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Processo trattativa Stato-Mafia

Francesco Di Carlo: l’ombra di La Barbera, il ruolo di Dell’Utri e il sequestro di Aldo Moro

moro-dellutri-la-barbera-effdi Lorenzo Baldo - 27 febbraio 2014
Nei verbali di Rosario Naimo l’ordine di Riina di uccidere Rudolph Giuliani

Palermo. “Prima avevo paura di raccontare le cose che sapevo, erano tempi diversi. C’era un accanimento contro i pentiti, avevano fatto le leggi contro i collaboratori... Per questo ci sono andato coi piedi di piombo. Ora i tempi sono invece cambiati, perchè finalmente si comincia a volere mettere le cose al loro posto per la ricerca della verità”. Non ha remore l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, a spiegare le ragioni per le quali ha fatto solo ora certe rivelazioni sul suo incontro con esponenti dei Servizi segreti, avvenuto in Inghilterra, nel carcere di Full Sutton intorno al 1988. Questa volta ad ascoltarlo sugli spalti dell’aula Bunker, oltre a diversi esponenti della “Scorta civica”, ci sono anche decine di studenti del liceo linguistico “Cassarà” e del liceo scientifico “Galilei” di Palermo. Proprio nella scorsa udienza, nel racconto del pentito, era emerso un nome mai detto prima: Arnaldo La Barbera.

“Quando ero agli arresti in Inghilterra – aveva raccontato l’ex boss di Altofonte –, prima dell'attentato all'Addaura, in carcere mi vennero a trovare tre persone. Uno di questi si presentò come Giovanni e mi disse che mi portava i saluti di Mario (un altro soggetto appartenente ai servizi segreti). Mi hanno chiesto un contatto con i corleonesi di Totò Riina. Mi dissero 'Ci devi fare avere un contatto a Palermo con i corleonesi. A noi ci interessa il ramo politico di certe situazioni'. Volevano mandare via Falcone da Palermo perché stava facendo la Dia e la Procura nazionale. Mi raccontavano che i politici erano preoccupati, che ne dicevano di tutti i colori perché Falcone voleva indagare su tutto e mettere tutti sotto processo. Loro volevano soltanto mandarlo fuori e per fare qualcosa in Sicilia volevano avere le spalle coperte”. Di fatto Di Carlo viene condannato nel 1987 (insieme a cinque complici) per aver importato in Inghilterra eroina e cannabis per un valore di 180 miliardi di vecchie lire. Detti soggetti avevano riferito che in Italia vi erano personaggi che già stavano lavorando per eliminare Giovanni Falcone. “Non mi parlarono di uccisione, ma di qualche provocazione – aveva spiegato il pentito – dissi loro di non commettere cose che non potevano fare perché conoscevo Riina e come avrebbe risposto ad una cosa del genere”. Il collaboratore aveva già riferito d'avere deciso di mettere i suoi interlocutori in contatto con l'esattore delle tasse siciliane (appartenente a Cosa Nostra), Ignazio Salvo. “Gli feci anche il nome di Vito Ciancimino, ma ‘Giovanni’ (uno dei tre funzionari) non volle avere a che fare con Vito Ciancimino, perché era in contatto con i carabinieri”. Alla domanda degli inquirenti se poi effettivamente l'incontro ci fosse stato con Ignazio Salvo la risposta era stata affermativa: “Sì, mi è stato confermato da “Giovanni”, che mi ringraziò tempo dopo ed era tutto contento”. Ma chi erano gli altri due uomini dei servizi vicino al misterioso “Giovanni”? Ed è qui che Di Carlo aveva fatto una vera e propria rivelazione. “Uno, ho capito che si trattava di un agente dei servizi inglese. Un altro, che ‘Giovanni’ mi aveva detto faceva il suo stesso lavoro, l'ho riconosciuto tempo dopo vedendo una foto sui giornali. Era Arnaldo La Barbera”. Ripercorrendo le tappe più importanti della “carriera” mafiosa di Francesco Di Carlo i pm Di Matteo e Teresi hanno quindi chiesto al collaboratore di raccontare nuovamente episodi specifici nei quali era stato protagonista. Ecco allora che si è tornati a parlare della riunione del 1980, nella quale si era discusso del mancato “Golpe Borghese”, che aveva visto la partecipazione tra gli altri di Salvo Lima, del generale Santovito e dell’avvocato Guarrasi.

