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Back Sei qui: Dossier Processo Capaci bis Omicidio Agostino, fu fatto contro Falcone e il commissario di San Lorenzo

Processo Capaci bis

Omicidio Agostino, fu fatto contro Falcone e il commissario di San Lorenzo

falcone-c-shobha-3di Miriam Cuccu - 10 giugno 2015
Stragi, bombe, confidenti: al processo Capaci bis Saverio Montalbano e Piero Privitera
"Falcone mi disse ‘questa cosa di Agostino è stata fatta contro di me e contro di te’”. Sono le parole di Saverio Montalbano, ex commissario di San Lorenzo a Palermo, che al processo Capaci bis ricorda un colloquio in ufficio con il giudice ucciso il 23 maggio '92 all’indomani dell’omicidio del poliziotto Nino Agostino (che prestava servizio nello stesso commissariato) e della moglie Ida Castelluccio, il 5 agosto ‘89. “Mi disse anche 'quando vuoi sono disponibile', cosa che apprezzai moltissimo. Poi però non approfondii più di tanto. Il periodo che seguì fu particolarmente intenso e questa cosa nel tempo si andò affievolendo”. Con Falcone, spiega l’ex commissario, “c’era un rapporto di stima e cordialità, l’ho conosciuto nei primi anni ’80 quando ero dirigente della squadra mobile di Trapani e poi a Palermo. Ho avuto modo di lavorare con lui e una o più volte mi sono recato con lui negli Stati Uniti”. Quella conversazione con Falcone, dopo la strage di Capaci, Montalbano la collegò al fatto che “avevamo visto una serie di colleghi uccisi, persone che ci stavano vicino, cominciai a pensare che lui nella sua mente col senno di poi forse voleva riferirsi alla sequela di fatti di sangue, ma era una mia personale riflessione”. “Sicuramente – chiarisce poi in sede di controesame – era una manifestazione di affetto e stima. Più che una confidenza la interpretai come a dire ‘apri gli occhi e guardati attorno perchè purtroppo la storia si ripete’. Mi diede modo di riflettere, seppure in un contesto sofferto, sul fatto che lui si fosse scomodato per cercarmi in ufficio”, tuttavia “non mi sembrò opportuno tornare a insistere e fare domande”.
Dei rapporti tra i servizi segreti e Nino Agostino, che in realtà si occupava della ricerca di latitanti del calibro di Riina e Provenzano, Montalbano lo seppe solo qualche anno dopo l’assassinio, poi clamorosamente depistato. “Tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93 – racconta il teste –  l’ispettore La Monica ebbe a dirmi che nel corso di uno dei turni di pattuglia, Agostino gli avrebbe detto che in qualche modo aveva rapporti con i servizi segreti. Io gli consigliai vivamente di fare una relazione di servizio, che abbiamo trasmesso all’autorità competente”. Come mai La Monica si confidò con Montalbano dopo più di tre anni dalla morte dell’agente? “Mi disse che sul momento non aveva dato granchè peso e che gli sembrò probabilmente una specie di vanteria, un’esagerazione”. Agostino avrebbe inoltre lasciato intendere che il suo contatto fosse un certo Stefano Alberto Volo, estremista di destra che aveva l’obbligo di firma a San Lorenzo. “Non ricordo se La Monica me lo disse nell’immediato ma questo venne fuori perché era un confidente del commissariato, di Antinoro (suo predecessore, ndr) ma probabilmente anche di altri colleghi”, un tipo “un po’ nebuloso, per quanto mi riguarda. Al commissariato trovai il fascicolo di Volo che recava la disposizione scritta di obbligo di firma, se non ricordo male del dottor Falcone. A me la presenza di Volo nel commissariato non piaceva e ho fatto in modo che andasse a firmare altrove". All'indomani dell'uccisione di Agostino l'allora capo della Polizia Parisi si recò a Palermo insieme ad altre autorità: "Si fece cenno ad una pista Riina, e che io ricordi (Parisi, ndr) esclamò che effettivamente è una pista che si potrebbe valorizzare - riferita, secondo uno dei precedenti verbali di Montalbano, al fatto che Agostino era alla ricerca di boss latitanti, in particolare di Riina - ma non andai oltre, non potevo fare domande".

Bombe a Porticello, il testimone: "Prima o poi mi ammazzano"
Nella zona di Porticello, a Palermo, "abbiamo fatto una serie di ritrovamenti" tra cui "pezzi di artiglieria, ma anche oggetti di grosse dimensioni, mine sia ormeggiate che da fondo, di nazionalità italiana e tedesca. Durante un intervento abbiamo recuperato una o due bombe di profondità". Sul ritrovamento di residuati bellici a Porticello è stato interrogato Piero Privitera, dal 2005 al 2006 capo nucleo dello Sdai ad Augusta, per il recupero e la distruzione di ordigni esplosivi. Proprio qui, secondo le ultime indagini che hanno dato il via al secondo processo per la strage di Capaci, sarebbero state recuperate bombe risalenti al conflitto mondiale, dalle quali ricavare il tritolo per uccidere Falcone.
Quella di Porticello, prosegue il teste, "era una zona che non ci faceva mai fare il viaggio a vuoto" in quanto "ricca di ordigni" ma "la cosa in più, che è atipica" è il ritrovamento di bombe "di una certa dimensione in una posizione accessibile, in prossimità del porto". In questo territorio, spiega ancora Privitera, "avevamo sempre un pescatore subacqueo, almeno così l’ho conosciuto, si chiamava Di Maria" che "ci diceva dov’era la zona" dove si trovava l'ordigno da recuperare. "Ci diceva - specifica - che quando lui segnalava gli oggetti ritrovati dava fastidio a qualcuno, diceva 'prima o poi mi ammazzano, fate finta che mi state obbligando, che mi trattate male'. Uno potrà essere suggestionato ma certo non vedevo sorrisi quando arrivavamo, si sa che il comune di Bagheria è ad alta densità mafiosa, sapevamo che dovevamo tenere gli occhi molto aperti". Le bombe recuperate si trovavano "a una profondità dai 4 ai 12 metri", cosa che secondo Privitera "non avrebbe senso" a meno che "non le si volesse poi recuperare, altrimenti mi sposto dall'area di pesca e me ne disfo". Tanto più che, precisa il teste, le bombe di profondità non possono essere settate, per esplodere, a una profondità inferiore a 20 metri, per questo, aggiunge Privitera, "probabilmente sono state trasportate".
L'ordigno trovato a Porticello, spiega ancora il teste, "conteneva intorno ai 100 chili di esplosivo, essendo residuati bellici costruiti in periodo di guerra l'esplosivo più comune era il tritolo miscelato con alluminio". L'eventuale recupero di quell'esplosivo, commenta poi Privitera, "è rischioso" ma per un ordigno da 100 chili "due uomini ce la fanno, se uno è sommozzatore con capacità basiche imbraca l'ordigno, lo collega ad un pallone d'aria con un erogatore e lo solleva, ci sono strumenti per poterlo fare agilmente".

Foto © Shobha

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