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Processo Capaci bis

Processo ''Capaci bis'', Avola: ''Dagli Usa venne un esperto di esplosivi''

di AMDuemila
Il pentito Riggio accusa ex poliziotto: "Peluso mi disse che non fu Brusca a premere telecomando"
Ed i boss Madonia e Tutino ricusano la Corte d’Assise d'Appello

"Nel '92 ho conosciuto un esperto di esplosivi a casa di Aldo Ercolano (capomafia catanese ndr). Era poco più alto di 1.80, robusto, capelli scuri. Vestiva elegante. Mi dicevano che era venuto per dirci come si preparava un esplosivo. Aveva la parlata tipica dell'italo americano. Mi fu presentato come appartenente alla famiglia mafiosa americana di John Gotti. Ci disse come funzionava questo esplosivo potentissimo, come piazzarlo, come ottenere le frequenze giuste e l'utilizzo del detonatore. Mi fu presentato perché doveva partecipare alla strage di Capaci". L'ex killer catanese Maurizio Avola, chiamato a deporre nell'ambito del processo d'appello bis per la strage costata al giudice Falcone in corso davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta, scandisce bene le parole mentre risponde alle domande dell'avvocato Salvatore Petronio.
Già in passato Avola, che con le sue dichiarazioni ha fatto riaprire le indagini sulla morte del giudice Antonino Scopelliti, era tornato a parlare della strage di Capaci offrendo ulteriori elementi rispetto alla già nota consegna dei telecomandi che sarebbero stati utilizzati da Brusca.
Negli anni Novanta, infatti, Avola aveva ammesso di aver portato dell'esplosivo T4 a Termini Imerese senza sapere quale sarebbe stato il suo utilizzo, nell'ultimo anno il pentito catanese, che si trova in carcere da oltre 20 anni, ha aggiunto altri dettagli: "L'esplosivo era morbido, della consistenza del pongo. Era all'interno di bidoni utilizzati per le olive. Non so quale fosse la marca di esplosivo che era contenuto nelle casse che portammo a Termini Imerese. Sicuramente c'era il T4, quello con la consistenza del pongo. Gli altri panetti erano un po' più piccolini di forma tondeggiante e di colore marrone scuro. Non so dire se l'esplosivo che ho maneggiato sia il Semtex.
Ercolano mi disse di preparare due di questi bidoni pieni".
Rispondendo ad una domanda dell'avvocato di parte civile Felice Centineo Avola ha aggiunto che "il programma stragista cominciò nell'aprile del 1991 quando fu deciso l'omicidio di Antonino Scopelliti. Fu deciso in provincia di Trapani in una riunione di capi mandamento. Doveva essere una catena di omicidi. Questa era la strategia. Si parlava del fatto che si doveva fare la guerra allo Stato a partire dai magistrati".

I Santapaola e le stragi
Secondo Avola "Marcello D'Agata era contrario alle stragi e mi sconsigliò di parteciparvi, ma non voleva dire di no ad Aldo Ercolano. Nitto Santapaola sapeva pure lui che portavo l'esplosivo a Termini Imerese ed entrambi erano contrari alle stragi, ma non si potevano opporre all'alleanza con i corleonesi".

Fuori dal programma di protezione
Avola, da tempo fuori dal programma di protezione, ha spiegato che questo gli fu revocato nel luglio 1997 "per avere commesso delle rapine". Quindi ha proseguito: "Quello che dico ai magistrati, lo faccio da ex collaboratore, solo perché lo voglio dire. Per dare un contributo alla giustizia. Io non ho niente dallo Stato, non ho auto, non ho appartamenti o soldi. Ma voglio solo dare un contributo alla magistratura. Io non ho chiesto nessun beneficio di legge, ho quasi finito di scontare un cumulo di condanna a 30 anni".
E poi ancora ha commentato: "Solo oggi si sta facendo piena luce sulle stragi. Ci sono tante cose che non avevo detto alla magistratura, perché ci sono certi magistrati che cercano solo la verità e altri... Alcune cose le ho riferite solo di recente perché certe volte dipende da come viene preso un collaboratore... Prima i magistrati volevano solo sentirsi dire delle cose, parlavano più della politica. oggi non è più così".

