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Processo 'Ndrangheta stragista

'Ndrangheta stragista: un arsenale in casa Filippone

di AMDuemila
Un vero e proprio arsenale di armi, dalle pistole alle mitragliette ed armi da guerra, quello che fu scoperto tra l’abitazione di Rocco Santo Filippone (in foto) e quella del figlio Antonio nel 2007 durante una perquisizione dei Carabinieri. A raccontare nel dettaglio gli armamenti trovati nelle due abitazione è il luogotenente Salvatore Scuderi che stamani ha ricostruito l’attività di perquisizione di fronte alla Corte d’assise di Reggio Calabria nel processo ‘Ndrangheta stragista che vede imputati il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, già al 41bis e lo stesso Rocco Santo Filippone. Entrambi accusati per gli attentati ai Carabinieri avvenuti tra il 1993 e il 1994 in cui morirono anche i due appuntati Garofalo e Fava.
Una volta entrati a casa del primogenito Antonio Filippone “si è mostrato subito molto agitato e ci ha consegnato lui stesso una pistola e diversi tipi di cartucce, munizioni da guerra” ha spiegato il teste, oltre a parti di alcune armi corrispondenti ad altre poi ritrovate nell'abitazione del padre.
Nella villa di Rocco Santo Filippone invece, sempre a Melicucco ma in un’altra località, avrebbero cercato di impedire i controlli. Per dissuadere le forze dell'ordine a cercare sotto la cuccia del cane, avrebbero detto che "erano già passati i colleghi” mentre proprio lì furono ritrovate diverse armi, che assieme ai borsoni, scoperti nell’adiacente villa in costruzione del figlio Antonio, “contenenti una latta di polvere da sparo”, attrezzi e manuali utili per la preparazione di armamenti e parti di armi, “fanno pensare ad una vera e propria officina con tutto l’armamentario per costruire munizioni” ha raccontato Scuderi.
Oltre agli armamenti, “nella camera da letto di Pasquale Filippone furono ritrovate anche delle radiotrasmittenti per intercettazioni eventuali di forze di polizia”.
Dopo il luogotenente Scuderi è salito sul banco del testimoni l’ispettore Francesco Mongarzone che ha riferito in merito allo spostamento di Cesare Lupo, capomafia di Brancaccio, e della moglie a Palermo usufruendo di un permesso premio del tribunale di sorveglianza di Potenza. In quell’occasione, Mongarzone ha raccontato di un incontro “tra Cesare Lupo, la sorella Nunzia di Giuseppe Graviano e la madre” oltre ad altri incontri avuti con alcuni pregiudicati siciliani.
Infine nella strada di ritorno verso Melfi, “arrivando a Gioia Tauro i due coniugi si incontrano con Gioacchino Piromalli, co detenuto con Lupo Cesare all’interno della casa circondariale Melfi, anche lui in permesso premio penso”. Incontri quindi non proprio in linea con gli obblighi cui era tenuto rispettare Cesare Lupo che aveva “il divieto d’incontro con altri pregiudicati”.
Il processo riprenderà con la prossima udienza fissata per lunedì 12 febbraio ore 9.00.

Foto © StrettoWeb / Salvatore Dato

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