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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, Palma: ''Mai pensato a falsità di Scarantino''

di Aaron Pettinari
Nel corso dell’esame chieste spiegazioni anche sulle telefonate con il picciotto della Guadagna

"Io faccio parte dello Stato e siccome voglio contribuire a ricercare la verità anche in questo processo, intendo non avvalermi della facoltà di non rispondere". Con questa premessa, deponendo davanti al Tribunale di Caltanissetta dove si celebra il processo che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei (accusati di calunnia aggravata in concorso), l'ex pm nisseno Annamaria Palma, oggi Avvocato generale di Palermo, ha iniziato il proprio esame.
"Ho ricevuto dalla Procura di Messina un avviso di accertamenti tecnici irripetibili con delle indicazioni di alcuni reati contestatimi che riguardano la necessità di riversare vecchi nastri su nuovi nastri - ha aggiunto il magistrato, a sua volta indagata a Messina assieme al pm Carmelo Petralia, sempre con l'accusa di calunnia aggravata -. Ma su questa informazione la Procura di Messina non mi ha ancora ascoltata".
Così l'udienza odierna è divenuta la sede per ribadire quanto già affermato al Borsellino quater e spiegare quelle che furono le azioni e le valutazioni compiute al tempo in cui si occupò delle indagini sulla strage di via d'Amelio.
"A mente serena posso rispondere compiutamente che Scarantino mostrava una volontà piena di collaborazione - ha subito detto il magistrato difeso dagli avvocati Roberto Tricoli e Luigi Miceli -. All'inizio non ebbi affatto l'impressione di uno che non volesse collaborare, anzi faceva di tutto per accreditarsi".
La Palma ha raccontato che durante gli interrogatori, quando si trovava in difficoltà, venivano fatte delle pause per permettergli di "ripassare" ed aggiustare le dichiarazioni con l'aiuto dei poliziotti. Ma l'ex pm ha escluso che vi siano state interruzioni lunghe. "Fumavamo nella stanza e mangiavamo anche il panino con Scarantino, se ci sono state sospensioni ne abbiamo dato contezza nei verbali, certo se lui doveva andare in bagno non lo accompagnavo di certo io - ha detto la Palma -. Non c'è mai stata una pausa in cui qualcuno gli rinfrescasse i ricordi. Io non l'ho mai rilevato questo, Scarantino oggi può dire quello che vuole. O era un grande attore.... Noi lavoravamo sulla base di quello che lui ci diceva".
Sebbene fosse applicata in Dda dal 14 luglio e avesse partecipato agli interrogatori del falso pentito Vincenzo Scarantino di agosto e settembre 1994, a suo dire, il suo fattivo apporto ad indagini e processi sulla strage di via d'Amelio si sarebbe compiutamente realizzato solo a partire dall'ottobre 1994 "una volta in cui andarono via sia la dottoressa Boccassini che Saieva. All'inizio non ero altro che una spettatrice di un processo che non era assegnato a me. Io ero concentrata sul processo dell'omicidio Livatino".
Tuttavia ciò non le impedì di partecipare ad alcuni interrogatori nel periodo di agosto e settembre. "Ho partecipato al verbale di interrogatorio di Vincenzo Scarantino dell'11 e del 12 agosto 1994 - ha proseguito Palma rispondendo alle domande dell'aggiunto Gabriele Paci - In quelle occasioni non si parlò dei collaboratori Salvatore Cancemi - Gioacchino La Barbera - Mario Santo Di Matteo. Ho partecipato anche al verbale del 6 settembre 1994 nel corso del quale affrontava per la prima volta il tema del coinvolgimento alla riunione nella villa di Calascibetta, da noi sempre ritenuta di natura organizzativa, dove arrivò la chiamata in correità dei tre pentiti. Non ho mai appreso prima che esistesse una preventiva concertazione di Scarantino, e con chi non so, e rimanemmo sconcertati poi perché capivamo che questo poteva avere refluenze negative non solo sul procedimento Borsellino, ma anche su Capaci".
Riferendosi agli album fotografici che furono mostrati a Scarantino la teste ha detto: "Che vi siano stati album non mi meraviglia perché il gruppo Falcone-Borsellino, che indagava sulle stragi del 1992 e guidato da Arnaldo La Barbera, li portava spesso nell'eventualità che potessero esser utili o nei processi o nelle indagini. Ho controllato i nomi dell'album ed ho notato che erano tutti imputati per la strage di Capaci. Leggo Sbeglia, Rampulla, Agrigento, Ganci. Se non lo avessero portato - ha detto Palma - se ne sarebbe parlato nel verbale successivo".