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Il magistrato Giovanni Falcone © Shobha


Riggio e le accuse contro ex poliziotto Peluso
Durante l'udienza odierna è stato anche sentito Pietro Riggio, ex agente penitenziario, che ha accusato l'ex poliziotto Giovanni Peluso (che smentisce categoricamente) di aver preso parte alla strage di Capaci. "Ho conosciuto Giovanni Peluso nel 1999 quando ero detenuto a Santa Maria Capua Vetere - ha detto oggi in aula il pentito - Proprio in quel periodo di detenzione ho conosciuto diversi ex appartenenti alle forze dell'ordine. Tra loro anche un certo Giuseppe Porto. So che entrambi hanno avuto rapporti con i servizi segreti e Peluso ha fatto parte del Sismi".
Nel processo sono anche stati depositati i verbali di confronto avvenuto lo scorso 7 marzo tra Riggio e Peluso, indagato quest'ultimo per strage.
"Ci conosciamo - spiegò allora nel confronto - Noi siamo stati insieme al carcere di Santa Maria Capua Vetere nella seconda parte del 1999. All'interno di questo carcere, oltre a Giovanni Peluso, ho conosciuto Giuseppe Porto, Pasquale De Nicola e Vacca, che era un pugliese, anche lui poliziotto. All'interno dello stesso carcere, diciamo fu creato un progetto di fare una specie di task force al momento in cui sarei stato scarcerato, per giungere alla cattura di Provenzano e quindi dare tutte quelle che erano le indicazioni di mia conoscenza affinché ciò avvenisse". Per Riggio "il progetto si sviluppò il 10 luglio 1999 quando sono stato prelevato al carcere di Santa Maria Capua Vetere da personale della Dia di Roma, portato a Roma e...". "Ho incontrato il colonnello Pellegrini, l'allora capocentro della Dia di Roma - avrebbe detto ancora Riggio - unitamente a un certo zio Tony, avevo ricevuto giorni prima da parte di Giuseppe Porto una missiva, un telegramma, in cui si diceva il modo con cui lo avrei riconosciuto".
L'ex agente penitenziario avrebbe dunque parlato di alcuni particolari sulla strage di Capaci a lui riferiti dallo stesso Peluso: "Mi disse un altro aneddoto della situazione che riguardava il trasporto dell'esplosivo all'interno di questo tunnel, che era avvenuto con degli skateboard. Ricordo che le parole furono queste, trasporto dell'esplosivo all'interno del tunnel avvenuto con gli skateboard". Quindi aggiungeva sempre nel confronto: "Peluso mi disse: 'Ma tu sei sicuro, credi ancora che il tasto del telecomando l'abbia premuto Brusca?' Io rimasi spiazzato. 'Mah - dissi - non lo so perché mi dice questo'. Però ho intuito subito, nell'immediatezza dei fatti, che sicuramente conosceva, sapeva qualche cosa, o diretta o de relato o non so come, che gli facesse affermare questa cosa che Brusca effettivamente non avesse premuto lui. O era convinto che avesse premuto, diciamo, questo famoso timer per fare saltare in aria Falcone". Sempre in quel verbale, riportato oggi dall'agenzia Adnkronos, Riggio avrebbe anche riferito altri elementi. Ad esempio avrebbe parlato del volo aereo con cui Falcone giunse a Palermo in quel sabato: "Nessuno poteva sapere la destinazione (dei voli, ndr) del giudice Giovanni Falcone, se non gli addetti ai lavori, e gli addetti ai lavori non erano certo mafiosi. Sicuramente era una fonte dello Stato... Falcone si alzò in volo con un aereo dei Servizi", ha detto il collaboratore di giustizia e lui (Peluso ndr) mi dice che il codice viene dato dalla destinazione a 10 mila piedi di altezza, anche 15 mila piedi. Nessuno lo poteva sapere".
Nel corso del confronto, il poliziotto ha smentito il collaboratore di giustizia: "E' tutto falso. Dal 2000 che non ho rapporti con Riggio. Lo escludo al 100%. Non potevo esserci. Stavo al corso per sottufficiali. Come facevo ad andare a Capaci?".

