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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, Petralia racconta il pranzo con i funzionari Sisde

di Aaron Pettinari
“Solo oggi ho contezza di colloqui investigativi Scarantino ed Andriotta"

Il coinvolgimento dei Servizi nelle indagini sulla strage di via d'Amelio? "I contatti li aveva il Procuratore capo Tinebra. Ma personalmente la presenza di appartenenti al Sisde per me ha un ricordo preciso: un pranzo all'Hotel San Michele dove vi era anche Bruno Contrada, un nome che mi evocava qualcosa di sinistro". I colloqui investigativi di Andriotta e Scarantino? "Ne sto prendendo contezza ora. Di quelli di luglio 1994 (dove Scarantino aveva già iniziato la collaborazione con la giustizia, ndr) ho appreso l'esistenza con stupore alla lettura della sentenza Borsellino quater". Sono questi alcune delle risposte dell'attuale procuratore aggiunto di Catania Carmelo Petralia, chiamato a testimoniare davanti il Tribunale di Caltanissetta nel processo sul depistaggio di via d'Amelio, che vede come imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo accusati di concorso in calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra.
Lo stesso reato viene contestato dalla Procura di Messina proprio a Petralia e alla dottoressa Anna Maria Palma ma, così come aveva fatto la collega, anche il magistrato catanese non si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Una deposizione particolarmente lunga, svoltasi nell'aula bunker nissena, in cui sono state ripercorse le varie fasi d'indagine sull'attentato in cui morirono Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. Petralia arrivò a Caltanissetta già nel 1992, applicato alla Direzione Nazionale antimafia assieme ai magistrati Giordano e Vaccaro. "In principio per via d'Amelio vi fu una partecipazione da parte di tutti i magistrati della Dda alle attività di indagine - ha ricordato -. Poi si è proceduto ad una suddivisione dei compiti.
Già nel 1992 certamente arrivarono la Boccassini e Saieva. Su Capaci vi fu Giordano mentre la Boccassini credo, ma non voglio essere impreciso, che si sia occupata esclusivamente di via d'Amelio. La dottoressa Palma arrivò nel luglio 1994 e fu applicata a via d'Amelio quando già vi era stata l'udienza preliminare davanti al Gup per il Borsellino uno. Sul fronte della Polizia giudiziaria ricordo che vi fu un'evoluzione. Un nostro interlocutore privilegiato, dal punto di vista investigativo, all'epoca era sicuramente la Squadra mobile di Palermo, guidata da Arnaldo La Barbera. Continuai a interloquire con lui fino a quando fu nominato questore a Palermo, non essendo più ufficiale di polizia giudiziaria".

Il pranzo con il Sisde
Rispetto a quel coinvolgimento dei Servizi di sicurezza nelle indagini, che il Procuratore capo Giovanni Tinebra chiese già il giorno dopo la strage, Petralia ha ricordato che al tempo "l'Italia, il mondo evoluto, è stato scorso in maniera incredibile e vi fu un concorso di contributi incredibile. C'erano dei momenti in cui io volevo scappare dalla stanza di Tinebra. Un giorno c'era l'Fbi non so se c'è stato - ha detto per poi ammettere di aver esagerato - il Kgb, il Mossad".
Sicuramente, però, vi fu il Sisde con Bruno Contrada protagonista. "Io lo vidi per la prima volta in un pranzo all'hotel San Michele, dove fui invitato da Tinebra, con magistrati e funzionari, e mi colpì la sua faccia. Poco tempo dopo (dicembre 1992, ndr) seppi che venne arrestato". Di quel pranzo Petralia ha parlato per la prima volta davanti alla Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava.
Alla domanda del sostituto procuratore Stefano Luciani (presente in aula assieme all'aggiunto Gabriele Paci, ndr) se l'allora Procuratore Capo aveva "rapporti diretti" con Contrada Petralia risponde: "Non posso dire che Tinebra li avesse ma il primo contatto era certamente con il procuratore capo. Vi fu un contributo informativo da parte del Sisde. In che modo si sia sostanziato e quanto sia durato non lo so".
Petralia ha anche detto di "non avere memoria" della famosa nota del Sisde, veicolata tramite la Squadra mobile, in cui si faceva riferimento a Scarantino e le sue parentele con ambienti mafiosi.
Successivamente il pm ha elencato una serie di appuntamenti di Contrada con gli inquirenti per parlare di "indagini sulle stragi", estratti dalla agenda dell'ex numero tre del Sisde. E nell'agenda si fa anche riferimento ad un pranzo per San Michele, in luglio. Sarebbe quella la reale data dell'incontro di cui parla Petralia? "Se Tinebra ha annotato scrupolosamente tutti i pranzi che faceva il mio ricordo è completamente messo male. O è così oppure quel pranzo di dicembre Contrada non lo ha annotato".
Poi ha aggiunto: "Il rapporto del Sisde da parte dei magistrati, e ci metto oltre me anche Ilda Boccassini e Fausto Cardella, non c'era. Se questo rapporto c'è stato, come i dati estratti dall'agenda lo attestano, era un rapporto con il Procuratore capo. Mi spiace dirlo ma quella presenza di Contrada mi evocava qualcosa di sinistro. Perché mi riferivano del rapporto di scarsa stima che Giovanni Falcone aveva nei confronti di Contrada. Solo in quel pranzo associai il nome alla persona. Poi ebbi a che fare con Contrada quando fu indagato per un procedimento da me istruito".
Nonostante ciò, però, con Tinebra non parlò mai di quelle "perplessità".

