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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, Amato: "Non ricordo che Mancino abbia mai avanzato richieste applicazione 41 bis"

amato-nicolodi Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015
“Non ricordo che vi siano state iniziative del ministro dell'Interno, anche se poteva fare richieste in base alla normativa, per l'applicazione del 41 bis secondo comma. Lo scrissi anche nel mio appunto del 6 marzo '93”. A riferirlo in aula è stato l'ex direttore del Dap, Nicolò Amato, al processo trattativa Stato-mafia che si sta tenendo in trasferta a Roma. Amato ha anche specificato meglio l'episodio della discussione con Conso a Ciampino: “Discutevamo su questi 41 bis da applicare. Io li proposi immediatamente dopo gli arresti ma lui voleva interpellare Mancino quando secondo me non era necessario. C'era una questione di competenza secondo me bastava la mia di proposta. Poi non metto in discussione che potesse anche essere informato”. Amato ha anche specificato che dopo le due audizioni degli scorsi anni davanti alla Commissione antimafia aveva effettuato un’ulteriore richiesta all’allora presidente Pisanu, al quale inoltrò un memoriale in cui venivano fatti riferimenti a fatti ulteriori emersi soltanto successivamente come ad esempio l’esistenza della lettera di minacce dei familiari di detenuti nei suoi confronti. “Misi assieme altri tasselli e riuscii a dare una visione ulteriore su quanto avvenuto in quegli anni - ha detto anticipando il controesame dell’avvocato dell’imputato Nicola Mancino, Piergentili - Pisanu mi disse che non era necessario e che comunque aveva acquisito quel memoriale.

Perché Parisi parlò di 41 bis?
Rispondendo successivamente ad una domanda di precisazione del pm Nino Di Matteo, Amato è tornato sul discorso effettuato dal capo della polizia Parisi al Comitato nazionale si sicurezza, quello del 12 febbraio ’93. “Come mai Parisi disse quelle parole? Le stragi del ’93 ancora non si erano verificate. Quali potevano essere le preoccupazioni per l’ordine pubblico esterno?” ha chiesto il pm. E l’ex direttore del Dap ha risposto: “L’unica relazione possibile è che si facesse riferimento ai fatti avvenuti nelle carceri di Secondigliano e Poggio Reale. Leggendo i fax del prefetto di Napoli si deduce che potessero rappresentarsi delle proteste da parte dei familiari dei detenuti. Tuttavia ricordo che Parisi parlasse in termini generali. Altrimenti lo avrei inserito nella nota”. Quindi Amato ha aggiunto: “Io non ero d’accordo con la revoca immediata del 41 bis per quelle carceri dopo che avevamo applicato il regime il 9 febbraio, appena 12 giorni prima. C’erano stati episodi gravi come l’omicidio di Campanello, uno dei migliori agenti di Poggio Reale e quello di Gaglione e la cosa poteva ripetersi. Lo dissi a Conso questo pensiero ma lui mi disse che lo dovevamo fare ed io non posso impormi su di lui”.
Il processo è stato infine rinviato a domani, presso la palazzina A del tribunale di Roma, quando si proseguirà con l’esame dell’indagato di reato connesso Adalberto Capriotti.


