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Processo trattativa Stato-Mafia

Amato: "Nell'agosto '92 all’interno del ministero della Giustizia interferenze sul 41 bis"

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Amato: "Nell'agosto '92 all’interno del ministero della Giustizia interferenze sul 41 bis"
di AMDuemila - 11 novembre 2014
"Nell'agosto del 1992 ci furono interventi impropri da parte dell’ufficio legislativo del ministero della giustizia e dalla direzione affari penali del ministero della giustizia retta da Liliana Ferraro che produssero due note con pareri su mie proposte di decreti 41 bis al ministro Claudio Martelli". L'ex direttore del Dap, Nicolò Amato, ha aperto con nuove rivelazioni la propria deposizione di fronte alla corte d'assise di Caltanissetta, in trasferta a Roma, al processo Borsellino quater. "Io ho completa fiducia nell'autorità giudiziaria e nel tempo ho ricollocato certi eventi avvenuti che possono chiarire la vicenda che mi ha colpito nel profondo - ha detto rispondendo ai pm - Su queste tematiche chiesi di essere sentito dalla Commissione antimafia anche dopo le due audizioni del 18 e del 25 gennaio 2011. Con Martelli eravamo d'accordo sulla necessità di fermezza dello Stato di fronte alle stragi. Per questo riattivammo le carceri di Pianosa e l'Asinara. Eravamo convinti della necessità del 41 bis e agimmo così come ritenevamo. Il 20 luglio venne firmato il decreto di trasferimento per 55 detenuti dall'Ucciardone a Pianosa e venne seguito da altre azioni simili successivamente.
"Il 24 luglio il ministro, su mia proposta, applica il 41 bis al carcere Ucciardone, il 30 luglio invio un nuovo appunto di richiesta di applicazione del 41 bis allargandolo a tutti quei soggetti vicini alle criminalità organizzate. Prevedavamo in quell'appunto un'applicazione per 5000 detenuti". Passano dei giorni e anizché arrivare una risposta da parte del ministro Martelli all'ex capo del Dap vengono trasmessi il 13 agosto i pareri negativi da parte dei due uffici ministeriali: "Loro non avevano le competenze per intervenire nel merito. I due appunti sono uno dell'11 ed uno del 12 agosto, con critiche alla mia proposta. In sostanza si dice che  doveva essere approfondita e discussa nell’ambito degli uffici del minsitero. Ma io non proponevo una legge nuova ma l'applicazione di un novo regime detentivo e solo il ministro poteva accettare o meno". Di questi appunti Amato avrebbe parlato anche di recente con lo stesso Martelli: "Ci siamo incontrati dopo alcune polemche ed abbiamo chiarito. Ho avuto l'impressione che in qualche modo era stato mal consigliato o comunque messo fuori strada. Non era stato informato della questione nel modo dovuto. Sta di fatto che l'iniziativa non fu accolta". Una negazione che non venne accettata da Amato, tanto che il 24 agosto riscrive al ministro della Giustizia ribadendo l'importanza anche alla luce di un precedente incontro l'11 agosto "dove potrebbe essere stato convinto che i provvedimenti fossero già in auttazione", ma non era così.

 

Rapporto di fiducia
Nonostante l'intoppo il rapporto tra Martelli ed Amato era solido al punto che il 15 settembre al direttore del Dap (ed al suo vice, ndr) viene concessa una delega per l'applicazione dei 41 bis ai detenuti. "Durante quegli anni applicammo circa 1200 41 bis ai detenuti in base a quelli che sono i miei conti - ha ricordato Amato - E mai vennero fatte obiezioni da parte degli uffici. La delega nasce dalla necessità di dare continuità a quel rapporto di fiducia che avevamo già avviato".

 

L'appunto del 6 marzo '93
Il 6 marzo del 1993 Amato, dopo il cambio al Ministero della Giustizia, inviò una nota all'allora Guardasigilli Giovanni Conso. "In quell'appunto - ha detto rivolgendosi alla Corte - esprimevo quelli che a mio parere erano i limiti della norma 41 bis. Invitavo ad una riflessione perché eravamo ad un anno di distanza dalle stragi di Falcone e Borsellino. Non parlavo di un allentamento. A mio avviso si dovevano applicare delle migliorie come la necessità di registrazione dei colloqui tra mafiosi e familiari o anche la partecipazione in videoconferenza ai processi. Proponevo una linea che sarebbe stata sempre terribile per la mafia".


