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Processo Capaci bis

Strage Capaci, nessun soggetto esterno: ''Dubbi risolti su fase esecutiva''

falcone c shobhadi Miriam Cuccu
Prosegue la requisitoria al processo "bis" per l'attentato a Falcone

"Dal punto di vista tecnico l'innesco effettuato a Capaci era efficace. L'attentato non fu a regola d'arte e l'esplosione, anche se non fu franca (non detonò tutto il materiale esplosivo, ndr) raggiunse lo scopo prefissato". Così il pubblico ministero Onelio Dodero, riprendendo la requisitoria al processo Capaci bis, ha descritto l'attentato con cui il 23 maggio '92 morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. E questo perchè, ha continuato il pm davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta, "l'imperfezione tecnica è stata compensata dalla notevole quantità di esplosivo". Così, grazie a quei 400 chili immessi nel cunicolo, venne sventrata l'autostrada all'altezza dello svincolo di Capaci creando un cratere largo 14 metri e scaraventando alcune macchine in transito a 60 metri di distanza.
Da cosa era composto l'esplosivo e in che modo ottenne l'effetto cercato, ha illustrato Dodero, è frutto di diverse ricostruzioni dei consulenti tecnici, prima e dopo la collaborazione dei pentiti Giovanni Brusca, Gioacchino La Barbera, Mario Santo Di Matteo, Giovanbattista Ferrante. All'indomani della strage, infatti, i consulenti erano propensi a credere all'utilizzo del nitrato d'ammonio puro, che però non avrebbe potuto esplodere con un solo detonatore, secondo quanto riferito da La Barbera. "I primi consulenti tecnici - ha spiegato il pm - hanno inizialmente supposto che l'originaria carica esplosiva fosse stata successivamente rafforzata con l'aggiunta di ulteriore sostanza esplosiva, ora gelatinato, ora plastico". L'ipotesi di questa "seconda mossa", tra l'altro, era stata affiancata dal misterioso ritrovamento, a 63 metri dal cratere, di un paio di guanti in lattice, un tubo di mastice consumato a metà e una torcia elettrica, al tempo "rimasti senza paternità". Il rinvenimento degli oggetti, insieme alla segnalazione della "presenza di veicoli in quel tratto autostradale (poco prima della strage, ndr) senza un'esauriente spiegazione", aveva "alimentato il sospetto non solo della mano di Cosa nostra, ma anche di soggetti estranei intervenuti per agevolare quell'esito".

Pezzi mancanti
E per soggetti estranei alla mafia, ha specificato Dodero, si intende "esponenti infedeli delle istituzioni, riferibili a forze dell'ordine, a servizi di sicurezza ed a entità all'interno dell'area squisitamente politica" che "possono aver congiurato con Cosa nostra ora ispirando, ora suggerendo o anche partecipando all'organizzazione dell'attentato di Capaci" per favorire un "dissesto democratico". Si tratta, ha detto il pm, di "un eventuale concorso che traeva un concreto e plausibile spunto da alcuni interrogativi lasciati irrisolti dal precedente dibattimento giudiziario". A cominciare dal ritrovamento di quei tre oggetti ai margini del cratere di Capaci: "Oggi sappiamo che le mani che li hanno maneggiati non sono più ignote - ha affermato Dodero - con il nuovo esame al quale sono stati sottoposti i reperti è stata rilevata l'impronta dell'indice della mano sinistra di Salvatore Biondo, detto "il Corto" sulla torcia e al suo interno, dove aveva messo la pila". "Biondo - ha spiegato - faceva parte del commando che si è occupato della fase esecutiva dell'eccidio a Capaci. Dice il pentito Giovanbattista Ferrante che si trovava lì la sera in cui riempivano il cunicolo con i bidoncini di esplosivo. I collaboratori, però, hanno detto che quanto da loro usato per caricare il cunicolo venne poi distrutto, e di questo erano incaricati Antonio Troia e Giovanni Battaglia". Gli oggetti che riportano le impronte di Salvatore Biondo, però, sono rimasti lì.
"Dubbi e perplessità - ha ripreso la pubblica accusa, parlando dei tre reperti - ormai in buona parte risolti grazie ai progressi investigativi susseguiti nel tempo". Cosa che "ha fatto perdere conseguentemente concretezza a quanto ancora restava da sospettare sull'intervento di terzi estranei nella fase esecutiva".

Contributi assenti
Nessun ulteriore contributo è provenuto in questo senso, ha aggiunto il pm, dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. A cominciare dal pentito di 'Ndrangheta Consolato Villani, poi smentito da altri collaboratori di giustizia calabresi Villani parla di "confidenze fattegli da Antonino Lo Giudice sui rapporti tra esponenti di servizi segreti deviati e 'Ndrangheta" e in particolare di "due personaggi, un uomo e una donna vicini ai Laudani di Catania che hanno commesso crimini eclatanti e partecipato alle stragi siciliane del '92" per "un'opera di destabilizzazione". Di questi, il primo "avrebbe mediato per il trasferimento della sostanza esplosiva dalla nave Laura C, in Calabria, al cunicolo autostradale di Capaci". Si tratta però, ha sottolineato il pm, "di un doppio de relato, perché Villani parla per aver ricevuto confidenze da Lo Giudice, che a sua volta le apprende da altri soggetti" e "al di la dell'argomento tecnico la valenza dichiarativa è pari a zero".
Stessa cosa per Giuseppe Di Giacomo, pentito del clan Laudani, che parla del "coinvolgimento nell'eccidio a Capaci di un esponente infedele delle istituzioni, un poliziotto che ha nominato 'la guardia', poi tansitato nei settori deviati dei servizi". Del suo ruolo, però, il collaboratore lo apprende "deducendolo da un'espressione pronunciata dal boss Gaetano Laudani". "Ma la sua credibilità dichiarativa viene meno - ha spiegato Dodero - quando per la prima volta in dibattimento racconta delle confidenze ricevute dal boss Giuseppe Graviano in carcere" per un supposto rapporto di simpatia tra i due.
Quanto agli sconosciuti visti da La Barbera nel villino di Antonio Troia e poi nell'ultima abitazione adibita a base logistica, "nel corso delle indagini sono stati chiamati a confronto sia Brusca che Ferrante sul punto". I due presenti insieme a La Barbera in quelle occasioni, "escludono la presenza di terze persone anche in fasi neutrali rispetto all'organizzazione della fase esecutiva".