Processo trattativa, Amato: “Nel ’92-’93 colloqui investigativi in carcere gestiti dall’Ufficio affari penali del Ministero”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 15.10
“I colloqui investigativi nelle carceri? Erano gestiti dall’ufficio affari penali del ministero della Giustizia, almeno finché ci sono stato io al Dap. Chi dirigeva l’ufficio? La Ferraro”. A raccontarlo è l’ex magistrato Nicolò Amato, ascoltato questa mattina al processo trattativa Stato-mafia, in corso presso l’aula bunker del carcere Rebibbia di Roma. “Era girata una circolare chiara dove si stabilivano i ruoli” ha aggiunti rispondendo alle domande dei pm Tartaglia e Di Matteo. I pm hanno anche chiesto un approfondimento in merito alla nota inviata al ministro Conso nel marzo ’93. Nelle ultime pagine Amato affronta anche il tema delle modalità d’ingresso nelle carceri da parte di politici, ecclesiastici ed eventuali accompagnatori con espresso riferimento a giornalisti e congiunti di detenuti. “Non riesco a ricordare se vi fosse stato qualche episodio specifico - ha detto Amato - posso pensare di sì in merito ai giornalisti. Ma non ricordo se vi fosse un fatto specifico per cui parlai anche di questo”. Amato ha anche evidenziato altri due passaggi importanti avvenuti dopo la trasmissione di quell’appunto. “Io non ricevendo risposte continuavo per la mia strada. Il 15 marzo proposi i decreti per l’applicazione del 41 bis a 9 detenuti. Poi il 21 aprile trasmisi una circolare per l’applicazione del regime di alta sorveglianza per detenuti condannati per traffico di droga e associazione mafiosa. Questo andava a coinvolgere circa seimila detenuti. Un documento di un centinaio di pagine che nasce dal mancato compimento della mia proposta del luglio 1992. Così distinguevo le carceri di cui disponevo a seconda del grado di sicurezza in modo da rendere difficile o impossibile i contatti con l’esterno regolamentando i rapporti tra detenuti, quello con gli agenti di custodia e quant’altro (documenti che i pm hanno richiesto di acquisire al processo, ndr)”. Amato ha anche escluso che mai, tra il ’92 ed il ’93 era stata avanzata all’interno del Dap la proposta per estendere il regime di detenzione omogenea, prevista per i terroristi politici, ai detenuti per mafia. “Non venne mai discusso - ha detto - così come mai si parlò di quelle proposte del luglio 1993, sempre sulla gestione del carcere duro”.


Processo trattativa, Amato: “Nessuno mi avvisò della lettera dei familiari di carcerati dove si faceva riferimento a me”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 13:48

“Ritengo inquietante che nessuno mi abbia detto nulla del fatto che una lettera anonima venne inviata il 17 febbraio ’93  – da parte dei familiari dei mafiosi detenuti al 41bis – in cui si chiede a Scalfaro ‘manda via il dittatore Amato e gli squadristi a suo servizio’. Non ho mai saputo dell’esistenza di quella lettera se non poco tempo fa, nel 2012”. A dirlo è l’ex direttore del Dap Nicolò Amato, ascoltato oggi come testimone al processo trattativa Stato-mafia. “Capisco ora che il giorno in cui lettera è arrivata il mio destino istituzionale è stato segnato - ha aggiunto - Nessuno mi avvisa poi dell’idea della mia sostituzione. Quando ciò avvenne chiesi la spiegazione di questo allontanamento dal Dap. Perché Conso fino a poco tempo prima mi faceva complimenti e poi ha scelto così. Ne parlai anche con Gifuni, con Ciampi. Poi collegai tutto. Gifuni mi disse che non sapeva i motivi ma che non me ne potevo andare. Ciampi per telefono mi disse, ‘ma come non sei stanco?’. Fu quasi una sorpresa. La ricollego ora ad un colloqui che ho avuto con Parisi poco prima. Dove mi disse ‘Sono tanti anni che sei lì al dipartimento. Ma non ti sei stancato? Tu potresti meritare un posto di maggior prestigio. Io dissi di no. Poi la sostituzione avvenne e dal 4 giugno si creò un muro tra me e il dipartimento più alto delle mura carcerarie”.

La sostituzione con Capriotti
In merito alla sostituzione al vertice del Dipartimento d’amministrazione penitenziaria Amato ha aggiunto: “Ho letto che Gifuni nella sua testimonianza dice che Scalfaro non poteva non sapere. E seppi solo poi che ci fu un incontro tra il presidente Scalfaro, monsignor Curioni e Fabbri, cappellani penitenziari. Questo lo seppi dalla testimonianza di Fabbri. Dopo di me venne nominato Capriotti che un po’ di esperienza l’aveva anche se sapevo che era amico di Scalfaro. Di Maggio invece no non aveva alcuna esperienza. So che si conosceva con Parisi.