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Anna Maria Palma


Accertamenti mancati su Candura
Nel corso dell'esame altro argomento ha riguardato l'attività investigativa sulle dichiarazioni di Salvatore Candura in merito al furto della 126. "Ricordo che partii da Roma, dove mi trovavo con Genchi per accertamenti sull'agenda elettronica di Falcone. Quindi sentimmo Candura. Ricciardi e La Barbera li trovai sul posto (a Mantova, ndr) se nel verbale c'era anche Genchi vuol dire che venne con me". In quegli interrogatori il falso pentito si autoaccusò del furto. Nel verbale di interrogatorio del 3 ottobre 1992 non compare alcun riferimento ad un manoscritto presente, invece, in un'informativa di Ricciardi e Salvatore La Barbera che verrà inviata alla Sezione omicidi della Squadra mobile il 13 ottobre 1992. Un documento, che sarebbe stato scritto dallo stesso Candura, proprio dieci giorni prima, che diventa importante in quanto vi è anche una planimetria in cui Candura indica le modalità del furto della 126. "Personalmente non la ricordo l'informativa - ha spiegato il magistrato catanese - e sono propenso ad escludere di averla vista. Accertamenti su furto? Buona regola vorrebbe che siano stati fatti su iniziativa della polizia o del magistrato. Se io fossi stato il pm, e voi potrete dire che lo ero, avrei fatto delle verifiche sulla corrispondenza dei luoghi".

I colloqui investigativi Andriotta e Scarantino
Durante l'esame Petralia ha ribadito di non avere conoscenza di colloqui investigativi con il falso pentito Andriotta, richiesti direttamente al Ministro da Arnaldo La Barbera. Ed ugualmente al tempo non aveva avuto contezza di quelli con Vincenzo Scarantino, effettuati dagli investigatori e autorizzati dalla procura di Caltanissetta, anche dopo l'inizio della collaborazione: "Ne ho appreso l'esistenza oggi e al processo Borsellino Quater. Ma non ho avuto, nello specifico, contezza di colloqui investigativi effettuati dalle forze di polizia per le indagini di cui ci stiamo occupando". "Io ho partecipato ai primi due interrogatori di Scarantino del 24 e 29 giugno 1994 - ha detto Petralia - al carcere di Pianosa con i colleghi della Procura di Caltanissetta, tra cui Ilda Bocassini". Petralia ha aggiunto: "Ho provato grande stupore, leggendo la sentenza del Borsellino Quater, nell'apprendere di colloqui investigativi precedenti a questi interrogatori. Mi permetto di dire che in questa tranche d'indagine la mia partecipazione fu limitatissima e non per esimermi da errori eventuali, o peggio ancora, ma le redini delle indagini erano tutte della dottoressa Boccassini che all'epoca aveva l'assoluta fiducia del procuratore capo ed aveva un rapporto privilegiato con il dottor La Barbera. Ho anche il ricordo che quando uscì la notizia di Andriotta che collaborava lei era esaltata perché proveniva dalla Procura dove lei era prima in servizio".

I dubbi sui "falsi pentiti"
Parlando delle indagini compiute nella prima fase con le dichiarazioni di Candura, Andriotta e quindi Scarantino il teste ha spiegato che "oggi è relativamente facile cogliere le criticità di quell'indagine. Ma allora c'erano i poliziotti che portavano elementi che avevano suscettibilità di sviluppo investigativo. Loro ci credevano e io non avevo gli strumenti per sospettare una malafede. La pista andava comunque seguita anche quando ci si trovava di fronte soggetti che non avevano un humus esaltante".