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Arnaldo La Barbera © Imagoeconomica


Rettifica sulla "telefonata" Boccassini-La Barbera
Presenti a quel famoso interrogatorio vi erano anche Carmelo Petralia ed Ilda Boccassini. Quando fu sentita al Borsellino quater la Palma disse che quest'ultima, durante l'esame, avrebbe telefonato ad Arnaldo La Barbera ("Quando esce fuori questa cosa quest’ultima, particolarmente perplessa, chiamò Arnaldo La Barbera che era già questore. La Barbera venne fino alla località protetta, parlarono ma la cosa finì lì…"). Oggi però, dopo aver in un primo momento detto di non aver parlato di telefonate, a seguito di una contestazione dell'avvocato Repici sul punto è stata meno decisa: "Io ebbi l'impressione che fosse uscita a telefonare. Ed ebbi questa impressione perché poi la sera, a verbale chiuso, vidi La Barbera. La dottoressa Boccassini ha sempre negato il fatto quindi mi sono posta il problema che potessi ricordare male io. Evidentemente sarà successo me dice lei. Io sono certa della presenza di La Barbera a fine interrogatorio ma non ho fisicamente visto la Boccassini fare la telefonata. Ho immaginato che la facesse". "Tra l'altro La Barbera - ha detto in un altro momento dell'esame -, come mi raccontò Mario Bo, era solito partecipare alla mostra del cinema a Venezia. Ho cercato sul web per capire se il 6 settembre '94 ci fosse la mostra ed effettivamente c'era, quindi ho pensato solo che si dovessero incontrare dopo per altri motivi. Questa è la verità".

Incongruenze tra pentiti
Tornando a parlare di quel verbale del 6 ottobre, ha confermato che lo stesso rappresentò un elemento che in qualche maniera poneva un problema sulla collaborazione di Scarantino e che la questione fu affrontata dall'ufficio ma non in riunioni con la Boccassini e Saieva.
"L'unica riunione di Dda a cui partecipai al tempo sul punto fu dopo la metà di ottobre quando già la Boccassini e Saieva se ne erano andati. C'eravamo io, il Procuratore Tinebra, Giordano, Petralia, Tescaroli e Di Matteo. In quell'occasione si valutò la necessità di verificare Scarantino, punto per punto. Non ci fu nessun contrasto ma un'unica opinione. Rivedere Scarantino, risentirlo, procedere all'interrogatorio degli altri collaboratori che erano stati da lui chiamati e procedere con il confronto.Tutto fu fatto tra novembre 1994 e gennaio 1995. Nel 1994, per questa ragione il pm Di Matteo va da Scarantino. Fino a quel momento sia io che il dottore Nino Di Matteo eravamo quasi messi da parte".
Certo era che al tempo vi erano anche altre questioni che dovevano essere valutate. Infatti al tempo anche i pentiti Cancemi, Di Matteo e La Barbera non convincevano fino in fondo rispetto alle dichiarazioni su via d'Amelio.
"Cancemi - ha ricordato la Palma - con noi ha mantenuto un ostinato rifiuto di parlare di via D'Amelio. Il 23 novembre '93, prima delle dichiarazioni di Scarantino, disse che alla fase esecutiva avevano partecipato i Graviano, Tagliavia, Tinnirello, Carlo Greco e Pietro Aglieri, confidenza ricevuta da Raffaele Ganci. Ricordo un esame stringente fatto da Di Matteo in cui si chiedeva il motivo per cui Ganci avrebbe fatto quelle confidenze. Cancemi disse: 'Stavamo guardando delle immagini in televisione della strage e in quell'occasione mi fece questa affermazione'. Un punto su cui siamo tornati più volte. 'Ganci se non voleva dirmi una cosa non me la diceva. Ma quando mi faceva affermazioni di questo genere mi diceva sempre la verità. Una dichiarazione importantissima, considerata un punto fermo, a seguito delle dichiarazioni di Scarantino, per chiedere e ottenere poi quelle condanne". Altra questione delicata era la vicenda che vedeva come protagonista il pentito Mario Santo Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe, sequestrato, ucciso e sciolto nell'acido. "Nell'ottobre '94 in udienza al processo di Capaci dice che la volta successiva avrebbe parlato della strage di via d'Amelio. Ma a novembre gli sequestrano il bambino. C'è una famosa intercettazione di un colloquio in carcere con la moglie che lo invita a non parlarne, sappiamo come si è conclusa poi anche la vicenda del bambino, sequestrato e ucciso. Di Matteo da quel momento in poi non parlerà più, si è trincerato avvalendosi sistematicamente della facoltà di non rispondere".

