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Processo 'Ndrangheta stragista

'Ndrangheta stragista, Grigoli racconta le stragi per piegare lo Stato

grigoli salvatore 850di Aaron Pettinari
Il pentito: "Mi dissero che eravamo a 'buon punto'"

Le stragi in Continente; i falliti attentati allo stadio "Olimpico" e al pentito Contorno; le confidenze ricevute da Nino Mangano sui contatti con la politica; il ruolo del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano (imputato in questo processo assieme a Rocco Santo Filippone) e le rivendicazioni "Falange Armata". Sono questi gli argomenti affrontati da Salvatore Grigoli (foto d'archivio), oggi collaboratore di giustizia ed in passato membro del gruppo di fuoco di Brancaccio che partecipò in maniera attiva negli anni delle stragi, durante la sua deposizione al processo 'Ndrangheta stragista, in corso davanti la Corte d'Assise di Reggio Calabria, presieduta da Ornella Pastore. Il pentito è stato sentito la scorsa settimana, prima della trasferta di Roma in cui sono stati ascoltati l'ambasciatore Francesco Paolo Fulci ed il generale Giampaolo Ganzer. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, Grigoli ha riferito di alcuni contatti tra mafia e Stato nel tentativo di limitare il 41 bis, la legge sui pentiti e per altre richieste. E le autobombe di Milano, Roma e Firenze sarebbero dovute servire a far capire allo Stato che doveva cedere.
"Loro miravano che lo Stato si rivolgesse a Cosa nostra per vedere un po' di fermare gli attentati e da lì chiaramente mettersi d'accordo, scambiarsi favori reciproci - ha detto intervenendo in videocollegamento - In passato era già avvenuto altre volte, io ad esempio sapevo che c'era stato il contatto con i Servizi per la questione Moro, per vedere se in Cosa nostra si poteva intervenire". Grigoli, che non era formalmente affiliato a Cosa nostra ma rientrava nella categoria degli "uomini d'onore riservati", di certi temi parlava in particolare con Nino Mangano, divenuto capomandamento di Brancaccio dopo l'arresto dei fratelli Graviano. "Nino Mangano mi disse che c'erano dei contatti con gli uomini dello Stato che c'erano all'epoca - ha aggiunto Grigoli - mi disse qualcosa tipo che 'eravamo a buon punto'. I rapporti li avevano con una corrente politica, con uomini di Forza Italia. Chi? All'epoca c'era Dell'Utri, questa gente qui".

L'attentato all'Olimpico
A detta del pentito è tra la fine del 1993 ed il 1994 che il gruppo di fuoco di Brancaccio si trova ad organizzare una nuova strage, quella ai carabinieri allo Stadio Olimpico. Grigoli partecipò alla preparazione dell'esplosivo, ed anche nelle fasi preparative a Roma. "La bomba doveva scoppiare durante il passaggio delle forze dell'ordine che andavano a fare il servizio di ordine pubblico - ha raccontato Grigoli - Io me ne tornai in Sicilia. Ricordo che mi aspettavo l'attentato a giorni. Poi ci furono problemi e l'auto non esplose". Prima dell'attentato, proprio nella Capitale vi fu anche un incontro, a Torvaianica, con il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano: "Ricordo che lui ci venne a trovare in questa villetta dove eravamo appoggiati. Mi rimase impresso perché era vestito molto elegantemente, con la cravatta, la giacca, il cappotto blu. Non mi era mai capitato di vederlo vestito in quel modo".

Le rivendicazioni "Falange Armata"
Rispondendo alla domanda se avesse mai sentito parlare di sigle particolari il teste ha risposto: "Mi ricordo che alcune cose le disse Francesco Giuliano, lui era un po' chiacchierone. Disse che dopo gli attentati in Continente, per rivendicare l'azione, si facevano telefonate a nome della Falange Armata. Se ne occupava direttamente lui da una cabina. Io ho capito che serviva per sviare le indagini. Al tempo si parlava anche di usare esplosivi diversi. Ad esempio per Contorno fu usato un esplosivo diverso dal tritolo. Cosa era la Falange Armata? Io sapevo che era un movimento politico estremista, qualcosa del genere. Come una sorta di Brigate rosse".

Il sequestro del piccolo Di Matteo
Tra le altre cose Grigoli ha anche parlato del sequestro del piccolo Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia Mario Santo barbaramente ucciso e sciolto nell'acido: "Giuseppe Graviano ci incaricò del sequestro del bambino. Io partecipai al rapimento perché lui veniva in un maneggio nella nostra zona. Eravamo io, Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Giacalone e Fifetto Cannella. Poi lo consegnammo a Brusca e non lo rividi più ma per noi sarebbe tornato a casa. Ci avevano detto che i napoletani avevano avuto successo con i rapimenti dei parenti dei pentiti". Parlando del ruolo di Giacalone in seno alla consorteria mafiosa ha anche ricordato che questi, diverse volte, veniva incaricato di portare delle lettere a Milano: "Queste gli venivano consegnate da Nino Mangano per conto di Giuseppe Graviano o Matteo Messina Denaro. Indirizzate a chi? Non lo ricordo". Infine il teste ha anche riferito dei rapporti con alcuni appartenenti alla 'Ndrangheta, in materia di traffico di stupefacenti ma ha detto di non conoscere rapporti specifici tra Graviano ed i calabresi, pur non potendo escluderli. Intanto ieri l'udienza che sarebbe stata dedicata all'audizione del collaboratore di giustizia Antonio Russo è saltata per problemi tecnici per cui il processo è stato rinviato al prossimo 6 dicembre.

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