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Processo Capaci bis

Strage Capaci, Cosa nostra esegue ma ''possibili cointeressenze''

capaci copyright shobha 2La requisitoria al processo Capaci bis
di Miriam Cuccu

Ci sono nuovi elementi "rispetto a quelli emersi nei precedenti processi" che parlano di "possibili cointeressenze di ambienti esterni a Cosa nostra, riferibili ai servizi segreti, alla massoneria o a forze politiche più o meno strutturate". Così il pm Stefano Luciani, pubblica accusa nel processo Capaci bis, descrive nella sua requisitoria il quadro "ne esaustivo, ne sufficiente" sul contesto in cui maturò la decisione di far saltare in aria l'autostrada di Capaci per uccidere Falcone. Un contesto "emerso da fonti processuali" che "è giusto rappresentare".
Sottolinea Luciani: "Un conto è ciò che Cosa nostra abbia deliberato al suo interno, un conto sono le possibili interferenze nella decisione, derivante da contatti dell'alto esponente mafioso di vertice con ambienti istituzionali che abbiano deciso di percorrere un cammino insieme all'organizzazione criminale, qualcosa che eventualmente si aggiunge ma non elide alcunchè ai fini di questo processo". Il "bis" del dibattimento per la strage di Capaci, infatti, vede alla sbarra come imputati i mafiosi Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, (componenti del gruppo di Brancaccio accusati di aver reperito e predisposto l'esplosivo) insieme al boss Salvino Madonia, a cui si contesta di aver partecipato alla riunione di commissione in cui si decise l'"attentatuni".

Attacco frontale e nuove proiezioni politiche
Quanto alle "possibili cointeressenze", prosegue Luciani, emergono copiose dichiarazioni di pentiti che fecero parte dell'élite di Cosa nostra. A cominciare da Francesco Di Carlo, le cui ricostruzioni, oltre a quelle emerse dal defunto confidente Luigi Ilardo, "ci descrivono un contesto, probabilmente alle spalle di Cosa nostra, che aveva interesse anche a contrastare l'azione giudiziaria di Falcone, oltre a quella del dottor Borsellino". Poi ci sono Maurizio Avola, Filippo Malvagna e Antonino Giuffrè, secondo i quali "nelle riunioni di Cosa nostra prima della stagione stragista si discusse della necessità di 'fare la guerra per fare la pace'". E quindi, spiega il pm, "una strategia di attacco frontale allo Stato funzionale alla ricerca di nuovi referenti politici". Avola si spinge ancora oltre, sostenendo che "le stragi dovevano servire proprio per consentire la discesa in campo di nuove forze politiche. Accanto a queste dichiarazioni si aggiungono quelle di Salvatore Cancemi e Francesco Onorato http://www.antimafiaduemila.com/home/ci-vediamo-a/257-processi/54917-processo-capaci-bis-udienza-del-28-aprile-15.html", i quali parlando di quanto appreso dal boss Salvatore Biondino "descrivono la stessa necessità", ossia di "cacciare i vecchi affinché i nuovi possano entrare in contatto". Tra l'omicidio Lima e la strage di Capaci è sempre Cancemi (oggi deceduto) a raccontare che "zu' Totuccio si era incontrato con persone importanti", tanto da spingerlo ad avere "una premura incredibile nel compiere l'esecuzione della strage di Borsellino" fino a dire al boss Raffaele Ganci, che aveva mostrato perplessità al riguardo, "la responsabilità è la mia". Anche Giovanni Brusca, "secondo cui qualche contatto tra nuovi politici con Riina vi era stato" corrobora le parole degli altri collaboratori di giustizia.