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Il magistrato, Ilda Boccassini © Imagoeconomica


La lettera Saieva-Boccassini
Ad una specifica domanda sui contrasti o la valutazione diversa in ordine all'attendibilità di Scarantino la Palma ha ribattuto: "Non parlerei di contrasti ma di dispareri. Comunque la Boccassini, per quanto a mia conoscenza che non mi riteneva un referente valido per parlare di queste cose, non mi ha mai detto nulla. Né ho mai vista la famosa nota che scrisse con Saieva". Rispetto a quella missiva, che fu inviata alle Procure di Palermo e Caltanissetta il 12 ottobre 1994 la Palma ha detto di averla vista per la prima volta in aula, durante l'udienza del Borsellino quater. "Qualcuno faziosamente ha detto che fu indirizzata anche a me e al collega Petralia, invece non è mai stato così. Io quel documento non l'ho mai conosciuto, non l'ho mai visto. A me non è stato mai recapitato nulla. Le parole della Boccassini sulle attività di interrogatorio da svolgere nel rispetto del codice di rito? Ripeto, nessuno di noi ha mai svolto atti di cui oggi non c'è traccia, è stato fatto tutto rispettando le norme del codice. E poi ho già detto che io assunsi funzione nel processo da fine ottobre".
Durante l'udienza non sono mancati i momenti di tensione tra la Palma, ed alcuni avvocati di parte civile, tanto che il presidente D'Arrigo si è anche trovato costretto a sospendere l'udienza. Durante l'esame l'ex pm nissena è scoppiata in lacrime ("Io a questo Stato ho regalato il 50 per cento della mia salute oltre all'affetto che mi ha fatto perdere di mio figlio per avere poi che cosa? Per essere indagata ingiustamente. Mi scuso, ma questa cosa non la tollero, soprattutto perché mi trovo nelle condizioni di dovere essere attaccata dai familiari del giudice Borsellino che io ho adorato, non la tollero perché profondamente ingiusta").