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Ilda Boccassini


La nota Boccassini
Parlando delle note scritte in settembre dalla stessa Boccassini in cui prendeva le distanze da Scarantino e da alcune scelte adoperate dalla Procura, Petralia ha affermato: "Della nota della collega ho saputo dopo. Se avessi avuto contezza delle parole usate dalla collega, che sottolineava la necessità di interrogare urgentemente Mario Santo Di Matteo, Gioacchino La Barbera e Salvatore Cancemi, i tre collaboratori tirati in ballo da Scarantino, precisando che si dovevano rispettare le norme del codice, sarei saltato in aria, perché io non ho mai effettuato interrogatori al di fuori della legge".
Luciani ha poi fatto riferimento ad una frase delle note da cui si evince che Scarantino, già prima del 6 settembre 1994, possa aver fatto i nomi dei tre pentiti ai magistrati. Un fatto che potrebbe essere avvenuto negli interrogatori dell'11 e del 12 agosto. "Non furono fatti quei nomi" ha risposto il test in maniera categorica.
Ma c'è un altro documento che solleva qualche interrogativo: una relazione di servizio del 9 settembre 1994, firmata dallo stesso Petralia ed indirizzata a Tinebra, in cui si dà atto che Mario Santo Di Matteo, in un colloquio avvenuto il 19 agosto 1994, aveva fatto dei riferimenti alla strage di via d'Amelio e alla sua conoscenza con Scarantino. Fatti che non furono mai confermati dal collaboratore di giustizia.
"Certo è grave che avviene dopo 3 giorni da quell'interrogatorio di Scarantino - ha ammesso Petralia - Non so spiegare perché la relazione è di 20 giorni successivi. Ma è certo che tutto ciò vi è stato. Può confermarlo il maggiore Pioppi della Dia. La finalità della reazione era sensibilizzare Tinebra e oliare il meccanismo. Se non ricordo male già a fine 1993 Di Matteo aveva detto che aveva riferito delle sue conoscenze sulla strage di via d'Amelio e prima del sequestro del bambino. Posso escludere che mi sono inventato tutto per giustificare le propalazioni di Scarantino. Riunioni su questo punto in Procura? Non ricordo".

La "ritrattazione" televisiva
Altro tema affrontato è stato quello della famosa "ritrattazione televisiva", andata in onda su Mediaset, il 26 luglio 1995. Proprio Petralia fu il magistrato che si recò a San Bartolomeo a Mare per assumere a verbale Scarantino in quel giorno. "Mi arrivò la notizia che aveva ritrattato quanto ci aveva raccontato sulla strage di via D'Amelio nel corso di una trasmissione televisiva e decisi di andarlo a interrogare subito, perché se ritrattazione doveva essere, questa si sarebbe dovuta fare in udienza non in tv" ha ricordato l'ex pm nisseno. Alla domanda su come si apprese della ritrattazione il test non è riuscito ad essere più preciso. "Non ricordo forse me lo dissero i colleghi. Ho memoria che l'avviso di interrogatorio all'avvocato di Scarantino (Falzone, ndr) fu fatta seduta stante, in aula". Fatto strano, però, è che l'avviso fu consegnato al mattino del 26 luglio, attorno alle ore 10 mentre la telefonata con l'intervista di Scarantino avvenne alle 14. Il servizio, infine, fu trasmesso alle 18. Come potevano investigatori e pm già aver appreso dell'intento di ritrattazione?
Petralia si è comunque detto che quella attività di interrogatorio era strettamente legata alla ritrattazione avvenuta. Oggi in aula ha anche ricordato che "ci ponemmo il problema del sequestro della cassetta ipotizzando il reato di favoreggiamento e fu fatto un decreto. Ricordo di averlo fatto proprio io". Purtroppo ad oggi, come ha sottolineato il pm Luciani, sia la registrazione andata in onda quanto il master integrale non si trovano. Addirittura, come riferito da alcuni testimoni, il file negli archivi Mediaset sarebbe stato cancellato, sempre su ordine dell'autorità giudiziaria. Petralia, però, non ha ricordo di un provvedimento simile.

