello e si parlava di Fifetto Cannella in riferimento a questi contatti con i servizi, il protocollo farfalla. C’era Giuliano difendeva Cannella dicendo che non era vero niente”. Aiello gli avrebbe inoltre riferito che i Servizi gli avrebbero offerto soldi per scagionare l'ex governatore Raffaele Lombardo, poi condannato per mafia. "Mentre il Ros - ha concluso - cercava di indurre i detenuti a collaborare con la giustizia".
Tornando a parlare di Arnaldo La Barbera Galatolo ha riferito che questi era “a libro paga dei Madonia. Ci dava informazioni e prendeva soldi".


Processo trattativa, Vito Galatolo: “Nel 1992 Graviano mi disse che eravamo coperti”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015

Il teste parla anche di Contrada, La Barbera e “faccia da mostro”
“Dopo la strage di Falcone mi vidi a Brancaccio con Filippo Graviano. Mi disse di dire a mio padre che se qualsiasi cosa lui veniva a sapere di stare tranquillo che eravamo coperti al mille per mille. E mi diede consigli su come dovevo comportarmi chiedendomi di lasciare un posteggio che gestivamo nella zona di via d’Amelio. C’era anche Tutino che non voleva che andassi più là”. Poi ha aggiunto: “Tra agosto-settembre 1992, mi recai all’Asinara, dove si trovava mio padre. Lui faceva bile per quello che era successo. Lui era contrario a fare questa situazione e non sapeva niente. Mi disse: ‘A chi ci dobbiamo ringraziare per questo regalo?’ e si spaventava perché lì c’erano telecamere, temeva microspie. Era contrariato perché nessuno lo aveva avvisato”. Rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi ha anche parlato dei rapporti tra Cosa nostra e personaggi esterni. “Al fondo Pipitone, dove abitavamo, si riuniva il gotha di Cosa nostra - A volte venivano anche altre persone. Per una famiglia mafiosa, mantenere contatti con uomini dei servizi segreti, significava ottenere una sorta di 'protezione'. Potevamo ottenere informazioni su eventuali indagini, blitz, arresti prima che venissero compiuti. Chi veniva? Ricordo il questore Arnaldo La Barbera ma anche Bruno Contrada. C’erano uomini con e senza divisa, uomini dei servizi, del Ros. Ricordo anche un uomo con la faccia sfregiata. Lo chiamavano ‘il mostro’. Una volta lo vidi entrare anche con lo stesso Contrada. Questa persona l’ho riconosciuta sulle fotografie che mi sono state mostrate. Poi c’era anche uno che ricordo dava la caccia ai latitanti”. Inoltre il neo pentito ha anche spiegato che il boss dell’Arenella, Gaetano Scotto, era uno che era contatto con i servizi segreti, che avevano un ufficio al Castello Utveggio, sul Monte Pellegrino che sovrasta il luogo della strage di via D'Amelio. Lo stesso Nino Madonia era in contatto con rappresentanti istituzionali”. 


Processo trattativa, Vito Galatolo: "Il pentito Cucuzza doveva attirare Di Matteo su Roma. Erano pronti i kalashnikov"
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015
I progetti di attentato nei confronti del pm Antonino Di Matteo erano due. Uno su Palermo, tramite tritolo, ed uno su Roma dove Cosa nostra era pronta a colpire con i kalashnikov. Anche di questo ha parlato oggi Vito Galatolo, teste al processo trattativa Stato-mafia. “Di Matteo sarebbe stato attirato su Roma tramite il pentito Salvatore Cucuzza – ha detto Galatolo – Avevamo un contatto con lui e sapevamo che stava molto male, che aveva un ristorante vicino alla Cassazione. Gli è stato chiesto un ultimo favore per Cosa Nostra. Cercammo di capire se poteva avere informazioni anche sui pentiti. Io volevo uccidere mia sorella perché pensavo che poteva tirarmi in mezzo. Poi c'era Camillo Graziano che chiedeva di mettere di mezzo anche il collaboratore Francesco Onorato. Tornando all'agguato nei confronti di Di Matteo il progetto era di far appoggiare i kalashnikov nel ristorante di Cucuzza. Il Cucuzza doveva far venire Di Matteo al suo ristorante per parlare del processo Stato-mafia. Nell’appartamento di fronte uomini di Cosa nostra avrebbero controllato se Di Matteo sarebbe arrivato. E lì si sarebbe fatto l’agguato”. Sul motivo per cui l'attentato non è stato materialmente eseguito il collaboratore di giustizia ha spiegato che “All’inizio si era pensato di farlo al tribunale dove entrano i detenuti, ma non si poteva trovare una casa per monitorare quando entrava il dott. Di Matteo. Poi non è stato operativamente organizzato perché si aspettava il tritolo, di cui cento chili erano stati rimandati indietro in Calabria, e si doveva trovare un appartamento, poi non si è fatto più niente, hanno arrestato D’Ambrogio, quindi anche quello di Biondino. Ma l'ordine di morte non è mai stato revocato. D’Ambrogio viene arrestato nel 2013. Nel 2014 Vincenzo Graziano mi manda chiamare più di una volta per una cosa urgente, per trovare il tritolo. Io l'esplosivo nei bidoni in possesso di Graziano li ho visti”. Poi Galatolo ha aggiunto: “Noi stavamo comunque organizzando le cose. Se erano solo i nostri tre mandamenti ad operare? Noi ci eravamo convinti che erano stati attivati da Messina Denaro anche altri gruppi. L'obiettivo era sempre quello di fermare Nino Di Matteo”.