I colloqui investigativi post collaborazione
Tra i temi affrontati nel corso dell'esame anche quella serie di colloqui investigativi che furono effettuati a Pianosa, dopo l'avvio della collaborazione con la giustizia.
"Io non ne ebbi mai conoscenza nel corso di tutto il giudizio di primo grado e forse neppure durante il secondo - ha spigato la Palma -, è chiaro che oggi lo so che ci furono dei colloqui investigativi. Io non ho mai autorizzato colloqui investigativi in questo processo, non ne ho mai avuto notizia dell'esistenza, se non attraverso queste nuove indagini che state svolgendo voi. Non avrei autorizzato un colloquio investigativo nei confronti di chi aveva già iniziato a collaborare, non ne vedevo il motivo. I colloqui, poi, sono prerogativa del procuratore della Repubblica, venuto a mancare".
Inoltre la magistrato, ha spiegato anche il motivo per cui non si pose il problema se mancassero o meno i verbali dei sopralluoghi compiuti da Scarantino alla carrozzeria Orofino. "Mentirei se dicessi che li ho visti o non li ho visti. Il mio ricordo è di aver appreso il dato nel corso del dibattimento e di non aver visto fogli. Non mi posi il problema. C'era una sua dichiarazione che ci dava la sua consapevolezza, almeno visiva, della carrozzeria Orofino: di Tinnirello che dice a Orofino 'Pinù leva tutti cosi, rumpi u lucchetto' e lui che risponde 'ma spirugghio io'. Questa immagine visiva, questa frase, ci aveva convinto che lui avesse potuto dire una cosa vera. Abbiamo dato per buono quindi che i sopralluoghi fossero andati a buon fine. Ma quei sopralluoghi non li ho disposti io".
Tra le tante dichiarazioni di Scarantino vi erano anche autoaccuse di omicidi su cui indagò Palermo per competenza. "Io ho ricordo che vi furono anche dei riscontri di cui si diede atto nei processi. Alcuni atti furono fatti congiuntamente tra Palermo e Caltanissetta. Ad esempio a settembre 1994 siamo io, Ingroia e Sabatino. Ma anche altri. Quando sentiamo Scarantino al primo dibattimento a Palermo sappiamo che c'è ancora attività istruttoria ma non sappiamo come è finita. So molto tempo dopo che fu ritenuto inattendibile anche se non so sotto quale profilo, se i riscontri non fossero stato sufficienti o meno. Certo è che questa notizia dell'abbandono di Palermo su Scarantino non l'abbiamo ricevuta o forse l'ha ricevuta il dottore Tinebra. Non c'è dubbio che, col senno di poi, sarebbe stato opportuno che di fronte a quella divergenza intervenisse il Procuratore nazionale antimafia".
Altra domanda ha riguardato il mancato confronto tra Candura e Scarantino. "Si tratta di una strategia che il pm adotta. Un modo di indagare. Non sfociò in un confronto perché ritenevamo di offrire alla Corte nella maniera più genuina le loro dichiarazioni e non creare così una fonte di inquinamento. In modo da far visualizzare subito le discrasie e le contestazioni diverse, senza dare un prodotto confezionato permettendo al giudice di formare il proprio convincimento. La valutazione finale era del giudice".

Le indagini su Contrada
Proseguendo nella deposizione fiume ha quindi dichiarato di non aver mai visto Tinebra incontrare Contrada. Sull'ex numero tre dei servizi ha ricordato di aver aperto un fascicolo assieme a Di Matteo e Petralia, "proprio per verificare l'eventuale sua presenza in via d'Amelio il giorno della strage".
"Non ho mai sentito parlare di questi rapporti, salvo leggendo articoli di giornale - ha riferito oggi la Palma -. Non ho mai incontrato nessuno del Sisde né Contrada, mai avuto sentore di incontri fra il procuratore Tinebra e uomini del Sisde, anche perché eravamo in corridoi diversi e stavamo a lavorare nelle nostre stanze dalla mattina alla sera. Svolgemmo indagini sulla presenza di Contrada sul luogo della strage, non ricordo da dove partimmo, ma verificammo anche questa ipotesi: che il primo verbale della prima volante potesse essere stato strappato perché dava la presenza di Contrada sul posto, per cui era rimasto in piedi solo il secondo verbale redatto dopo". Pian piano è stata ripercorsa l'intera inchiesta partendo da quei tabulati telefonici che dimostravano la presenza di Contrada in barca, a largo di Mondello, per poi arrivare all'incriminazione dell’allora funzionario di Polizia Roberto Di Legami o l'incontro al Viminale tra Borsellino e Contrada.