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Giovanni Tinebra e Arnaldo La Barbera


Clou telefonate
Un altro momento clou della deposizione si è avuto quando si sono chiesti chiarimenti sulla natura di quelle telefonate tra Scarantino e magistrati, proprio nel periodo in cui lo stesso si trovava in località protetta.
La data è quella dell'8 maggio 1995. "Scarantino, ci dobbiamo tenere molto forti perché siamo alla vigilia della deposizione", diceva l'allora sostituto procuratore Carmelo Petralia al picciotto della Guadagna, annunciandogli una visita con il procuratore Giovanni Tinebra e il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. "Ci sarà tutto quanto lo staff delle persone che lei conosce, potrà parlare di tutti i sui problemi così li affrontiamo in modo completo e vediamo di dargli una soluzione. Contemporaneamente iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione alla deposizione al dibattimento". E Petralia ha spiegato: "Dissi di La Barbera ma era solo per tranquillizzare Scarantino, vendendo una merce che non possedevo. Nella telefonata registrata dicevo a Scarantino di non preoccuparsi e di avere quei codici comportamentali che ogni collaboratore di giustizia deve avere. Non volevo prepararlo ma solo dargli dei chiarimenti". Magistrati e investigatori interrogarono Scarantino l'11 maggio 1995, cioè tre giorni dopo la telefonata con il pm Petralia. Il 25 maggio il falso pentito andò in aula per la sua prima deposizione in corte d'Assise. "Spiegavo a Scarantino che iniziava la fase prodromica della deposizione - ha proseguito - e Scarantino era in una fase di stress". "Nel caso di specie prego di contestualizzare - ha detto più volte nel corso della sua ricostruzione - stavamo parlando del primo processo della strage di via d'Amelio. E il soggetto era problematico". Ma cosa intendeva dire con "preparazione alla deposizione?" Oggi il magistrato ha provato a dare una risposta: "Il concetto di preparazione del collaboratore, anche se è stato equivocato al livello mediatico, è quello di rappresentargli come deve comportarsi, che non deve andare fuori dalle righe, che deve evitare di replicare ad eventuali provocazioni: quel codice di regolamentazione che ogni collaboratore di giustizia deve avere di fronte ad una Corte d'Assise composta anche da giudici popolari. Ricordo che si era alla vigilia dell'avvio del primo processo per la strage di via D'Amelio". E poi ancora ha commentato: "È un po' un discorso da mafioso che ho fatto, cose di cui non parlare per telefono, me ne scuso. Riletto oggi chissà che impressione può dare. L'attività che veniva svolta, anche in casi meno problematici, è quella di mettere i collaboratori in una condizione tale da poter essere efficacemente assunti in sede dibattimentale», ribadisce"Il soggetto Scarantino era problematico: nel senso che sicuramente - ha proseguito - tra le tante criticità che hanno i collaboratori, lui era uno di quelli che ne aveva di più. Per cui bisognava 'prepararlo' a una dignitosa deposizione dei fatti... Si tendeva a dargli degli 'ammaestramenti', non nel senso distorto che è stato dato mediaticamente, che non erano altro che quel tipo di indicazioni che gli consentissero di superare lo stress nell'incombenza dell'inizio dell'esame dibattimentale". Per quanto riguarda la disponibilità che Scarantino aveva dei numeri telefonici dei magistrati il teste non ha escluso che gli stessi "possano essere stati dati singolarmente da ogni magistrato o comunque con il consenso degli stessi. Io ricordo che al tempo accadeva che alcuni collaboratori si mettevano in contatto".
Sempre rispetto alle intercettazioni telefoniche sull'utenza del picciotto della Guadagna Petralia ha confermato che erano state disposte per verificare se potevano esservi pressioni provenienti "dalla contro parte" (i mafiosi, ndr) tramite i familiari.

Acquisita Relazione Dia su intercettazioni Scarantino
Ad inizio udienza è stata acquisita dal Tribunale la relazione della Dia con le presunte discordanze sulle registrazioni delle intercettazioni delle telefonate di Vincenzo Scarantino. Nella relazione ci sarebbero delle discordanze tra i nastrini registrati e i brogliacci contenenti le trascrizioni delle telefonate dell'ex collaboratore che era sotto protezione. Ci sono alcune telefonate, tra cui quattro ai magistrati che indagano sulla strage di via d'Amelio, accertate dalla macchina mentre nei brogliacci si legge che era impossibile registrare quelle telefonate. Secondo l'accusa la registrazione potrebbe essere stata staccata volontariamente. Non è d'accordo con questa ricostruzione la difesa dei poliziotti che ha evidenziato come "alcune parti non presenti nei brogliacci sono invece presenti nella registrazione per l'autorità giudiziaria. Che senso ha staccare solo una registrazione?".

Foto © Imagoeconomica

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