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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, chiesta archiviazione per quattro poliziotti

aula forze dell ordine c imagoeconomicadi Aaron Pettinari
La Procura di Caltanissetta ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, avviata a carico di quattro poliziotti del Gruppo Falcone e Borsellino che si occupò delle indagini sugli attentati del '92. La richiesta, che ora è al vaglio del gip, riguarda Giuseppe Antonio Di Ganci, Giampiero Valenti, Domenico Militello e Piero Guttadauro. I poliziotti erano accusati di concorso in calunnia per aver in qualche maniera imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino costringendolo ad accusare persone innocenti.
Militello e Guttadauro, si occuparono del "picciotto" della Guadagna Vincenzo Scarantino, oggi loro accusatore principale, durante il periodo di detenzione a Pianosa. Nel febbraio 2016, chiamati a testimoniare al processo Borsellino quater per riferire sui colloqui investigativi avvenuti a Pianosa dal 4 al 16 luglio 1994 (colloqui che furono autorizzati dal pm Ilda Boccassini), si avvalsero della facoltà di non rispondere.
Guttadauro era un poliziotto di fiducia di Arnaldo La Barbera e di lui Scarantino aveva raccontato che si era presentato come “l'ispettore Valenti” e che lo chiamava “Giampiero” ed era sempre accanto all'ex questore di Palermo. Nel giugno 2016, infatti, durante il processo andato a sentenza nell'aprile 2017, durante la sua testimonianza Scarantino ha raccontato che il Giampiero Valenti che era stato sentito in un'udienza precedente non era quello che si trovava con lui a Pianosa.
Un sospetto, questo, già maturato quando fu sentito Valenti al processo: disse di aver svolto nel 1995 attività di protezione a Scarantino a San Bartolomeo al Mare (Imperia) durante il periodo di detenzione domiciliare, ma di non essersi mai occupato di colloqui investigativi né di sopralluoghi.
Secondo l'accusa sarebbe stato quindi Giacomo Pietro Guttadauro ad aver rivelato in gran segreto la deflagrazione di una Fiat 126, "fatta saltare in aria dalla Polizia a Bellolampo”, poco prima della strage di via d’Amelio, per testare l’esplosivo.
Assieme a Domenico Militello fu inviato a Pianosa, dal 4 al 13 luglio 1994, per occuparsi della sicurezza di Scarantino durante la detenzione. “Una protezione - aveva raccontato Scarantino - perché poteva essere che qualcuno mi faceva male”.
Secondo le accuse del picciotto della Guadagna, però, assieme a La Barbera lo avrebbero costretto anche ad imparare a memoria quei dettagli falsi, poi raccontati ai magistrati.
“Mi hanno prelevato all'aeroporto di Boccadifalco per fare i sopralluoghi e ho esplicitamente detto che non sapevo nulla della strage - ha raccontato ai pm Scarantino - Poi il dottor La Barbera, Militello e Giampiero mi hanno mostrato le foto dei posti, sicché sono stato in grado di descriverli negli interrogatori fatti davanti ai magistrati”.
Evidentemente le indagini non hanno consentito di trovare i riscontri a queste affermazioni.
Si tratta questo del terzo filone di indagine sui poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino. Nel gennaio 2016 è stata archiviata dal Gip nisseno Alessandra Giunta quella sui tre ex poliziotti del pool Falcone e Borsellino Mario Bo, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera indicati dai tre falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura come gli autori delle pressioni e delle violenze nel loro confronti al fine di ottenere dichiarazioni pilotate. Dominus di quella squadra investigativa era stato l'ex questore Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002), affiliato per un periodo ai Servizi segreti con il nome in codice di “Rutilius” e descritto nella richiesta di archiviazione dei pm nisseni come “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio”.