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L'ex poliziotto, Bruno Contrada


Borsellino al Viminale
"La pista su Contrada fu seguita, approfondita - ha ancora detto la Palma -. Siamo andati oltre e abbiamo sentito anche Aliquò, allora procuratore aggiunto di Palermo che lo aveva accompagnato a luglio all'interrogatorio di Mutolo: avevamo la conferma che Borsellino fosse andato al ministero dell'Interno, lo avevamo letto anche in un'agenda in cui lui annotava i suoi appuntamenti e spostamenti, una grigia dell'Enel. Agenda che ho scoperto andando a trovare la vedova Borsellino per convincerla a testimoniare al processo. Mi portarono nel suo studio, sul tavolo c'era questa agenda e chiesi di poterla sfogliare. Era ferma al 17 luglio. Mi fu detto che conteneva le stesse cose dell'agenda rossa sotto il profilo degli spostamenti. Il giorno che era andato al Viminale era lo stesso in cui aveva proceduto all'interrogatorio di Mutolo, che a sua volta aveva detto che Borsellino aveva ricevuto una telefonata dal capo della polizia Parisi. Aliquò, che lo accompagnò, ci ha detto di essere stato quasi sempre nella stanza con Borsellino in attesa di essere ricevuto dal ministro Mancino, ma non poteva escludere che si fosse allontanato anche per fumare. Ipotizzammo quindi che fu in quell'occasione che Borsellino incontrò Contrada, incrociandolo magari in un corridoio. Perciò, sentimmo anche Mancino. Lui negò di avere incontrato Borsellino, non lo ricordava, cosa che ci creò molti sospetti perché era impossibile che non lo conoscesse. Lui continuò a negare ostinatamente".

