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Processo Depistaggio via d'Amelio

Indagini via d'Amelio, per la Procura di Messina ''nessun depistaggio da parte dei pm''

di AMDuemila
"Le indagini, doverosamente svolte secondo l'indicazione della Corte di assise di Caltanissetta, pur avendo imposto a quest'ufficio un considerevole dispendio di energie ai fini di soddisfare il canone della completezza, non hanno consentito di individuare alcuna condotta posta in essere né dai magistrati indagati, né da altre figure appartenenti alla magistratura che abbiano posto in essere reali e consapevoli condotte volte ad inquinare le dichiarazioni, certamente false, rese da Vincenzo Scarantino".
E' questa una delle conclusioni a cui sono giunti i magistrati della Procura di Messina, guidata da Maurizio De Lucia, scritte nella richiesta di archiviazione delle indagini nei confronti dei magistrati, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, oggi rispettivamente avvocato generale dello Stato a Palermo e procuratore aggiunto a Catania, in merito al depistaggio dell'indagine sulla strage di via D'Amelio che aveva al centro la gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino.
Per gli stessi fatti e per la stessa accusa (concorso in calunnia aggravata dall'avere favorito Cosa nostra) a Caltanissetta è in corso un processo contro tre dei poliziotti, membri del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sulle stragi mafiose del '92 di via D'Amelio e di Capaci. I tre, secondo l'accusa, avrebbero in qualche maniera manovrato le dichiarazioni rese dal picciotto della Guadagna, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Un'inchiesta, quella nei confronti degli investigatori e dei pm, nata sulla scorta delle motivazioni della sentenza Borsellino quater in cui si parla in maniera chiara del depistaggio delle indagini certificando che Scarantino è stato "indotto a mentire".
A riportare i passaggi della richiesta di archiviazione è l'agenzia ANSA.
"Indubbiamente, - scrivono i magistrati - senza la successiva collaborazione di Gaspare Spatuzza, di tale falsità (della collaborazione di Scarantino, ndr) non vi sarebbe stata alcuna certezza; tale dato deve fare riflettere su un sistema processuale che, in ben tre gradi di giudizio, non è riuscito a svelare tale realtà. Tuttavia, questa valutazione esula dai compiti di questa Procura della Repubblica, così come ogni valutazione concernente profili diversi da quello penale, per gli indagati e per i magistrati comunque coinvolti nella vicenda processuale".

Il tempo trascorso
Più volte vi sarebbero riferimenti alle molteplici anomalie della vicenda che ha riguardato Scarantino e che ha portato alla condanna all'ergastolo, per l'attentato al giudice Borsellino, di 7 innocenti (Cosimo Vernengo, Gaetano La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso e Natale Gambino, persone offese dal reato di depistaggio). Inoltre si sottolineano le difficoltà avute, 27 anni dopo le stragi, nella ricostruzione di quei fatti. Scrivono ancora i pm messinesi: "Le indagini in questione, svolte, si ribadisce, a distanza di oltre 27 anni dalla strage, hanno ricostruito il contesto nel quale è maturata la 'collaborazione con la giustizia' di Scarantino e le anomalie tecnico giuridiche e valutative che hanno caratterizzato quella gestione, in termini di uso dei colloqui investigativi, di contatti informali con il collaboratore ed i suoi familiari".
Per i pm "il silenzio, ineccepibile in punto di diritto del quale si sono avvalsi" i tre poliziotti sotto processo per il depistaggio a Caltanissetta, Bo, Mattei e Ribaudo, che come i due pm rispondono di calunnia aggravata, "non ha consentito di comprendere quale effettivo ruolo hanno svolto il dottor Giovanni Tinebra - a quell'epoca Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta - ed i suoi sostituti nella gestione di Scarantino, né quale direzione effettiva essi hanno avuto delle indagini. Senza dire che la scomparsa di Tinebra e La Barbera ha impedito, oggettivamente, di acquisire le conoscenze che gli stessi direttamente avevano o potevano avere dei fatti".