Processo trattativa, Vito Galatolo: “Di Matteo da uccidere perché stava andando troppo avanti”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015

Il pentito spiega i contenuti delle lettere del boss trapanese Matteo Messina Denaro
“Di Matteo si doveva fermare perché stava andando tropo avanti. Questo lo spiega Messina Denaro nella seconda lettera, del dicembre 2012, alla presenza mia, di Biondino, di D'Ambrogio e di Vincenzo Graziano. Quest'ultimo faceva le mie veci quando io ero assente”. A dirlo in aula al processo trattativa Stato-mafia è Vito Galatolo. L'ex boss dell'Acquasanta sta spiegando le modalità con cui il boss di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, ha chiesto ai palermitani la preparazione di un attentato nei confronti del pm Nino Di Matteo. Galatolo ha poi aggiunto: “La prima lettera me la porta Biondino, e c'era anche Graziano e iniziava così: 'caro fratello, spero che tu stia bene'. Messina Denaro voleva indicarmi come capomandamento di Resuttana e Biondino per quello di San Lorenzo. Lì si accenna all'attentato, chiedendo la disponibilità dei mandamenti ad eseguirlo, ma non si spiegano i motivi. La prima lettera scritta in corsivo e la seconda lettera in stampatello. Nella seconda invece si spiegano i motivi dell'attentato, poi la strappammo subito. Dell'attentato, mi disse Biondino, non dovevamo parlare a nessuno perché ci avrebbero ammazzato pure i bambini”.
Dell'attentato a Di Matteo si parlò poi anche nella seconda lettera. “Qui si spiegò il motivo e c'era il riferimento ai processi. Si doveva dare un segnale che la mafia era sempre pronta a reagire allo Stato – ha detto Galatolo – anche qui si parlava in maniera affettuosa. Oltre all'attentato a Di Matteo si parlava di eliminare anche i due pentiti, “Manuzza”, Nino Giuffré, e Gaspare Spatuzza, Se accettavamo di fare l'attentato avremmo dovuto dire tutto a Mimmo (Biondino) che lui sapeva come organizzare. Biondino nello specifico si doveva occupare dell'esplosivo. C'erano da raccogliere dei soldi anche. Ed ogni mandamento doveva mettere due persone”.


Processo trattativa, Vito Galatolo: “Volevano fare un attentato a Di Matteo e mi sentivo la coscienza sporca”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015

Il pentito spiega il motivo per cui ha iniziato a collaborare
“Sentivo che poteva succedere qualcosa di molto grave. Eravamo stati avvicinati da persone di Cosa nostra che dicevano che si voleva fare un attentato al dottor Di Matteo, a Roma o a Palermo. Quando vengo arrestato nel 2014 vengo trasportato al carcere di Tolmezzo. Dopo un mese e mezzo vengo a sapere che è stato scarcerato Vincenzo Graziano sottocapo della famiglia dell’Acquasanta. Graziano voleva fare questo attentato ed aveva a disposizione 200 kg di tritolo. Mi sentivo la coscienza sporca”. Così l’ex boss dell’Acquasanta Vito Galatolo spiega il motivo per cui ha deciso di collaborare con la giustizia. “Io - ha aggiunto - ho un figlio di 20 anni, una figlia di 14 e un figlio di 20 mesi, a loro dovevo dare un futuro diverso dal mio e per questo ho iniziato a collaborare”. Rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi il pentito spiega che quando venne scarcerato lo andò a cercare Vincenzo Graziano: “Anziché parlare delle cose nostre mi dice che c’era girolamo Biondino, fratello di Salvatore, autista di Riina, che mi voleva parlare che c’era una cosa delicata da fare. Ci furono più riunioni. E il tema era questa cosa dell’attentato. Io in un primo momento mi lamentai anche perché c’era questa questione e il responsabile di Resuttana era già Fricano. Gli dissi ‘Perché lo dici a me se c’hai già il reggente del mandamento di Resuttana?” E lui mi parlò di Matteo Messina Denaro”.