Spiegazione alle intercettazioni
Parlando della tutela di Scarantino, affidata al Gruppo Falcone Borsellino, la Palma ha ribadito di non essersi mai posta il problema in quanto all'epoca "eravamo alla preistoria della collaborazione. Avevamo Cancemi affidato al Ros, La Barbera e Di Matteo allo Sco, si optò per questa scelta per lui, ma non la feci io". Quando il pm Stefano Luciani le ha mostrato un documento in cui si stabiliva l'affidamento della tutela al gruppo fino alla sottoscrizione del programma di protezione ha affermato di vedere lo stesso "oggi per la prima volta".
Ha anche dichirato di aver saputo, all'epoca, che l'utenza dei familiari di Scarantino fosse sotto intercettazione prima della sua decisione di collaborare, non dopo.
"Non ricordavo che ci fossero intercettazioni anche durante la collaborazione, non so se ci sono atti a mia firma, io non lo ricordo. Agli atti vi è una richiesta a firma mia e di Petralia del 21 dicembre 1994? Allora lo avrò saputo".
Nel corso del controesame dei legali Scozzola e Di Gregorio la Palma ha anche parlato delle intercettazioni che l'hanno vista interloquire al telefono con lo stesso Scarantino. Registrazioni che sono agli atti del processo dopo la trasmissione delle trascrizioni, dei brogliacci e degli audio, da parte della Procura di Messina. "Al tempo noi avevamo la consapevolezza che questa collaborazione di Scarantino sarebbe stata minata dalla famiglia, perché avevamo già visto i tentativi fatti con manifestazioni pubbliche, richiamo di giornalisti, alcuni pare stazionassero sotto l'abitazione della famiglia, e i tentativi da parte della moglie. Noi avevamo il fondato convincimento che Scarantino, che finalmente aveva deciso di collaborare, potesse essere indotto a inquinare e ritrattare le dichiarazioni, indotto dalla famiglia e dall'avvocato dell'epoca, Petronio, di cui proprio Scarantino parla in un'intercettazione, descrivendolo come un succube del cognato Salvatore Profeta".
"Leggendo i brogliacci ne vedo la conferma che ci sono tentativi continui - ha proseguito la Palma -. 'Non pensi a noi che siamo innocenti? Non pensi a noi che siamo rimasti fuori e ci uccideranno?', lui era convinto di collaborare. In quel momento quella era la verità che avevamo, questo brogliaccio è la conferma che abbiamo fatto bene a intercettarlo".
Ovviamente non sono mancate domande, in particolare dagli avvocati Di Gregorio e Scozzola, sulle registrazioni che li hanno riguardati in prima persona. Perché Scarantino chiamava anche i magistrati. "Ho questo ricordo del Procuratore Tinebra in corridoio che ci disse che aveva dato a Scarantino i nostri numeri d'ufficio e del cellulare - ha risposto la teste ad una domanda dell'avvocato Greco (legale dei figli di Borsellino) - Noi non lo accettammo di buon grado. Non era piacevole ricevere continue lamentele, per questioni di soldi o questioni logistiche. E noi avevamo una gran mole di lavoro. I ripensamenti sulla collaborazione? Non ne ha mai parlato di ripensamenti. Era un personaggio psicologicamente labile e forse per questo Tinebra gli diede i nostri numeri. Non era inusuale comunque che un collaboratore chiamasse un magistrato se non parlava di atti processuali".
Poi ancora, rispondendo alle domande delle parti civili, ha proseguito: "Scarantino parlava anche dei bambini, della scuola, se imparavano o meno, se li accompagnavano, ma non mi parlò mai di quello che leggo nel brogliaccio, che voleva che ci andassero certe persone anziché altri, io non lo so chi andava da lui". A quel punto però gli è stata contestata un'intercettazione in cui si fa riferimento alla presenza di uno dei membri del Gruppo Falcone e Borsellino, Maniscaldi. "Come sapevo che era presente? Me lo avrà detto qualcuno" è stata la risposta della Avvocato generale di Palermo.
Successivamente le è stato chiesto cosa poteva dire sulla telefonata in cui ad essere protagonisti sono il pm Petralia ed il picciotto della Guadagna.
Nell'intercettazione, depositata solo di recente al processo, Petralia, dice: "'Scarantino, ci dobbiamo tenere molto forti perché siamo alla vigilia della deposizione', annunciandogli una visita con il procuratore Giovanni Tinebra e il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera". Era l'8 maggio 1995. "Ci sarà tutto quanto lo sfaff delle persone che lei conosce, potrà parlare di tutti i sui problemi così li affrontiamo in modo completo e vediamo di dargli una soluzione - diceva - Contemporaneamente iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione alla deposizione al dibattimento".
"Per prima cosa - ha immediatamente spiegato la Palma - credo che debba essere chiesto a Petralia cosa volesse dire. Io posso dire che non ho ricordo di Tinebra e La Barbera a quegli interrogatori precedenti il dibattimento. Comunque preparare un collaboratore è una cosa che si è sempre fatta e molti pm continuano a farlo anche oggi. Non ha un significato di suggerimenti ma di spiegare a un collaboratore che non è mai entrato in un'aula di giustizia, come si svolgerà il dibattimento, chi si troverà davanti. Lo fanno anche gli avvocati. Non c'è nessuna norma che vieti la cosiddetta preparazione. Un termine veramente infelice perché non si riferisce a suggerimenti o a dare ordini. La controprova della inesistenza della 'preparazione' di Scarantino del termine si ha proprio nelle sue lamentele e numerose contestazioni che gli ho posto".