Inattendibile Scarantino
Secondo i pm quella di Vincenzo Scarantino non è una figura su cui poter fare affidamento, tanto in passato quanto nel tempo presente, per ricostruire i fatti. Secondo quanto riportato dall'agenzia nella richiesta di archiviazione è scritto che "la principale fonte dichiarativa sulla strage di via D'Amelio, Vincenzo Scarantino, ha continuato, nel corso degli anni, a contraddirsi rendendo, di fatto ed in diritto, del tutto inutilizzabili le sue dichiarazioni, le quali, comunque, non hanno mai assunto un accettabile grado di concretezza in ordine a possibili contatti delittuosi tra lo stesso e magistrati della Procura di Caltanissetta". "Scarantino ha mantenuto tale atteggiamento ondivago anche nel corso dell'interrogatorio reso innanzi a questo ufficio, arrivando a negare circostanze e fatti che, invece, aveva riferito in precedenti contesti giudiziari", aggiungono.
Nelle carte verrebbe anche riportato un esempio rispetto ad alcuni approfondimenti chiesti al falso pentito sulla vicenda dei verbali degli interrogatori con gli appunti scritti a mano che lo avrebbero dovuto aiutare ad "aggiustare" la versione da dare sull'attentato al giudice Borsellino.
Nel corso del Borsellino quater aveva riferito in maniera chiara di averli ricevuti dall'ex pm Annamaria Palma (“Eravamo nei locali dello Sco di Roma. Mentre ci allontanavamo mi diedero questi verbali dei precedenti interrogatori. Me li consegnò un poliziotto al quale li aveva dati la dottoressa Palma”). Alla Procura di Messina, invece, Scarantino non ha saputo riferire lo stesso dato. "Mattei non ricordo se i verbali li avesse già, o se glieli diede qualcuno. Il mio è un ricordo lontano. - ha detto il falso pentito ai pm messinesi - Quello che ho dichiarato nel corso del dibattimento in relazione alla Palma non ricordo oggi se è vero. Non ricordo se Mattei avesse già i verbali o se gli furono dati da qualcuno ... ... non mi sono inventato nulla, però non posso escludere di aver fatto confusione". Sempre interrogato dai pm messinesi, contraddicendosi nuovamente, Scarantino ha negato di aver ricevuto dall'ex pm Palma le foto della villa in cui a suo dire si sarebbe svolto il summit deliberativo della strage perché arrivasse preparato poi alla deposizione e di aver subito pressioni dalla procura.
Tra gli accertamenti svolti dalla Procura di Messina vi sono l'esame delle bobine con intercettazioni di telefonate sepolte negli archivi, l'audizione di svariati testimoni ed indagini. Tra i soggetti riascoltati vi è anche il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia su un confronto a cui fu sottoposto dalla Procura di Caltanissetta con Scarantino nel 1995. Già allora Mannoia aveva concluso, e riferito agli inquirenti, rafforzando quanto detto da altri collaboratori, che il "picciotto della Guadagna" non era un mafioso. Conclusione che Mannoia avrebbe ripetuto anche ai pm messinesi.

Fiammetta Borsellino sentita sui colloqui con Graviano
Tra i testi sentiti dai pm di Messina nell'inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d'Amelio c'è stata anche Fiammetta Borsellino, figlia del giudice assassinato il 19 luglio del 1992 insieme agli agenti della scorta.
Ai pm di Messina ha raccontato del suo incontro in carcere con i boss Giuseppe e Filippo Graviano, capimafia di Brancaccio condannati per l'attentato. La figlia del magistrato, che due anni fa ebbe il permesso di andare a colloquio coi due padrini stragisti, definisce l'incontro "un percorso personale", ma non nasconde di aver sperato che da quel colloquio arrivasse un contributo alla verità pur nella consapevolezza che sarebbe stato molto difficile vista la caratura criminale dei due boss.
La Borsellino, secondo quanto riportato dall'agenzia, ha definito come "grotteschi" i tentativi di Graviano di discolparsi nel tentativo di addossare la colpa del depistaggio delle indagini ai magistrati.
"L'unica cosa che mi sono limitata a dire è che spostare la responsabilità su altri non serviva ad eludere le sue di responsabilità, soltanto questo", ha raccontato ai pm la Borsellino. Di altro tenore, invece, sarebbe stato il tono del colloquio con Filippo Graviano. Quest'ultimo sarebbe apparso più provato, "in uno stato di dolore e prostrazione visibile". "Una persona - ha detto Fiammetta Borsellino - che non aveva imparato la lezioncina a memoria, cioè, lì c'è stato spazio per parlare di dolore, di insicurezze, del fatto che lui, appunto, non rinnegava quello che aveva fatto".
Ugualmente è stata sentita anche l'ex pm Ilda Boccassini, oggi in pensione, che al tempo, in una lettera, aveva messo nero su bianco le sue perplessità sull'attendibilità e sulla gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino. Di lei si parla in un'ampia parte della richiesta di archiviazione dell'indagine sul depistaggio dell'inchiesta sulla strage di via d'Amelio depositata dalla procura di Messina. Sentita dai pm di Messina, Boccassini ha raccontato di aver fatto consegnare la missiva, scritta poco prima di lasciare l'ufficio inquirente di Caltanissetta, a tutti i colleghi, ma nessuno di loro, interrogato successivamente, dice di averla ricevuta. Tutto l'ufficio ne sarebbe venuto a conoscenza anni dopo. Anche il maresciallo a cui Boccassini dice di aver dato la lettera da recapitare ai colleghi non ricorda di averla materialmente fatta avere ai destinatari. Nonostante le lacune e le contraddizioni per la Procura di Messina è però ragionevole pensare che Palma e Petralia, e il loro capo di allora, Gianni Tinebra, poi morto, fossero a conoscenza delle forti perplessità manifestate dalla Boccassini e dal collega Saieva sull'attendibilità delle iniziali dichiarazioni di Scarantino.

Foto © Imagoeconomica

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