La soddisfazione della Falange Armata
Rispondendo ad una domanda del pm Tartaglia sul ricordo di minacce contro la sua persona con la sigla falange armata. “Ricordo la sigla - ha detto l’ex magistrato - ma non ricorso altro. Penso che qualcosa ci sia stato, ricordo che riguardò anche un educatore all’interno del Dap. Il compiacimento della falange armata sulla mia sostituzione? Non ne so nulla”.


Processo Trattativa, Amato: “Quando parlai di Parisi nell’appunto di marzo nessuno mi chiese spiegazioni”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 12:49
"In sede di Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza, nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del ministero dell'Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano". Queste parole sono contenute nell’appunto del 6 marzo del 1993 che l’ex direttore del Dap, Nicolò Amato scrisse al ministro della Giustizia. “In quell’appunto venivano avanzate delle proposte come quella della videoregistrazione dei colloqui e l’istituzione del sistema della videoconferenza per la partecipazione ai processi. Non c’era la rappresentazione di una limitazione del carcere 41 bis, caso mai una modifica di alcuni aspetti. Alcune di queste proposte sono state accolte solo nel 2001 e nel 2002. Allora però Conso non mi rispose mai anche se aveva il dovere istituzionale di rispondere. Né nessuno mai mi chiese per quale motivo scrissi di Parisi”. Infatti, come ricordato dal pm Tartaglia quella espressioni del Capo della Polizia Parisi sulle riserve in merito al regime 41 bis non vennero mai verbalizzate. “Non so per quale motivo. Non so se Parisi fosse a conoscenza che io avevo parlato di lui nell’appunto ma credo di si”.


Processo trattativa, Amato: “Conso si preoccupava del consenso di Mancino sui 41 bis”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 11:39

In aula è appena entrato l’ex ministro Mancino
“Il ministro Giovanni Conso si preoccupava che vi fosse il consenso del ministro dell’Interno Mancino (che poco fa ha fatto il suo ingresso in aula, ndr) sull’applicazione dei 41 bis”. A dirlo alla Corte d’assise di Palermo, in trasferta a Roma per il processo trattativa Stato-mafia, è l’ex direttore del Dap Nicolò Amato. Rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia ha aggiunto: “In un episodio tra febbraio e giugno 1993 ho avuto un diverbio con Conso. Avvenne a Ciampino nel giorno in cui ci fu un incendio nel carcere di Sulmona. Ricordo che parlando dell’applicazione del regime 41 bis a certi detenuti Conso si preoccupò di informare e di avere l’assenso del ministro Mancino. Io dissi che a mio parere non vi era necessità perché ritenevo che non fosse competente. Dissi proprio che questo era di nostra competenza e che al massimo potessimo informare ma non vi erano ragioni per chiedere un consenso o un accordo preventivo al ministro dell’Interno”. Amato ha anche ricordato l’episodio dell’applicazione e della revoca del 41 bis alle carceri di Poggio Reale e Secondigliano (regime applicato il 9 febbraio e revocato poi il 21 febbraio). “Ci fu un interferenza a mio avviso del ministero degli Interni espresse anche dal prefetto di Napoli. Ricordo che poi quando vi fu la revoca Conso mi disse anche di informare Mancino e io mandai una nota dicendo che avevo già avvertito Parisi e Lauro (Capo gabinetto ministro dell’Interno) anche se mi preoccupavo che quella revoca portasse a tensioni che mettevano a rischio il personale che poteva sentirsi abbandonato. Comunque quelle interferenze del ministero degli Interni le ritenevo un pochino fuori posto. E credevo che il prefetto di Napoli non si doveva impicciare su queste cose”.


Processo trattativa, Amato: “Nell’agosto ’92 da via Arenula opposizioni alla mia proposta applicazione 41 bis”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 11:08