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Vincenzo Scarantino in un frame d'archivio


"Con l’odierna richiesta di archiviazione - ha detto l'avvocato Giuseppe Seminara - si avvia verso la conclusione il procedimento che ha visto ingiustamente indagati i miei assistiti Domenico Militello, Giuseppe Di Ganci e Giampiero Valenti. Agli stessi non è mai stata contestata alcuna specifica condotta e dalle indagini eseguite non è mai emerso alcun comportamento illecito o scorretto, posto in essere durante il loro servizio nel gruppo Falcone-Borsellino. Le gravi accuse sono state ritenute non sussistenti dalla Procura di Caltanissetta che ha richiesto l’archiviazione". Seminara è anche il legale degli altri due sottufficiali Fabrizio Matteo e Michele Ribaudo, sotto processo assieme al funzionario Mario Bo. I tre sono sotto processo davanti al tribunale nisseno con un'accusa pesantissima: calunnia in concorso aggravata dall'aver favorito la mafia. Lo scorso 6 dicembre è stato nuovamente sentito il falso pentito Salvatore Candura che, pur tra diverse incertezze, è tornato ad accusare i poliziotti raccontando le pressioni subite. "Prima dell'interrogatorio del 3 ottobre 1992 (che diede inizio alla sua "falsa" collaborazione) mi ripetevano continuamente di non essere ansioso, che dovevo essere deciso nelle affermazioni in modo da convincere il magistrato che stavo dicendo la verità. Il nome di Luciano Valenti? Lo inserii io per far capire che in realtà non c'entravo niente. E poi La Barbera mi fece il 'cazziatone'". Candura ha anche ricordato alcune problematiche che vi erano tra le sue dichiarazioni e quelle di Scarantino: "Sul furto della macchina io dicevo che l'avevo consegnata a lui in una traversa di via Cavour mentre lui diceva che io l'avevo consegnata alla Guadagna. C'era anche l'ipotesi di un confronto ma io mi rifiutai. La Barbera mi diceva sempre di stare tranquillo". E lo stesso accadde quando Scarantino ritrattò per la prima volta le proprie dichiarazioni.
Candura ha anche raccontato un episodio che lo ha riguardato in prima persona. "Io mi recai una volta al tribunale di Milano e parlai con il segretario della dottoressa Boccassini. Volevo parlare con lei ma non era presente. Quel segretario si fece l'appunto e poi successe un finimondo. La Barbera mi riprese perché avevo osato andare al tribunale".

La ritrattazione finale

Rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto Gabriele Paci Candura ha anche spiegato i motivi per cui, nel 2008, in un primo momento ha continuato a non dire veramente le cose. "Riconfermai le mie vecchie deposizioni alla Procura perché avevo paura di incontrare le persone di prima, il dottor Ricciardi ed altri funzionari. Poi ho visto facce nuove e persone che non c'entravano niente e all'indomani richiamai il mio avvocato e dissi che era mia intenzione definitiva di dire tutta la verità e che quello che avevo detto prima era falso". Proprio sulla mancata ritrattazione prima di quella data ha insistito il controesame dell'avvocato Seminara. "Io avevo saputo che nel 2002 era morto La Barbera, ed anche che Spatuzza aveva iniziato a parlare ma avevo paura degli altri che potevano esserci - ha detto ancora Candura - Io all'interrogatorio del 2008 vidi che vi erano altri, ma non decisi subito di collaborare anche perché non si era presentato l'avvocato Lucia Falzone e mi fu assegnato un avvocato d'ufficio, Tornabene. E a lui l'indomani dissi che volevo dire veramente tutta la verità".
Candura ha poi accusato il funzionario Ricciardi ("mi minacciava e mi ha dato pure qualche calcio, ma usava più che altro le minacce verbali, nel parlare") ed anche Mario Bo che vide negli uffici della Mobile nei giorni del suo arresto nel settembre 1992 ("C'era questo signore, io piangevo e lui mi disse di stare tranquillo e che ormai ero nelle mani del dottore La Barbera che mi avrebbe aiutato"). Il processo è stato infine rinviato e la nuova udienza è prevista domani mattina quando verranno sentiti Vincenzo Pipino, Maurizio Chianese e Giovanni Stagliano mentre per il giorno successivo sarà ascoltato l'ex funzionario Gioacchino Genchi.

Foto © Imagoeconomica

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