Il cugino Gioè
Di Carlo aveva già raccontato che in uno degli incontri avuti con uomini dei Servizi lui stesso aveva indicato suo cugino, Nino Gioè, quale persona che poteva essere loro utile. “Poi so che si sono incontrati – aveva specificato agli inquirenti –. Lui (Gioè, ndr) mi disse: ‘Hanno mezza Italia nelle mani, possiamo fare tante cose’. Io avevo avuto per amico un generale che comandava i servizi segreti (il generale Santovito, ndr.) a Roma. Era una persona perbene, però era il capo dei Servizi segreti. Perciò capivo un po’ di Servizi e quello che c’era sotto. E allora mio cugino cercavo di guidarlo: ‘Sì, fanno favori, però vedi che al minuto opportuno scaricano, stai attento sempre’. L’unica cosa che potevo dire era questa. Non lo so si era poi esposto tanto, perché l’ultima volta che l’ho sentito, Nino era molto preoccupato. Poi l’hanno arrestato e ha fatto la fine che ha fatto”. Il 29 luglio 1993 Antonino Gioè veniva trovato “suicidato” con modalità del tutto anomale. “Fu un vero suicidio – si era domandato il pm Luca Tescaroli nella requisitoria al processo per la strage di Capaci – o una morte procurata per impedire una collaborazione con possibili effetti destabilizzanti su apparati deviati dello Stato? E al riguardo va ricordato che Gioè non è stato solo colui che venne in contatto con i personaggi indicati da Di Carlo, ma è stato il soggetto che aveva avviato quella sorta di trattativa durante la fase preparatoria della strage di Capaci avente ad oggetto il recupero di opere d’arte di provenienza furtiva, a fronte di benefici carcerari per boss mafiosi, quello stesso Bellini che insufflò l’idea in seno a Cosa Nostra, già nel corso del 1992, di colpire i beni appartenenti al patrimonio della nazione (la Torre di Pisa) e che risultò in contatto con appartenenti al Nucleo tutela del patrimonio artistico dei carabinieri prima, e con ufficiali del Ros e della Dia, poi”.

Il ruolo di Marcello Dell’Utri
Un’ampia parentesi è stata quindi dedicata alla figura dell’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, e ai suoi rapporti con Francesco Di Carlo. “Ho conosciuto Marcello Dell'Utri agli inizi degli anni Settanta – ha specificato l’ex boss –. Eravamo giovani, a Palermo. Mi pare di averlo incontrato la prima volta con Tanino Cinà, (Gaetano Cinà, definito dalla sentenza di condanna di I° grado “l’intermediario di alto livello fra l’organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nord”, ndr) che era fratello di un affiliato a Cosa Nostra”. Già nel 1998 le dichiarazioni dello stesso Di Carlo (confluite nel processo Dell’Utri) avevano sortito l’effetto di illustrare il “ruolo” strategico del braccio destro dell’ex premier Silvio Berlusconi. “Siamo alla fine degli anni ’80 – aveva raccontato Di Carlo –. Dico a mio fratello Giulio: ‘Ci parli con Tanino che parla con Dell’Utri per sistemare un ragazzo che io conosco...’ Poi mio fratello mi parla per telefono, e io ci ho detto: ‘Ci sei andato?’. E lui mi dice: ‘Senti qua, vedi che sia Cinà sia Dell’Utri c’hanno ‘u patri ora’. In Cosa Nostra significa tutto. Hanno u patri, mica ci posso andare così, devo fare un’altra strada. In Cosa Nostra significa che sono stati combinati. (...) Quando l’ho visto in televisione, ma questa è una cosa mia, il Signor Dell’Utri, che prima si era un po’ variato, uno di Cosa Nostra non può variare di una parola contro un altro di Cosa Nostra e poi si riprende dicendo pubblicamente, girando la faccia nei microfoni che lui si avrebbe preso ancora il caffè con Mangano ed è un amico suo, sia il Cinà e sia Mangano, ho detto allora è Cosa Nostra. (...) Comunque quando uno deve fare chiarezza, deve fare chiarezza; e ho deciso. Dire un punto che non avevo mai parlato. E non è fantasia mia, perché di Cosa Nostra me ne intendo. Non temo nessuno che mi può contrastare nelle regole di Cosa Nostra”. Una particolare attenzione è stata data alla riunione del 1974 a Milano, negli uffici della Edilnord di Berlusconi, tra i capi della Fininvest, dell’Edilnord e i capi della mafia, che all’epoca erano Stefano Bontate e Mimmo Teresi. Lo stesso Di Carlo era presente a quell’incontro; attraverso le domande del procuratore aggiunto Teresi è stato quindi possibile rivivere quel summit. “Ci vedemmo con Marcello Dell'Utri in un ufficio in attesa di incontrare Berlusconi. Dopo pochi minuti arrivò questo costruttore, Silvio Berlusconi. Ci salutò tutti con una stretta di mano”. Decisamente molto chiaro il commento dell’ex boss di Altofonte su Vittorio Mangano: “Ma quale stalliere di Arcore, Vittorio Mangano era un 'soldato' di Cosa nostra, attento alla sicurezza della famiglia Berlusconi...”.