Violante: "Non solo Ciancimino, anche Mangano voleva essere sentito"
di AMDuemila - 11 novembre 2014

"Quando ero vice presidente della Camera ricevetti una lettera da Vittorio Mangano che voleva incontrarmi". A dirlo è Luciano Violante, testimone al processo Borsellino Quater, rispondendo ad una domanda dei pm sui personaggi a cavallo tra mafia ed istituzioni. "Non arrivò solo la lettera di Vito Ciancimino. Anche Cutolo chiede di parlarmi quando ero ancora Presidente della Commissione Antimafia. Tempo dopo, tra il '94 ed il '96, quando ero vice presidente della Camera anche Vittorio Mangano inviò una lettera. Lo stalliere chiedeva che io andassi a parlargli. Poi vennero i suoi parenti che si incontrarono con il mio collaboratore insistendo perché avessi un colloquio ma non l'ho mai avuto".

Riina, il 41 bis e la dissociazione
"Il generale Delfino che dirigeva i carabinieri in Piemonte nel periodo di Natale 1992 mi telefonò dicendomi che mi voleva parlare di una cosa delicata. Io andai in bici da lui e mi disse che durante una perquisizione in un'officina in una città del verbano venne trovato un personaggio con una pistola e che questo, ritenuto attendibile, avrebbe messo gli investigatori sulle tracce di Riina. Non mi dissero il nome di questa persona. Io gli dissi che questa questione era solamente giudiziaria e non di competenza della Commissione". Alla richiesta di chiarimento del Presidente Balsamo relazionando il fatto con l'arresto di Balduccio Di Maggio, a Borgomanero, l'8 gennaio del 1993, Violante ricorda che l'incontro con Delfino fu antecedente. L'ex presidente della Commissione antimafia ha parlato anche del dibattito interno istituzionale sul 41 bis con le possibili modifiche o revoche del carcere duro: "Chiesi al ministro degli interni e al ministro Conso, a novembre credo, dati sul 41bis perchè circolavano voci di attenuazione. Intanto c'erano anche due sentenze della corte Costituzionale che in qualche modo chiedevano una tipicizzaizone specifica delle ragioni per proseguire con un trattamento più rigoroso su persone del 41bis. Il 15 dicembre del '93 feci una dichiarazione in cui denuciavo che Riina non era al 41bis e questo aspetto mi aveva allarmato abbastanza. Lo stesso 15 dicembre arrivò un informativa di Conso su alcune revoche fatte in materia. A quel tempo la Commissione era però in prossimità dello scioglimento delle Camere e le attività erano minime. La posizione di Parisi sul 41 bis? Credo che lui cercasse un rapporto non morbido ma tale per cui si contrastava la mafia con una certa durezza e si evitava lo scontro frontale". Riguardo al tema della dissociazione Violante si è detto contrario (non ricordando di essersi espresso in maniera diversa nell'agosto 1993, ndr).

Falcone e Borsellino
L'ex presidente della Camera Luciano Violante ha parlato anche dei suoi rapporti con i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. "Falcone in merito al fallito attentato all'Addaura mi disse che era una cosa molto grave e parlò di menti raffinatissime. Era molto preoccupato. Nei suoi confronti ci fu un forte tentativo di screditamento. Dicevano che se l'era fatto da solo. C'era un forte isolamento. Ci colpì molto la sua interpretazione della vicenda. Era possibile che qalcuno lo seguiva minuto per minuto con sistemi di comunicazione veloci. Faceva pensare ad un'organizzaizone preesistente che lo seguiva e monitorava evidentemente non per fargli una cortesia". "Con Borsellino - ha aggiunto Violante - mi incontrari diverse volte. Ricordo che dopo l'assassinio di Falcone venne a trovarmi e mi disse che doveva andare in Germania per qualche indagine e venne prima per questioni di carattere legislativo. Una volta, mentre si trovava da me, parlò al telefono con Vigna. Capii l'arogmento di discussione. C'era un pentito, credo fosse Mutolo, che voleva parlare solo con lui e la Procura di Palermo era informata. Borsellino non ne sapeva nulla. Rimase colpito negativamente".