Processo trattativa, è iniziato l’esame di Galatolo
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 7 maggio 2015
Riina assente perché ricoverato in Ospedale

E’ iniziato l’esame del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, l’ex boss dell’Acquasanta che ha svelato il piano di morte nei confronti del pm Antonino Di Matteo. Il pentito sta rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Vittorio Teresi, presente in aula assieme a Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e lo stesso Di Matteo, ripercorrendo gli inizi della sua “carriera” all’interno di Cosa nostra. Prima dell’inizio dell’esame è stata rappresentata la rinuncia all’udienza da parte di Salvatore Riina. Il Capo dei capi è stato infatti ricoverato in Ospedale e lo stesso presidente Alfredo Montalto ha detto che in cancelleria “è intervenuta una relazione sanitaria”.  


Stato-mafia, Galatolo testimone al processo
di AMDuemila - 7 maggio 2015

Il piano di morte per Di Matteo e l’incontro con il boss di Brancaccio
Non solo il progetto per uccidere il pm Nino Di Matteo, ma anche l’incontro a ridosso della strage di via D’Amelio con il boss Filippo Graviano sarà argomento dell’esame del pentito Vito Galatolo, oggi in videoconferenza al processo trattativa Stato-mafia.

Galatolo “’u picciriddu”, figlio di don “Enzo”, storico boss dell’Acquasanta, ha iniziato a collaborare con i magistrati lo scorso novembre, quando ha rivelato l’esistenza di un piano per uccidere Di Matteo, il pm che segue il processo trattativa, già condannato a morte da Riina in carcere. Da allora ha iniziato a descrivere i vari passaggi del progettato assassinio: dall’acquisto del tritolo (150 chili) che sarebbe arrivato dalla Calabria, alla missiva firmata da Matteo Messina Denaro, primula rossa di Castelvetrano, con l’ordine di uccidere il magistrato di Palermo. “E’ un bidone carico di tritolo” aveva rivelato Galatolo, fornendo anche i luoghi dove poteva trovarsi e i nomi dei personaggi coinvolti. Quell’esplosivo, però, nonostante le perquisizioni svolte non è mai stato trovato.

Nella missiva il boss di Castelvetrano, ha dichiarato Galatolo ai magistrati, ricordando l’incontro a cui aveva partecipato “disse che bisognava fare un attentato al dottor Di Matteo perché, stava andando oltre e ciò non era possibile anche per rispetto ai vecchi capi che erano detenuti”. “Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre” era stata la spiegazione fornita da Messina Denaro, senza specificare chi. Spunta però l’ombra dei mandanti esterni, i veri protagonisti di molte stragi e omicidi eccellenti del Paese. “Sono gli stessi mandanti di Borsellino” aveva assicurato Galatolo parlando proprio con Di Matteo e descrivendo i dettagli del progetto omicidiario di cui il boss dell’Acquasanta era coordinatore organizzativo. Un progetto in fase di preparazione fino allo scorso giugno, quando l’ex boss è stato arrestato nell’operazione “Apocalisse”.

Ma Galatolo, che per la prima volta ha preso parte in un’aula di tribunale (sebbene in videoconferenza) al processo Borsellino quater, aveva anche raccontato di un incontro, nel marzo ’92, avvenuto con il boss di Brancaccio Filippo Graviano e Vittorio Tutino. In quell’occasione, a pochi mesi dall’attentato al giudice Borsellino, Graviano gli aveva detto di non preoccuparsi perché qualsiasi cosa fosse successa “erano coperti”, per poi raccomandargli di vendere al più presto il parcheggio che gestivano nei pressi di via D’Amelio. Anche questo sarà tema dell’interrogatorio di oggi.

L’udienza è stata rinviata al 15 maggio, ore 9.30, per il controesame del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico

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