“Quando proposi con il documento del 30 luglio l’applicazione del 41 bis agli istituti del continente arrivò un appunto con un parere di riserva da parte del Ufficio affari penali, diretto da Liliana Ferraro, e dall’ufficio legislativo del ministero della Giustizia. Questi interventi io li ritenni inconsistenti ed invitai il ministro Martelli ad assumersi la responsabilità politica e non ebbi nessuna risposta alla mia proposta”. L’ex direttore del Dap Nicolò Amato racconta delle interferenze avute immediatamente nei mesi dopo le stragi su alcune proposte di potenziamento del carcere duro da lui avanzate. “A distanza di anni sono riuscito a ricostruire il tessuto e ricordo che c’era anche una certa preoccupazione da parte del ministero dell’Interno (all’epoca il ministro era Nicola Mancino). Non lo dico per criticare l’atteggiamento del ministero dell’Interno. Il ministero si preoccupava, del fatto che una stretta carceraria così dura come il 41 bis potesse creare tra i familiari dei detenuti e gli amici e i simpatizzanti dei detenuti uno stato di tensione. Questo avrebbe potuto portare poi a rischi per l’ordine pubblico esterno alle carceri. Io non ero di questo avviso ma c’era sintonia tra il ministro degli Interni e l’ufficio degli affari penali diretto dalla Ferraro che poi era anche l’idea del Capo della polizia Parisi. Di questa faccenda parlai con Martelli dopo e ho avuto la sensazione che in qualche modo lui fosse stato allontanato dalla mia concezione senza che se ne rendesse veramente conto”.


Processo trattativa, Amato: “Nel luglio 1992 la reazione alle stragi fu applicazione del 41 bis a 532 detenuti”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 10:51

“Immediatamente dopo la strage di Borsellino trasferimmo 55 detenuti dal carcere Pagliarelli al carcere di Pianosa che era pronta. Il ministro della Giustizia Martelli voleva dare anche un segnale politico e noi come Dap, d’accordo con il direttore del carcere, abbiamo dato l’elenco dei nomi. Successivamente il ministro della giustizia firmò 532 applicazioni di 41 bis proprio per proseguire con quella risposta dura di seguito alle stragi. Di quella norma si parlava già dopo la strage di Falcone”. A raccontarlo è l’ex direttore del Dap Nicolò Amato al processo trattativa Stato-mafia. “Nel settembre del 1992 poi - ha aggiunto - il ministro Martelli, diede una delega a me e al consigliere Fazioli per l’applicazione diretta dei 41 bis. Ne firmammo ulteriori 567”. Amato ha anche ricordato che oltre a Pianosa e l’Asinara erano stati individuati altri istituti carceri dove portare i detenuti. “Il 30 luglio 1992 mandai un appunto al ministro Martelli dove mi ponevo il problema di poter dare alla criminalità organizzata in carcere una risposta adeguata nel modo più rapido e semplice possibile. Quindi proponevo al ministro una serie di istituti e sezioni di istituti che ritenevo particolarmente sicuri per ragioni strutturali, edilizie e di presenza di personale esperto. Nello specifico chiedevo di applicare a questi istituti, circa 121 strutture, l’applicazione del primo comma del 41 bis. In questa maniera avremmo potuto velocizzare la situazione non applicando singolarmente il 41 bis ad ogni singolo detenuto. In questo modo sarebbero stati coinvolti circa 5000 detenuti”.


Processo trattativa, Amato: “Sempre convinto che lo Stato non dovesse cedere di fronte alle minacce”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 10:27

“Di fronte a qualsiasi minaccia criminale, qualunque fosse il rischio o il peso del fatto criminale sono stato sempre convinto che lo Stato non doveva comunque cedere perché il cedimento dello Stato avrebbe portato inevitabilmente al ripetersi dei fatti di violenza. E poi c’era anche la dignità dello Stato che poteva essere calpestata”. A dirlo in aula è Nicolò Amato che sta rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia. Per fare un esempio dell’intransigenza nei confronti di certi crimini l’ex direttore del Dap ha parlato dell’episodio avvenuto nel 1987 al carcere di Porto Azzurro, sull' Isola d'Elba, dove il 25 agosto, sei carcerati armati di coltelli e pistole, capeggiati dal neofascista Mario Tuti, durante un tentativo di evasione, presero in ostaggio una trentina di persone, fra le quali il direttore dell'istituto, e si barricarono nell'infermeria del penitenziario. “In quel caso parlai per l’intera settimana con i rivoltosi che volevano un elicottero per darsi alla fuga. Gli feci capire che se quella situazione non si fosse risolta la situazione nelle carceri sarebbe peggiorata. La legge Gozzini sarebbe stata tolta e quei benefici che erano stati raggiunti si sarebbero estinti. Penso ad esempio al fatto che via via si stava cercando di non utilizzare più l’articolo 90 per i terroristi politici che via via si stavano dissociando. Gli ergastolani capirono la situazione e si arresero evitando quello che sarebbe stato un bagno di sangue”.