Mori e Mafia-appalti
Durante la sua deposizione l'ex presidente della Commissione antimafia ha anche fatto accenno al rapporto mafia-appalti: "Il primo a parlarmene fu il procuratore Giammanco che nell'arco di 4-5 incontri cercava di convincermi dell'inconsistenza del rapporto. Falcone invece lo riteneva come una cosa importante". Quindi, sollecitato dalle domande dell'avvocato di parte civile di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, ha detto di aver conosciuto Mori "quando ero magistrato a Torino. Lo ricordo insieme al generale Dalla Chiesa. I collaboratori più validi di Dalla Chiesa erano Mori e il capitano Gallitelli, oggi comandante generale dell’arma. Io però – ha aggiunto Violante – preferivo lavorare con la polizia mentre Gian Carlo Caselli lavorava con i carabinieri di Dalla Chiesa. Secondo me dalla Chiesa agiva con troppa autonomia e invece io volevo dirigere le indagini”. Repici a quel punto ha fatto notare che Mori non lavorava come carabiniere a Torino negli anni Settanta, indicati da Violante per definire il periodo in cui avrebbe conosciuto Mori come collaboratore di Dalla Chiesa. Infine, sempre rispondendo ad una domanda di Repici, Violante ha confermato la possibilità di aver parlato con il presidente Napolitano di Vito Ciancimino. "Con Napolitano può darsi che ho parlato in maniera generale dell'audizione di Ciancimino - ha detto - ma non credo di Mori. Dell'incontro con il generale forse potrei averne parlato con il vice presidente della Commissione Cabras, ma non ne sono certo".

AGGIORNAMENTO
di AMDuemila
"Il rapporto colonnello Mario Mori-Vito Ciancimino? L'idea che mi ero fatto è che fosse di tipo confidenziale. Voleva incontrarmi in forma privata ma mi rifiutai". E' iniziata l'audizione del dell'ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante presso l'aula bunker di Rebibbia dove si svolge la trasferta del processo Borsellino quater. Violante ha subito parlato degli incontri avuti con Mori. "Lo vidi per tre volte, la prima poco dopo la mia nomina come presidente in Commissione. Nel corso della conversazione mi disse che Ciancimino era a Roma e che voleva essere sentito in un colloquio personale e riservato. L'ex sindaco di Palermo aveva scritto un libro sulle mafie e poteva essere di interesse. Io risposi che non facevo colloqui personali e se avesse voluto poteva inviare una richiesta formale alla Commissione antimafia. La seconda volta Mori mi portò il libro di Ciancimino e la terza mi chiese il mio parere sullo stesso. Io lo ritenni ininfluente e rifiutai il colloquio privato, se voleva parlare doveva fare una richiesta formale. Poi Mori nella sua memoria dichiarò di essere d'accordo con me, e cioè che il libro di Ciancimino fosse inutile. Ma allora - si è domandato Violante - perchè me lo diede se non all'interno di una cognizione diretta a convincermi a riceverlo?".
Il 27 ottobre l'ex sindaco di Palermo effettivamente inviò una lettera alla Presidenza della Commissione dove, senza preclusioni, manifestava l'intenzione di essere ascoltato per offrire un'analisi politica su quanto stesse accadendo in Sicilia. "Che fosse un'analisi politica quella che voleva dare me lo disse anche Mori - ha aggiunto Violante - aggiungendo però che questi 'avrebbe chiesto qualcosa'". "E a cosa si riferiva quel qualcosa?" ha chiesto il pm Paci. "Non ho approfondito perché non volevo avere alcun rapporto personale con Ciancimino" la risposta dell'onorevole del Pd.

Audizione in calendario
Dopo la lettera del sindaco mafioso la Commissione mise in calendario l'audizione ma "non se ne fece nulla perché dopo il suo arresto la procura di Palermo doveva finire gli interrogatori e poi vennero sciolte le Camere tra il 1993 ed il 1994". Che potesse esservi un interessa per sentire Ciancimino era sostenuto anche dal presidente della Commissione precedente Gerardo Chiaramonte che voleva sentirlo in merito al sequestro dei suoi beni. Vito Ciancimino però voleva essere ascoltato a condizione che l'audizione fosse videoripresa e trasmessa in diretta tv e non se ne fece nulla".

La Trattativa
Sul rapporto tra Ros e Ciancimino l'idea di Violante è che si trattasse "di un rapporto confidenziale così come avveniva per diverse forze di polizia e personaggi a cavallo tra mafia e così via. Quando chiesi a Mori se avesse informato l'autorità giudiziaria in quella occasione mi disse cche si trattava di rapporto confidenziale e capì che il fatto che volesse ofrrire valutazioni di carattere politico non c'erano i presupposti per informarla. Pensai questo".  Alla domanda se avesse mai sentito parlare di "trattativa" ha aggiunto: "L'idea che mi sono fatto è che la mafia cerchi sempre un dialogo con le istituzioni, poi sta alle istituzioni dire sì o no. Nel 2009 leggendo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sul giornale dove si diceva che il padre voleva che del patto fossi informato ma che il signor Franco, un soggetto che non so chi sia, assicurava che non sapevo nulla. Io mi ricordai degli incontri con Mori e andai a Palermo spontaneamente, forse a differenza di altri, ad informare la Procura".

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