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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, Scarantino: ''Da Di Matteo nessun suggerimento per le dichiarazioni''

di Aaron Pettinari
L'ex picciotto della Guadagna accusa solo i poliziotti: "Loro mi facevano credere che dietro c'erano i magistrati"

"I poliziotti mi hanno fatto credere che i magistrati sapevano ogni cosa. Io mi trovavo nel deserto dei tartari. La Polizia mi aveva convinto che poliziotti del gruppo 'Falcone e Borsellino' e i magistrati fossero la stessa cosa, ecco perché sono arrivato ad accusare i magistrati. Io ero un ragazzo rovinato dalla giustizia, non ero un vero collaboratore di giustizia. I magistrati mi contestavano le cose tre o quattro volte, quando non capivo niente, io uscivo e poi trovavo la risposta che dovevo dare ai magistrati. Se io ho coinvolto i magistrati è perché i poliziotti mi hanno fatto credere che fossero un'unica cosa". Riparte da qui la testimonianza del falso pentito Vincenzo Scarantino, sentito ieri in controesame al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via d'Amelio che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra, per aver suggerito una falsa ricostruzione della fase esecutiva della strage che portò alla condanna di soggetti estranei all'attentato di via d'Amelio. Un'udienza di oltre quattro ore dove Scarantino, rispondendo alle domande delle parti civili, ha escluso che a condizionarlo nelle sue dichiarazioni siano stati i magistrati in parte smentendo quanto aveva dichiarato nel recente passato di fronte ai pm nisseni ma anche al Borsellino quater. Inoltre, più volte, ha ribadito che era stata la "Polizia a convincerlo" di quella considerazione "perché Arnaldo La Barbera (che era a capo del gruppo investigativo, ndr) aveva uno strapotere. Era considerato come un Gesù Cristo. Il gruppo 'Falcone e Borsellino' era molto potente. Anche i carabinieri dovevano abbassarsi i pantaloni (erano sottomessi, ndr) davanti a loro". Secondo quanto riferito dal teste anche dopo i famosi confronti con i pentiti Cancemi, Di Matteo e La Barbera, "i poliziotti mi dissero che potevo stare tranquillo. Venni rassicurato perché bastava che continuavo a rimanere fermo nella mia posizione. Ma io avevo capito che era andata malissimo. Perché non dissi nulla ai pm? Non potevo perché Bo e La Barbera mi dicevano che certe cose non potevo dirle ai magistrati ma che mi dovevo sfogare con loro perché poteva essere che poi i magistrati scrivevano".

Distinguo necessari
La grande stampa ha parlato in maniera indistinta di ritrattazione delle accuse, come se l'ex collaboratore di giustizia avesse parlato in questi anni in maniera indistinta di tutti i magistrati che all'epoca si occuparono della strage. Ovviamente è necessario effettuare dei distinguo nelle varie dichiarazioni da lui effettuate perché le accuse che lo stesso Scarantino aveva lanciato nel corso del tempo sono state particolarmente diverse da soggetto a soggetto. “Il dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, il dottor Carmelo Petralia neppure - ha detto ieri in aula - Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage. Io ho sbagliato una cosa sola: ho fatto vincere i poliziotti, di fare peccare la mia lingua e non ho messo la museruola”.
Scarantino aveva "chiamato in causa" Di Matteo nel '98, nella cosiddetta udienza a Como, nella quale, ritrattando pubblicamente, disse di aver accusato mafiosi e imputati perché “sollecitato” dai pm. E in quel giorno nell'aula di giustizia vi erano i magistrati Palma e Di Matteo, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia. Quelle accuse del "pupo vestito" (come lui stesso si era autodefinito in passato) si rivelarono infondate tanto che il 29 dicembre 2000 archiviò l'inchiesta su tutti i magistrati, compreso Petralia, che furono indagati per abuso di ufficio e falso. Il Gip di allora, Alfredo Gari, scrisse anche che quella ritrattazione aveva fatto emergere l'esistenza di una "macchinazione finalizzata a delegittimare i magistrati". Oggi, parlando della ritrattazione di Como Scarantino ha detto: "Io quando sono andato a ritrattare dicevo voi, ma intendevo lo Stato, perché lo Stato mi ha rovinato la vita. Io parlavo dello Stato intero".
Al Borsellino quater, nel 2015, Scarantino disse chiaramente che a Di Matteo non aveva mai detto di essere un pentito fasullo (e lo stesso ha ribadito oggi), ma anche di non aver mai chiamato direttamente il pm per telefono. Proprio il pm Di Matteo, durante la sua testimonianza al quarto processo sulla strage, precisò che il picciotto della Guadagna lo aveva chiamato sul telefono cellulare lasciando dei messaggi. “Qualcuno, certo non io, diede al collaboratore di giustizia la mia utenza telefonica - disse a Di Matteo - Ricordo che era maggio giugno, io avevo finito un'udienza del processo Saetta e spensi il telefonino. Quando lo riaccesi c'erano otto messaggi vocali di Scarantino che si lamentava che diceva di voler tornare in carcere 'nell'inferno di Pianosa' piuttosto che vedere tradite 'le promesse di assistenza' alla sua famiglia. Mancate promesse che imputava al dottor Gabrielli, dirigente del servizio centrale di sicurezza, e poi ad Arnaldo La Barbera e Vincenzo Ricciardi. Scarantino si lamentava sempre di queste persone, ma a me non ha mai detto di essersi inventato le cose o che gliele avevano fatte dire. Se lo avesse fatto avrei fatto delle relazioni di servizio. Di queste cose, in riferimento alla sua assistenza si lamentava spesso ma erano cose non rilevanti processualmente. Solo poi ho saputo che a dare il mio numero era stato il Procuratore capo Tinebra”.