La falsa pista del rafforzamento della carica
I primi consulenti, ha spiegato la pubblica accusa, "ritenevano che a Capaci fosse stata usata una notevole quantità di nitrato d'ammonio puro". Da qui il dubbio che "un solo detonatore non avrebbe consentito all'esplosivo di detonare completamente" tanto da sventrare l'autostrada. Da qui la convinzione che "solo se fossero stati collocati almeno altri due detonatori agli estremi della carica, e aggiunto dell'altro esplosivo che avrebbe fatto da acceleratore, sarebbe avvenuta la detonazione". Le successive consulenze tecniche hanno invece provato che quello che si riteneva nitrato d'ammonio era in realtà anfo (esplosivo contente anche nitrato d'ammonio, ndr) che già di per sè ne consentiva la detonazione. In più, ha aggiunto Dodero "La Barbera non riconobbe i fili dei detonatori ritrovati. Da qui l'ipotesi che avessero usato alcuni detonatori a sua insaputa". Chi? Secondo i consulenti "sempre uomini di Cosa nostra, che tornando criticamente sull'efficacia della carica hanno operato delle aggiunte".
Ma già nel '97 quegli stessi consulenti hanno rivisto le loro precedenti conclusioni: "Quella carica - ha sottolineato Dodero, facendo riferimento alle parole dei consulenti - si trovava dentro un cunicolo del diametro di 50 centimetri (quello autostradale, ndr) che rappresentava il 'fornello' tipicamente usato nelle cave" per provocare le esplosioni. Un modus operandi che richiama il suggerimento dato al gruppo di fuoco da Francesco Piediscalzi, illustrati nella scorsa udienza. E' grazie all'ambiente totalmente intasato che "anche se si fosse trattato di nitrato d'ammonio puro, questo sarebbe detonato". Senza contare che l'ultima consulenza tecnica aveva accertato che "quel rafforzamento della carica era non solo inutile ma anche dannoso, perchè l'efficacia sarebbe stata ottima solo se le cariche fossero esplose tutte simultaneamente". Per questo si doveva ricorrere ad "un altro filo in parallelo" ma così facendo "sarebbe andato in sovraccarico, col rischio che non esplodesse nulla". "La pentrite trovata - ha aggiunto Dodero - è probabilmente riferibile al detonatore non collegato elettricamente" data la "traccia labile trovata". E questo "fa cadere definitivamente l'ipotesi dell'uso di esplosivo al plastico quale è il Semtex, composto da pentrite in misura maggiore".

Interferenze inesistenti
Sul pericolo di "interferenze" tra trasmittente e ricevente al momento della detonazione, il pm ha spiegato che "quei congegni per aeromodellismo devono funzionare almeno per un chilometro di distanza" e le prove di velocità fatte a Capaci di cui parlano i pentito La Barbera, Ferrante e Brusca "non servivano per verificare a quanto andava la vettura, ma se il congegno funzionava". Del resto, la collinetta su cui era appostato Brusca con il telecomando in mano distava dal cunicolo circa 500 metri. In più, ha detto ancora Dodero, "all'epoca non è possibile che in quella zona ci fossero interferenze tali da impedire l'impulso detonante" perché "non c'erano abitazioni nel raggio di un centinaio di metri".

Furgoni a Capaci?
Altro capitolo da analizzare sulla possibile presenza di soggetti esterni alla mafia è "la segnalazione di persone e veicoli sul piano autostradale". Come riportato, ad esempio, da Francesco Naselli Flores, il quale segnalò di aver visto sul luogo della strage, il giorno prima, un furgone bianco, fermo, targato Ravenna. "Ulteriori accertamenti hanno dimostrato che una cooperativa ravennate in quell'epoca eseguiva dei lavori per la costruzione di una nuova aerostazione a Punta Raisi", ha spiegato Dodero, e che "in quel periodo aveva predisposto il servizio navetta per portare i lavoratori da Palermo al cantiere" ma in un orario e in un luogo che non corrispondeva a quanto osservato da Naselli Flores. Eppure, ha aggiunto il pubblico ministero, "risulta che nessuno di questi veicoli sia stato rubato". Certo è che "la segnalazione di Naselli Flores perde un po' di significato probatorio perchè tutti i collaboratori dichiarano all'unisono che non operarono mai su livello autostradale" se non per le prove di velocità, avvenute qualche settimana prima. Di un furgone bianco, la notte prima dello scoppio della bomba, parla anche Giuseppe De Michele, all'epoca poliziotto stradale a Cefalù. Quest'ultimo, però, nel tempo diede tre versioni discordanti, arrivando a dire di aver cambiato ricostruzione per essere stato minacciato da Gioacchino Genchi, anche se dell'episodio "i familiari di De Michele non hanno confortato questa versione dei fatti", mentre Genchi, nello smentire la circostanza, "ha portato argomenti di fatto inoppugnabili".

Foto © Shobha

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