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Processo 'Ndrangheta stragista

'Ndrangheta stragista: in aula la pista della Falange Armata

maschere eff 610di Francesca Mondin
Il 20 gennaio 1994, due giorni dopo il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, ci fu la prima rivendicazione in chiave terroristica che minacciava altri attacchi alle forze dell'ordine. Meno di due settimane dopo, l'attentato fu firmato Falange Armata. La misteriosa sigla che negli anni '90 minacciò diversi attentati contro le Istituzioni e che rivendicò stragi e omicidi di quegli anni, la maggior parte dei quali furono eseguiti dalle famiglia mafiose di 'ndrangheta e Cosa nostra che avrebbero dato il loro assenso al progetto di destabilizzazione.
Stamani, al processo “'Ndrangheta stragista”, che vede imputati Rocco Santo Filippone ed il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano per gli attentati ai Carabinieri in Calabria, che secondo l'accusa rientrano nel piano di destabilizzazione, è stato ascoltato il funzionario della polizia della sezione antiterrorismo Eugenio Spina. Il teste si è occupato di parte delle indagini ed ha riferito in merito ad alcuni episodi di rivendicazione della Falange Armata ed a parte del materiale d'indagine raccolto finora sulla misteriosa sigla. La prima volta che compare è per la rivendicazione dell'omicidio dell'educatore carcerario Umberto Mormile e “giunge il 22 maggio 1990 con la sigla Falange Armata Carceraria” ha spiegato Spina. Da quel giorno le telefonate e i comunicati con questa firma aumentano “fino a raggiungere il suo apice nel '93 in cui sono attributi alla Falange Armata ben 437 episodi - ha detto il funzionario di polizia - per poi iniziare a diminuire dal '94 in cui sono riportati 291 episodi fino ai 16 rilevati nel 2000”.
Il teste ha ricordato che nell'anno in cui ci furono il maggior numero di episodi firmati della Falange Armata, l'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi chiese informazioni al Cesis sulla misteriosa sigla. Dalla relazione dell'ex capo del Cesis, Francesco Paolo Fulci, emerge “una lista di 16 nominativi che a suo dire facevano parte di Gladio e potevano essere appartenenti alla sedicente Flange Armata” ha spiegato Spina. In particolare, ha precisato il funzionario, “secondo Fulci i vertici del Sismi avrebbero fatto parte o sarebbero stati al corrente dell'organizzazione Flange Armata coincidendo le località di provenienza delle rivendicazioni con i centri Sismi”.

Quelle telefonate avvenute in Calabria

Tra il marzo '93 e l'aprile '94 ci furono dei “contatti di primo e secondo livello” tra le utenze riferibili ad alcuni soggetti condannati al processo di Firenze per le stragi in Continente e “celle calabresi o utenze fisse calabresi”. Questo quanto raccontato da Antonio Petrillo, funzionario della polizia che ha coadiuvato Spina nelle indagini e che ha anticipato i risultati della ricerca fatta nel database di dati telefonici acquisiti all'epoca del processo a Firenze sulle stragi continentali '93-'94.
Tra i ventisette soggetti condannati ricordiamo: Bagarella Leoluca Biagio, Brusca Giovanni, Calabrò Gioacchino, Canella Cristoforo, Filippo e Giuseppe Graviano, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino, Messina Denaro Matteo, Bernardo Provenzano, Spatuzza Gaspare, Tutino Vittorio e Riina Salvatore. I contatti di “primo livello, cioè contatti diretti tra aree calabresi e alcune di queste utenze - ha spiegato Petrillo - sono risultati essere otto”.
Secondo l'accusa ci furono delle riunioni tra boss di 'Ndrangheta ed esponenti della mafia siciliana in cui venne appoggiata, da alcune famiglie calabresi la strategia di destabilizzazione messa in atto da Cosa nostra. Dei contatti tra mafia calabrese e siciliana ne ha parlato diverse volte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che al processo Gotha ha rivelato come Giuseppe Graviano mi spiegò che gli amici calabresi, in particolare il riferimento era alla cosca Molè-Piromalli, si sarebbero mossi su richiesta di Mariano Agate", boss di Mazara del Vallo. Il pentito ha racconto anche di un dialogo avuto con Giuseppe Graviano su alcune “lamentele che giravano in carcere” per opera “soprattutto di napoletani e di qualche calabrese” che “attribuivano a noi siciliani la responsabilità del 41bis... all’ala stragista”. Graviano, dal canto suo, replicò che “E’ bene che parlassero con i loro padri che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Parlando di “padri”, il boss si riferiva ai “responsabili, i capifamiglia” che sia in Calabria che in Campania sarebbero stati parte attiva, “tutti partecipi a questo colpo di Stato”.
Il processo è stato rinviato al 4 dicembre per ascoltare altri funzionari di polizia.

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