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Vincenzo Scarantino


La "ritrattazione" televisiva
Altro argomento affrontato quello della famosa ritrattazione televisiva del 26 luglio '95 in un'intervista al giornalista Angelo Mangano. "Non so nulla ancora oggi di quella registrazione - ha detto in aula - Il mio ricordo è che ero in aula e Petralia mi disse che non sarebbe venuto perché c'era un problema con Scarantino. Seppi cosa avvenne il giorno dopo quando lessi il verbale". Una dichiarazione che stride con quanto disse all'Ansa proprio il 26 luglio, pochi minuti prima dell'interrogatorio tra Palma e Scarantino. "Questo è il mio ricordo, ma se ho fatto quelle dichiarazioni probabilmente Petralia deve avermi già avvisato - ha spiegato ancora - Ci fu anche la discussione fra Scarantino e Mario Bo. Il dirigente del gruppo era entrato in casa per chiedergli spiegazioni proprio delle dichiarazioni fatte col cronista, ma Scarantino pensò che invece fosse entrato in casa per parlare con sua moglie. Scattò la sua solita gelosia e ci fu un diverbio fra loro. Il brogliaccio si ferma al 9 luglio, peccato che non proseguì, oggi non avremmo tutti questi dubbi, anche su quella che è stata definita una ritrattazione televisiva. Anche se non la chiamerei così perché la ritrattazione si fa davanti a un giudice". Alla domanda se furono fatti accertamenti su quanto avesse detto Scarantino al giornalista l'ex pm nissena ha proseguito: "Non fu una ritrattazione, la ritrattazione è giuridica. Scarantino la sera stessa si scusò e fece ammenda per quello che aveva detto e dichiarò di voler continuare a collaborare. Per me quell'episodio era chiuso".
Certo è che fu aperto comunque un fascicolo dove furono compiute delle attività tra cui il sequestro della cassetta dell'intervista ed il servizio andato in onda su Italia Uno.

Affondo Basile
Nel corso dell'esame la Palma ha anche parlato di Rosalia Basile, che assunse a verbale il 18 agosto 1995. "La signora Basile, all'epoca sua moglie, aveva paura per i figli e per sé stessa, capiva che la sua posizione di moglie di un collaboratore le era di grande nocumento - ha affermato la teste - era una donna intrisa di mafiosità, perché viveva in un ambiente mafioso, con rapporti di parentela mafiosa e ricevendo pressioni da parte della criminalità organizzata".
"La signora - ha poi aggiunto - riceveva due milioni di lire ogni sette-dieci giorni da Pino Greco, il fratello di Carlo Greco, per tramite di Aglieri. Questo ci disse Scarantino. Non ha mai pagato un soldo per la difesa del marito, perché era la criminalità organizzata a pagare. Con questi elementi potevamo pensare che Scarantino fosse un personaggio stupido? Uno che poteva contrabbandare droga e sigarette dove voleva, doveva essere per forza protetto. E c'era quel rapporto di parentela con Profeta, che non era uno qualsiasi, su di lui aveva indagato lo stesso Borsellino".

Nuova perizia su brogliacci e nastrini
Prima della fine dell'udienza (il processo è stato rinviato al prossimo 10 gennaio, ndr) il procuratore aggiunto Paci ha chiesto al Tribunale di disporre una perizia su una parte del brogliaccio redatto dagli operatori del gruppo 'Falcone e Borsellino' e sui nastrini relativamente a quelle parti in cui si indicano "interruzioni per guasti tecnici". Dalle registrazioni depositate emerge che alcune intercettazioni si sarebbero interrotte, tra cui quelle con i pm Palma e Petralia con Scarantino. E ora i magistrati vogliono vederci chiaro. "Emerge una discrasia, le telefonate non corrispondono a quelle che emerge dai brogliacci", ha detto Paci. Oggi si sarebbe dovuto sentire anche l'altro pm, Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto di Catania, ma il Presidente del Tribunale Francesco D'Arrigo ha ritenuto di rimandarlo in un'altra udienza.

Foto in copertina © Imagoeconomica

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