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Processo Capaci bis

Capaci bis: ''Mio figlio indagava sulla scomparsa dell'agente Agostino''

piazza emanueledi Miriam Cuccu
Parla il padre di Emanuele Piazza, cacciatore di latitanti per i servizi ucciso nel '90

"Mio figlio mi disse che stava svolgendo degli accertamenti sulla scomparsa dell'agente Nino Agostino. Mi disse di avere dei sospetti, stava cercando di capirci qualcosa, ma non si mostrò mai preoccupato". Sono i ricordi di Giustino Piazza, padre di Emanuele (agente del Sisde che dava la caccia ai latitanti, assassinato il 16 marzo 1990 in circostanze mai del tutto chiarite) durante il processo Capaci bis sull'attentato al giudice Falcone, alla moglie Francesca Morvillo ed agli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nino Agostino fu ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto 1989. Di lui lo stesso Falcone disse: "Io a quel ragazzo gli devo la vita". Una delle ipotesi investigative vuole infatti che sia Piazza sia Agostino si trovassero all'Addaura il 21 giugno '89, il giorno in cui fallì l'attentato a Falcone. Secondo le indagini, i due agenti avrebbero svolto un ruolo nell'impedire lo scoppio dell'esplosivo che avrebbe potuto uccidere il giudice. "Credo di ricordare - aggiunge Giustino Piazza - che venne usata una motocicletta appartenuta ad Emanuele" forse per l'esecuzione di un omicidio, ma "ne ho un'idea molto vaga".
All'indomani dell'assassinio dell'agente, continua il padre "seppi dal dottore Falcone che dal Sisde cercavano di negare la sua appartenenza al Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, mentre Falcone accertò poi questa circostanza" quando "decise di andare a Roma per svolgere alcuni interrogatori. A metà delle audizioni gli pervenne una lettera a firma del prefetto di Roma Malpica (ex capo del Sisde, ndr) che confermava la collaborazione di mio figlio con i servizi. Ma nessuno dal Sisde si è mai fatto vivo con me o con la mia famiglia. Falcone in precedenza aveva convocato il responsabile del Sisde di Palermo e questo glissò tutte le sue domande".
Della ricerca di latitanti "mio figlio me ne aveva parlato senza troppi particolari, ma poi si seppe anche - aggiunge Piazza - per il ritrovamento di un elenco durante un accertamento della polizia".
"Che io sappia non si conoscevano" dice ancora Piazza in aula, parlando di un probabile rapporto tra il figlio e Nino Agostino, aggiungendo di non ricordare di aver visto Emanuele il giorno del fallito attentato all'Addaura: "Ci vedemmo il giorno prima, il 20, il giorno del nostro trentesimo anniversario di matrimonio e abbiamo festeggiato a casa mia. Lui arrivò verso l'una e rimase con noi fino a circa le quattro di pomeriggio". Dopo la sua scomparsa, prosegue il padre, "mi venne riferito da Di Blasi (agente di pubblica sicurezza amico di Emanuele, ndr) di un incontro tra il dottor D'Aleo, commissario di Mondello, e il dottor Montalbano, commissario di San Lorenzo, nel quale i due erano arrivati alla conclusione che Emanuele fosse scappato con qualche femmina". Ma l'ipotesi della fuga non reggerebbe anche perché, spiega, "il giorno dopo la scomparsa di Emanuele sono andato alla sua casa di Sferracavallo (località balneare alla periferia occidentale di Palermo, ndr) e abbiamo trovato il rottweiler affamato e la pasta appena cotta lasciata nello scolapasta. Ci siamo resi conto che era uscito improvvisamente".
Quando Giustino Piazza presentò la denuncia di scomparsa del figlio, racconta, erano presenti "il dottor Arnaldo La Barbera (all'epoca capo della Squadra Mobile di Palermo, ndr) e il dottor Savina, poi sono venuti altri agenti per chiedere informazioni". Nelle indagini, però, Piazza nota delle incongruenze: "Chiamarono tutte le persone dell'elenco telefonico nell'agenda di Emanuele, ma in quell'occasione non è mai stato interrogato uno dei suoi assassini, Francesco Onorato (oggi pentito, colui che condusse Piazza in uno scantinato dove venne strangolato e poi sciolto nell'acido, ndr) del quale esistevano nell'agenda bigliettini da visita della sua attività di indoratore, e sebbene all'epoca già avesse scontato il carcere all'Ucciardone e fosse quindi una persona nota. Per errore hanno chiamato anche la moglie di uno che si stava facendo il processo di mafia, e la fecero andare subito via. Circostanze che non ho mai compreso". Di questi episodi, afferma Piazza, "ne parlai sia con Morvillo che con Caselli, non fecero nessuna particolare osservazione". Ma c'è di più. "Io feci formalmente denuncia - racconta il teste - per cui rimasi meravigliato del fatto che, quando dopo sei mesi si seppe sui giornali della soppressione di Emanuele, lo stesso giorno vennero i carabinieri della stazione Crispi e quelli di Tommaso Natale per sapere come mai non avevo denunciato la sua scomparsa. Venne fuori che la questura si era dimenticata di comunicare la scomparsa ai carabinieri". Il giorno dopo, però, fecero marcia indietro: "Il maresciallo di Tommaso Natale mi disse che era tutto a posto e avevano la velina".
"Con Falcone avevamo un rapporto di buona amicizia. Ma quello fu un periodo in cui non ragionavano in tanti, - ricorda Piazza, parlando delle primissime indagini svolte qualche giorno dopo - Falcone coscienziosamente dispose un accertamento nelle grotte intorno al golfo di Sferracavallo perché un mio coinquilino aveva detto che il corpo di Emanuele poteva giacere in una di quelle. La cosa mi impressionò, mi diede una grande disperazione perché mi resi conto che non avevano nulla in mano, mi sembrava che non avessero prove e che cercassero di mettere su qualcosa, tanto per dire che stavano agendo". Al dolore per la perdita del figlio, Piazza aggiunge quello di aver assistito a episodi in cui alcuni millantavano ogni possibile legame con l'agente scomparso: "A una trasmissione televisiva un professore di ragioneria si vantava di essere stato insegnante di Emanuele. Lo telefonai, ma lui disse che aveva soltanto presenziato ai suoi esami di Stato".

In foto: Emanuele Piazza in una foto d'archivio

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