Votate Forza Italia!
Le nuove proiezioni politiche, sostengono ancora i pentiti presi in esame da Luciani, Cosa nostra le aveva trovate in Forza Italia. Figure-chiave quelle di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (oggi condannato per concorso esterno), i cui rapporti con la mafia siciliana risalgono (sostiene Cancemi) "agli anni '81-'83, quando gli imprenditori mandavano i soldi a Cosa nostra" ma poi "proseguiti anche in epoca successiva". Tanto che "Riina aveva detto a Mangano di farsi da parte in quei rapporti perché li aveva lui nelle mani".
Parola di Totò Riina, "Dell'Utri era amico suo e non si doveva toccare", afferma Avola, che insieme a Malvagna e Di Pasquale parla "dell'ordine all'interno di Cosa nostra di votare per la nascente Forza Italia". Mentre Grigoli assicura che "i fratelli Graviano avevano nelle mani Marcello Dell'Utri".
Non solo politica, ma anche imprenditoria e massoneria, aggiunge Luciani, "come ulteriore possibilità di contatto di Cosa nostra nella progettazione e ideazione della strategia stragista". Come conferma la "tastata di polso" raccontata dal pentito Giuffrè, "un sondaggio tra ambienti imprenditoriali e politici vicini a Cosa nostra per valutare la condivisione o meno degli obiettivi", o "i contatti avvenuti alla fine del '91 a Messina" (riferiscono sempre Avola e Malvagna). Per non parlare del fatto che, aggiungeva ancora Avola, "i contatti sono proseguiti dopo le stragi del '92 con l'incontro all'hotel Excelsior" a Roma, in cui erano presenti Cesare Previti, il finanziere Pierfrancesco Pacini Battaglia, i boss Eugenio Galea e Marcello D’Agata, il massone Michelangelo Alfano e un tale “Sariddu”, che poi aveva scoperto essere l’ex avvocato barcellonese condannato per associazione mafiosa Rosario Pio Cattafi.
"Ulteriore elemento di novità - sottolinea il pm - le dichiarazioni dei collaboratori Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina". A quest'ultimo vanno ricondotte le dichiarazioni in cui parla "dei discorsi fatti dopo l'arresto di Riina secondo cui a quel signore (Dell'Utri, ndr) dovevano tutto perché era stato l'artefice della strategia che aveva consentito a Cosa nostra di avere nuovi contatti che avrebbero portato benefici". Che sarebbe andato tutto bene ne era sicuro lo stesso Leoluca Bagarella (riferisce il pentito Di Pasquale) che in carcere lo rabbonisce dicendo che i problemi di Cosa nostra si sarebbero risolti "grazie a questi contatti".
Spatuzza, invece, aveva parlato di quando Giuseppe Graviano, alla presenza anche di Cosimo Lo Nigro, mentre entrambi esprimevano le loro rimostranze sulle vittime innocenti fatte a Firenze con la strage di via dei Georgofili, il boss di Brancaccio aveva detto "se ne capissero di politica, e alla risposta negativa aveva replicato 'io sì, e allora occorre portarci dietro ancora un poco di morti, perché ne verrà nel buono per tutta l'organizzazione mafiosa" riferendosi all'attentato allo Stadio Olimpico a Roma, poi fallito. E come non nominare "l'incontro di Spatuzza con Giuseppe Graviano al bar Doney", in cui il boss di Brancaccio disse di "avere il paese nelle mani", parlando di Dell'Utri e Berlusconi?

Dubbi su "faccia da mostro"
Sulla "partecipazione alla fase esecutiva della strage di soggetti estranei a Cosa nostra", nello specifico dell'ex poliziotto Giovanni Aiello, alias "faccia da mostro", Luciani afferma che "le dichiarazioni raccolte mostrano una tesi suggestiva". Così come sulle possibili connessioni della strage di Capaci con "il fallito attentato all'Addaura e gli omicidi Agostino-Castelluccio e Piazza". A cominciare da quanto riferito dai pentiti Villani e Di Giacomo, considerate "nell'insieme generiche", per poi passare a quelle dei collaboratori Francesco Marullo, "il cui esame è stato costellato da imprecisioni, non ricordo e discrasie importantissime" e Vito Lo Forte, che lo smentisce. In realtà, precisa il pm, il primissimo a parlare di "faccia da mostro" fu Luigi Ilardo, confidente del colonnello Riccio, "le cui confidenze però non si sono potute sviluppare" a seguito della sua uccisione, appena prima di ufficializzare la collaborazione con la giustizia.
"Tutte le dichiarazioni - dice la pubblica accusa - provengono da soggetti che non sono di area palermitana (Di Giacomo e Villani, ndr), non organici a Cosa nostra (è il caso di Marullo e Giovanna Galatolo, ndr) o inseriti nei piani bassi dell'organizzazione" come Lo Forte, mentre "soggetti apicali del calibro di Cancemi o Brusca non hanno mai parlato di questi fatti".

Foto © Shobha

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