Il sequestro Moro
Prima di concludere l’udienza l’avvocato Ettore Barcellona (parte civile per il “Centro Studi Pio La Torre”) ha chiesto alcune delucidazioni sul rapimento del presidente della DC, Aldo Moro. “Ricordo che c’è stato subito un ‘movimento’ per vedere se ai politici interessava che facevamo qualcosa”, ha replicato Di Carlo specificando che comunque “Cosa Nostra non fa niente per niente…”. “Mi ricordo che sono stati chiamati Giovanni Gioia, Salvo Lima e qualcun altro – ha specificato poi –. Abbiamo detto loro se dovevamo intervenire per far liberare Moro. Michele Greco mi aveva fatto parlare con il generale Santovito che già dirigeva i Servizi a Roma. Ma i politici ci avevano fatto sapere che a loro non interessava, perché puntavano a fare pressione alle brigate rosse in carcere…”. “Quando parlo con Santovito mi dice: ‘la cosa è più complicata, ringrazia Michele Greco… un giorno ti spiegherò…”.

I verbali depositati
La Procura di Palermo ha depositato agli atti del processo nuove dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Fabio Tranchina e Rosario Naimo. Di entrambi i pentiti i pm hanno chiesto l'esame in aula. Tranchina, ex autista di Giuseppe Graviano, ha raccontato agli inquirenti le confidenze ricevute dai boss di Brancaccio dopo l'arresto di Totò Riina su determinati impegni presi da Cosa Nostra e sulle rassicurazioni in merito a modifiche della legislazione antimafia. Per quanto riguarda Naimo, ex uomo d’onore della famiglia di San Lorenzo, il pm Di Matteo ha spiegato che dovrà riferire “sulle confidenze e sulle preoccupazioni di Antonino Cinà nel periodo compreso tra le stragi del '92 e sui compiti affidatigli in quei mesi dai vertici di Cosa Nostra”. Dalle prime indiscrezioni pubblicate su Livesicilia è emerso che lo stesso Naimo (che per anni ha vissuto negli Sati Uniti) aveva ricevuto la visita di un mafioso siciliano, Benedetto Villico, che gli aveva portato un messaggio di Totò Riina da consegnare ai boss italoamericani Gambino. Nella lettera si ordinava l'omicidio dell’ex “procuratore di ferro” Rudolph Giuliani. Di fatto Naimo aveva fatto sapere a Riina di essere contrario al piano perché, in America, le conseguenze a un omicidio simile sarebbero state gigantesche. Prossima udienza giovedì 6 marzo per la conclusione dell’esame di Francesco Di Carlo.

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