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Processo trattativa Stato-Mafia

Lo Stato-mafia alla sbarra: inizia il processo sulla trattativa

trattativa-riina-subrannidi Lorenzo Baldo - 7 marzo 2013
Palermo. “Visto l'art. 429 c.p.p. il giudice dispone il rinvio a giudizio di: Bagarella Leoluca Biagio, Brusca Giovanni, Ciancimino Massimo, Cinà Antonino, De Donno Giuseppe, Dell’Utri Marcello, Mancino Nicola, Mori Mario, Riina Salvatore, Subranni Antonio, per i reati a loro rispettivamente ascritti nella richiesta di rinvio a giudizio di cui in epigrafe, indicando per la comparizione dei predetti l’udienza del giorno 27 maggio 2013, che si svolgerà alle ore 9.30 davanti alla sezione seconda della Corte di Assise del Tribunale di Palermo, aula B1 Complesso Pagliarelli”. Manca qualche minuto all’una quando il gup Piergiorgio Morosini legge il decreto di rinvio a giudizio nel procedimento sulla trattativa Stato-mafia. In un istante tutta la tensione accumulata fino a quel momento si stempera nell’aria della piccola aula della II sezione penale della Corte di Assise. Unico imputato presente: Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito ha il merito di aver “risvegliato” la memoria a diversi politici e uomini di Stato che a distanza di anni si sono ricordati pezzi importanti di un mosaico che si sta componendo e che raffigura uno Stato-mafia degno di un paese del terzo mondo.

Uno Stato-mafia che finalmente finisce alla sbarra insieme a boss mafiosi di prima grandezza. Un risultato storico per la procura di Palermo che è stata capace di andare fino in fondo in un’indagine insidiosa, sotto il tiro incrociato di una politica corrotta che trasversalmente ha tentato di ostacolare gli inquirenti, per non parlare del massimo livello istituzionale rappresentato dal presidente della Repubblica la cui ingerenza si è fatta sentire pesantemente attraverso il conflitto di attribuzione da lui sollevato per le sue “famose” telefonate con Nicola Mancino. Il gup Morosini si è dimostrato una volta di più un giudice integerrimo, capace di applicare con coraggio e onestà  il principio sacrosanto della legge uguale per tutti. E’ una grande vittoria per l’impianto accusatorio istruito da Antonio Ingroia insieme a Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, con il coordinamento di Vittorio Teresi subentrato ad Antonio Ingroia da alcuni mesi.  Una vittoria che apre la strada al processo del secolo. Che sarà indubbiamente un procedimento in salita, ma che ha tutte le potenzialità per riscrivere la storia della nostra Repubblica liberandola dalle menzogne di tanti rappresentanti delle istituzioni, veri e propri mandanti esterni delle stragi del ’92 e del ‘93. In aula c’è anche Salvatore Borsellino, alla notizia del rinvio a giudizio osserva attentamente il gup e i pubblici ministeri mantenendo calma e sangue freddo. Nella sua estenuante richiesta di giustizia e verità si sta aprendo un nuovo spiraglio di luce parallelo a quello che si è aperto grazie al nuovo processo per la strage di via D’Amelio che sta iniziando a Caltanissetta. Nel decreto che dispone il rinvio a giudizio Morosini specifica come l’impianto accusatorio si articoli su determinati punti in relazione ai quali vengono indicati gli “elementi idonei” a sostenere l’accusa in giudizio.  Viene quindi confermata l’esistenza di un “piano destabilizzante di ‘ricatto allo Stato’ ideato dalla organizzazione denominata Cosa Nostra e portato ad estrinsecarsi in una serie di gravi attentati, per indurre le istituzioni a concessioni sul piano del trattamento penitenziario (art.41 bis OP) e al ridimensionamento della azione repressiva antimafia (legislazione sui collaboratori di giustizia, sulla aggressione ai patrimoni mafiosi, sulle misure cautelari in materia di associazioni di stampo mafioso)”. Allo stesso modo viene confermato che la realizzazione del suddetto piano inizia con l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima e successivamente prosegue con le stragi del 1992 e del 1993 e il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma del 1994. E’ del tutto avvalorata “la percezione della minaccia mafiosa da parte degli organi dello Stato preposti alla prevenzione e alla repressione del crimine mafioso, a partire dall’omicidio dell’onorevole Salvatore Lima”. Resta infine confermata “la conseguente sussistenza di condotte poste in essere da pubblici ufficiali ed esponenti politici di primo piano che, in violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione svolta, instaurano un ‘dialogo’ non autorizzato dalle leggi dello Stato, anche attraverso alcuni intermediari, finalizzato alla concessione di benefici per l’organizzazione in cambio della interruzione della strategia criminosa, così ingenerando negli associati mafiosi la convinzione che gli attentati eclatanti pagano”. “Quella di oggi è la decisione di un giudice terzo particolarmente preparato e rigoroso – ha dichiarato Nino Di Matteo –, questo costituisce la riprova che molte critiche mosse all'indagine erano preconcette e, a volte, in malafede. La decisione di oggi è per noi uno stimolo ulteriore ad approfondire anche tutti i temi di indagine residui a carico di altre persone collegati all'inchiesta sulle stragi mafiose e sul periodo relativo al passaggio tra la prima e la seconda Repubblica. Le indagini proseguiranno”. Dal canto suo Vittorio Teresi ha ribadito che “molti adesso si dovranno vergognare e chiedere scusa”. “Quella di oggi – ha sottolineato il procuratore aggiunto di Palermo – è una tappa fondamentale di un processo difficile non solo tecnicamente, ma che non godeva dei favori del mondo giuridico. Molti hanno detto che non capivano i capi d'accusa, che erano delle assurdità. In questa 'battaglia' ci siamo sentiti soli. Io raccolgo allori che non sono miei, ma dei colleghi che hanno lavorato a questo processo. Oggi finalmente è arrivato un meritato riconoscimento della dignità giudiziaria di una linea molto grave”. “Per assurdo anche se rinviato a giudizio sono molto contento – ha dichiarato Massimo Ciancimino –. Il mio sacrificio per dar vita a questo processo ha trovato fondamento”. “La decisione di rinvio a giudizio che conferma in pieno la ricostruzione della Procura – ha evidenziato Antonio Ingroia –, attesta la bontà di un'indagine fondamentale per il Paese, portata avanti con convinzione nonostante gli insulti e le accuse infamanti che io e i colleghi del pool abbiamo dovuto subire. La decisione del giudice terzo, tra i più autorevoli e competenti, ristabilisce la realtà delle cose e direi che di fronte all'enormità della prova che lo Stato italiano ha trattato con la mafia mentre c'erano ancora per le strade i detriti delle stragi, un Parlamento responsabile risponderebbe istituendo immediatamente una commissione d'inchiesta sulla trattativa. Speriamo che finalmente i tanti che hanno pontificato contro questa indagine abbiano il buon gusto di tacere o quantomeno di chiedere scusa”. Non saranno certo uomini di potere di ieri e di oggi che taceranno o chiederanno scusa, ma il risultato di vederli alla sbarra accanto a boss mafiosi rappresenta un primo passo verso la verità.


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