Processo trattativa: Conso assente, Bagarella invia una memoria
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015 - Ore 10:13
Una memoria scritta dove si dichiara fautore dell’unità nazionale dai tempi di Garibaldi in contrasto con quanto riferito dai collaboratori di giustizia Cannella, Siino, Sinacori e Brusca. A presentarla è stato il boss corleonese Leoluca Bagarella, inviando alla Corte un documento il 12 gennaio scorso. Nella memoria, dove in conclusione si chiede l’assoluzione con riferimento all’ex art. 649, si contestano dei riferimenti temporali e si specifica di non aver mai propugnato idee separatiste. Ad introdurre la memoria è stato il presidente Montalto all’inizio del dibattimento del processo trattativa Stato-mafia che si celebra quest’oggi a Roma, presso l’aula bunker di Rebibbia. “Alla corte sono pervenuti anche due certificati medici attestanti gli impedimenti da parte dei testi Carlo Azeglio Ciampi e Giovanni Conso - ha aggiunto Montalto - Quest’ultimo parla di un intervento medico, lasciando comunque aperta la possibilità di essere esaminato in altra data”. Il processo prosegue con l’audizione del teste Nicolò Amato che sta rispondendo alle domande dei pm Roberto Tartaglia, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. In aula è presente anche Giovanna Maggiani Chelli, p Presidente Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili.


Processo Trattativa, trasferta a Roma per sentire i “vip”
di Aaron Pettinari - 3 febbraio 2015

In tre giorni saranno sentiti Amato, Capriotti, Conso, Ciampi e Forlani
Due settimane dopo l'ultima audizione il processo trattativa Stato-mafia riprende a Roma per una tre giorni costellata di figure di primissimo piano citate a deporre davanti alla Corte d'assise presieduta da Alfredo Montalto. A salire sul pretorio sono stati chiamati l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, all'ex Guardasigilli Giovanni Conso, l'ex segretario Dc Arnaldo Forlani e gli ex direttori del Dap Adalberto Capriotti e Nicolò Amato. E' proprio da quest'ultimo che quest'oggi si comincia al bunker del carcere di Rebibbia. L'ex capo del Dap dovrà riferire in particolare sulla vicende connesse alla propria sostituzione nell'incarico di direttore del Dipartimento Amministrativo Penitenziario, sulle perplessità e contrarietà espresse dal Capo della Polizia Parisi e da ambienti del Ministero dell’Interno sul regime carcerario duro e sulle interlocuzioni dirette con il Ministro dell’Interno Mancino a proposito della revoca del 41 bis per i detenuti del carcere di Secondigliano. Lo scorso novembre Amato, è stato già sentito su questi temi, sempre a Roma al processo Borsellino Quater. “Sono stato mandato via a calci dall’oggi al domani – aveva ricordato allora - la mattina del 4 giugno mi telefonò Conso e mi disse: ‘devo comunicarti che sei stato nominato rappresentante italiano della Commissione Europea. Così ho saputo di essere stato mandato via”. Amato parlò poi di una riunione del Comitato Nazionale di sicurezza, nel febbraio 1993, in cui Parisi intervenne esprimendo “riserve” sul eccessiva durezza del regime penitenziario “perché creava tensioni tra i familiari” dei mafiosi detenuti. “Non ho attribuito alle sue parole alcun significato insolito – commenta l’ex direttore del Dap – ma se la sua valutazione fosse stata la premessa per un’ingerenza nella mia scelta penitenziaria l’avrei trovato illegittimo. Non l’avrei tollerato e di questo avvertii il ministro della giustizia”. Proprio il 6 marzo, l'ex direttore del Dap, inviò una nota. “In quell'appunto – ha raccontato tempo addietro ai giudici - esprimevo quelli che a mio parere erano i limiti della norma 41 bis. Invitavo ad una riflessione perché eravamo ad un anno di distanza dalle stragi di Falcone e Borsellino. Non parlavo di un allentamento. A mio avviso si dovevano applicare delle migliorie come la necessità di registrazione dei colloqui tra mafiosi e familiari o anche la partecipazione in videoconferenza ai processi. Proponevo una linea che sarebbe stata sempre terribile per la mafia”. Nel corso dell'audizione, poi, raccontò anche ulteriori particolari avvenuti nell'agosto del 1992 quando, secondo Amato, “ci furono interventi impropri da parte dell’ufficio legislativo del ministero della giustizia e dalla direzione affari penali del ministero della giustizia retta da Liliana Ferraro che produssero due note con pareri su mie proposte di decreti 41 bis al ministro Claudio Martelli”.