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Il boss corleonese Bernardo Provenzano


Oggi Riggio, deponendo in videoconferenza ha anche parlato di contatti che avrebbe avuto con i servizi segreti: "Ho avuto contatti con i servizi segreti, poi se sono stati servizi segreti o pseudotali non lo so...". I contatti di Riggio con gli 007 sarebbero stati "dal novembre 1998 al marzo 2000, all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, poi sono continuati dopo la mia uscita dal carcere, tra il 2002 e il 2003, e poi quando sono stato riarrestato". Inoltre ha anche riferito di aver avuto "dodici colloqui investigativi" fatti, "due con il Ros di Caltanissetta e altri dieci di cui si è persa traccia. Non li ho neppure trovati nel mio fascicolo personale...".
Sempre tra il 2002 ed il 2003 Riggio aveva appreso notizie su Bernardo Provenzano. Il boss corleonese, arrestato nel 2006, in quel periodo si sarebbe interessato della 'messa a posto' per i lavori di metanizzazione in alcuni paesi del palermitano: "Era stato fatto l'appalto per il gas che si fece in otto paesi della provincia di Palermo, da Cerda a Valledolmo, da Alia a Roccapalumba. Io ero in contatto con la dottoressa Brancato della Gas spa che avevo conosciuto con il commercialista Lapis", ha detto il collaboratore di giustizia. "Fui incaricato dalla stessa dottoressa Brancato - ha aggiunto Riggio - al fine di 'mediare' per la messa a posto per i paesi che si stavano metanizzando, affinché non succedesse niente. Si trovavano destabilizzati. Io feci presente la cosa ad Angelo Schillaci, ma dopo un mese arrivò la risposta di Bernardo Provenzano che mi disse che io mi dovevo mettere da parte e che ci avrebbero pensato i responsabili di ogni paese per la messa a posto per la metanizzazione". Poi ha parlato anche dell'appalto "per realizzazione diga Blufi che si trova vicino a Caltanissetta"."Fui costretto a interessare Bernardo Provenzano per quanto riguarda la fornitura di inerti - ha rivelato - Mi era arrivata una 'ambasciata' da Angelo Schillaci che teneva i rapporti con Provenzano. Il trasporto degli inerti li doveva fare una ditta di Bagheria. Io sono rimasto basito, come mai una ditta di Bagheria potesse portare gli inerti a Blufi. Questa cosa mi ha allarmato. Scrissi una lettera che consegnai nelle mani di Angelo Schillaci che la trasmise a Provenzano e dopo un mese ricevetti la risposta".
Il processo Capaci bis ha visto in appello la riapertura del dibattimento per permettere alle parti di valutare proprio le dichiarazioni di Avola assieme a quelle di altri collaboratori di giustizia come Pietro Riggio, che di recente ha iniziato a parlare dell'Attentatuni. Dopo recenti sviluppi investigativi effettuati proprio in base alle dichiarazioni di Avola e Reggio saranno anche chiamati a testimoniare Raimondo Di Natale ed il boss Marcello D'Agata e la genetista Nicoletta Resta. Imputati nel processo sono i boss Salvatore Madonia, ritenuto capomandamento della famiglia di Resuttana, Cosimo Lo Nigro,Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. In primo grado furono tutti condannati all'ergastolo, tranne Tutino che venne assolto per non aver commesso il fatto. Adesso Madonia e Tutino hanno presentato istanza di ricusazione per il presidente della Corte. L'annuncio è stato dato dai legali dei due imputati all'inizio dell'udienza. Nei giorni scorsi Tutino e Madonia sono stati condannati all'ergastolo nel processo d'appello 'Borsellino quater' dalla stessa Presidente della Corte Andreina Occhipinti. "E' una anticipazione di giudizio - spiegano i legali - le fonti di accusa sono sempre le stesse". L'istanza è stata depositata alla Corte solo ieri che ha comunque ritenuto di non interrompere il processo. Sull'istanza deciderà un'altra sezione della corte d'appello nissena. Il processo va avanti e la pronuncia sulla richiesta di ricusazione dovrà arrivare prima della sentenza. La prossima udienza si terrà il 29 novembre.

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