Le accuse contro Petralia-Palma e Tinebra
Durante un interrogatorio, reso il 14 febbraio 2014 (interrogato dopo un'intervista rilasciata a Michele Santoro) Scarantino aveva accusato anche l'ex Procuratore Giovanni Tinebra, deceduto nel 2017. "Una volta dissi al dottor Tinebra - aveva detto - che non sapevo niente (delle stragi, ndr). E lui mi rispose: 'Stia tranquillo, questa cosa lei la deve prendere come se fosse un lavoro. Un lavoro vero. Stavo male, andavo a casa, piangevo e me la prendevo con mia moglie". Dichiarazioni che gli sono state contestate sia dagli avvocati Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola ma il picciotto della Guadagna oggi ha inserito quella risposta in un contesto differente: "Io volevo un lavoro vero e Tinebra mi disse che anche collaborare con la giustizia era un lavoro...".
Per quanto riguarda Petralia in passato il teste aveva dichiarato di avergli parlato della sua innocenza mentre le accuse più pesanti erano state rivolte nei confronti della dottoressa Anna Maria Palma: "Piangevo con la dottoressa Palma, e lei mi disse: 'Stia tranquillo, che se non hanno fatto questo, hanno fatto altre cose e pagano", riferendosi alle persone che furono condannate all'ergastolo ingiustamente, come si scoprì solo molti anni dopo.
Contro la Palma agli atti ci sono anche le dichiarazioni della ex moglie di Scarantino, Rosalia Basile, che aveva riferito dei "suggerimenti" che avrebbe ricevuto dal magistrato di "non testimoniare nel corso dei precedenti processi, avvalendosi della facoltà di non rispondere o mandando un certificato medico" ma anche di un verbale di interrogatorio, reso il 18 agosto 1995. Secondo la Basile, in quella occasione, il magistrato avrebbe rivelato che alcune contestazioni fatte allo Scarantino erano state “fatte apposta” in quanto era stato “tutto preparato”. Ma la Palma ha sempre rigettato queste accuse (Sul punto vi fu anche un confronto al Borsellino quater). Parlando della deposizione della ex moglie al Borsellino uno, durante il quarto processo sulla strage Borsellino Scarantino aveva accusato la Palma in maniera chiara (“La dottoressa Palma mi ha detto ‘sua moglie ci ha messo in difficoltà’, io dovevo salire sul ring per contestarla") mentre oggi ha detto di "non ricordare" ipotizzando di "aver fatto confusione" anche se ha ribadito "che le cose che ha detto mia moglie sono vere perché io gli dicevo così a lei. Anche quando a luglio a Genova venni interrogato da Petralia e tornai sui miei passi dopo la ritrattazione televisiva. Dissi che il verbale l'aveva fatto tutto lui ma la verità è che dovevo giustificarmi con mia moglie per quel passo indietro. Petralia mi tranquillizzò soltanto".
Alla domanda dell’avvocato Vincenzo Greco, legale di parte civile dei figli di Paolo Borsellino, se di recente è stato avvicinato da qualcuno “per cambiare idea” il picciotto della Guadagna ha risposto: “Non mi ha contattato nessuno. Oggi sono sereno, anche se sono un senzatetto, non lavoro e non ho niente. Ma sono sereno”.
E alla domanda sul perché, rispetto a 3 anni fa, "ha cambiato idea su alcuni soggetti" ha risposto: "Io non ho cambiato idea. Con questi processi ci convivo tutti i giorni dal 1992 al 2019. E ci penso sempre. E oggi mi sento di dire che il dottor Petralia e il dottor Di Matteo non mi hanno mai suggerito niente".
Sulle "divergenze" affiorate tra le dichiarazioni di Scarantino e quelle della ex moglie l'avvocato Di Gregorio ha chiesto un confronto tra l'ex pentito e la Basile con il Presidente del Tribunale di Caltanissetta, Francesco D'Arrigo, che si è riservato di decidere alla conclusione dell'esame.
L'avvocato Scozzola, invece, prima di concludere il suo esame ha anche chiesto che le trascrizioni delle deposizioni di Scarantino al processo siano trasmessi alla Procura di Caltanissetta "affinché proceda per calunnia". Ma anche su questo la Corte si è riservata di decidere. Il processo proseguirà il prossimo 19 giugno per proseguire con il controesame di Vincenzo Scarantino. La prossima volta toccherà all'avvocato Giuseppe Seminara, legale dei poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Successivamente all'avvocato Giuseppe Panepinto, legale di Mario Bo.

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