Conso e Ciampi assenti. Capriotti in silenzio?
Salvo clamorosi colpi di scena non dovrebbero esserci l'ex Presdiente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e l'ex ministro Giovanni Conso. Come avvenne per il Borsellino Quater entrambi avrebbero inviato i certificati medici che dimostrano l'impossibilità per entrambi di essere presenti in aula. Tema centrale della loro deposizione sarebbero stati i fatti avvenuti la notte tra il 27 ed il 28 luglio 1993 (giorno delle stragi di Roma e Milano), in riferimento alla contemporaneità tra gli attentati ed il black out delle linee elettriche e telefoniche a Palazzo Chigi. In particolare Conso sarebbe stato chiamato a spiegare le motivazioni che lo indussero a non prorogare oltre 300 provvedimenti di 41 bis tra maggio e novembre del 1993. Una decisione che l’ex ministro ha sempre sostenuto di aver preso in “perfetta solitudine” escludendo che fosse stata usata come contrappeso nella trattativa con i boss di Cosa Nostra per mettere fine alle stragi. Conso è tuttora iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo per falsa testimonianza così come l’ex capo del Dap Adalberto Capriotti. Entrambi dovranno aspettare la sentenza del processo sulla Trattativa, dato che per il reato di cui sono accusati il codice prevede che la posizione dell’indagato resti sospesa fino a quando il procedimento principale non arrivi alla sentenza del primo grado di giudizio. Alla luce di tale posizione Conso avrebbe anche potuto scegliere di non rispondere alle domande dei pm avvalendosi della “facoltà di non rispondere” e lo stesso potrebbe fare Adalberto Capriotti, il cui esame è previsto mercoledì. Al Borsellino quater Capriotti, ai giudici che lo sentirono come semplice testimone, rispose nonostante la solita dose di “non ricordo”. Allora, sull'improvvisa nomina a direttore del Dap, disse: “fui interpellato da monsignor Cesare Curioni, capo dei cappellani di tutti gli istituti di prevenzione di pena. Mi disse che ci sarebbero dovuti essere dei cambiamenti al ministero e all'amministrazione penitenziaria, se mi sentivo di fare questo passo e venire a Roma. Sapevo che Curioni aveva conoscenze non solo nel nostro ambiente ma anche al gabinetto e in altri ministeri”. Una deposizione di fatto inutilizzabile proprio alla luce dello “status” di indagato di procedimento connesso. Il giorno 5 febbraio, infine, sarà la volta dell'ex segretario della Dc, Arnaldo Forlani. A quest'ultimo i pm chiederanno chiarimenti sulla sostituzione, decisa improvvisamente alla vigilia del rimpasto di governo dopo la strage di Capaci, nel giugno '92, del ministro dell’Interno dell’epoca Vincenzo Scotti. Scotti, a cui era stata garantita la permanenza al Viminale, venne incaricato di dirigere il dicastero degli Esteri, mentre al suo posto all’Interno venne nominato Nicola Mancino. Forlani, come l’ex presidente dc Ciriaco De Mita, sentito nel 2012, aveva ricondotto a ragioni politiche la sostituzione di Scotti. Per la Procura dietro la sostituzione ci sarebbe stata la necessità di togliere la guida del Viminale a un personaggio che, con misure come il carcere duro, aveva lanciato segnali duri alla criminalità organizzata.

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