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Processo Capaci bis

Processo Capaci bis, in abbreviato chiesti tre ergastoli

capaci-autodi AMDuemila - 15 ottobre 2014
Imputati sono Cosimo D'Amato, Giuseppe Barranca e Cristoforo Cannella. Chiesti dodici anni per il pentito Spatuzza
Davanti al gup Davide Salvucci si celebra il processo, con rito abbreviato, per la strage di Capaci costata la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e a tre poliziotti della scorta. La Procura di Caltanissetta ha chiesto la condanna all'ergastolo dei boss Cosimo D'Amato, Giuseppe Barranca e Cristoforo Cannella. Dodici anni invece sono stati chiesti per il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che con le sue dichiarazioni ha reso possibile la riapertura dell'inchiesta. Secondo l'accusa "Cosimo D'Amato è un personaggio che ha assunto un ruolo determinante nella strage di Capaci, perché è stato lui a procurare al mandamento di Brancaccio la esplosivo utilizzato per uccidere il giudice Giovanni Falcone. E fu ancora lui, ad aver procurato a Cosa nostra anche il tritolo usato successivamente per gli altri attentati del' 93 e '94".

"D'Amato -ha aggiunto il pm Onelio Dodero- consegnò in un'unica soluzione due ordigni bellici di almeno 120 chili ciascuno. Parte del tritolo doveva essere utilizzato per far saltare in aria il giudice Falcone e la rimanente per eliminare Pietro Grasso. Successivamente, andò a comporre le cariche che sarebbero state utilizzate per la stagione stragista di Cosa nostra". Il Pm, richiamando quanto riferito dal pentito Gaspare Spatuzza, ha affermato che "D'Amato non è un vero mafioso" e che avrebbe agito "per amicizia o per soldi". Il Pm ha anche spiegato che "probabilmente il pescatore di Santa Flavia, non sapeva a cosa dovesse servire quella gran quantità di esplosivo ma si sarebbe dovuto insospettire quando lo consegnò al cugino Cosimo Lo Nigro, uomo da onore di Brancaccio". D'Amato è già  stato condannato alla ergastolo per aver fornito l'esplosivo utilizzato usato dalla mafia nelle stragi di Roma, Firenze e Milano. A parlare del ruolo di Giuseppe Barranca è stata invece il pm Lia Sava: "Giuseppe Barranca fece parte al commando che uccise il giudice Giovanni Falcone, sin dalla fase preparatoria della strage di Capaci". Secondo l'accusa, il ruolo da protagonista di Barranca proseguì anche nella stagione stragista di Cosa nostra e fu lui, a trasportare l'esplosivo utilizzato per le bombe del '93 e '94 a Roma, Milano e Firenze. Inoltre, sempre secondo il Pm Sava, fece parte del gruppo che prese in consegna e poi confezionò, il tritolo utilizzato per eliminare il giudice Falcone. "Barranca - ha sottolineato - è un boss che aspirava a diventare capo mandamento della famiglia di Brancaccio. Soprannominato 'Ghiaccio' per la sua freddezza e determinazione, prima di essere arrestato si è macchiato di parecchi omicidi". A fare il suo nome e a descriverne la posizione che che ricoprì in seno a Cosa nostra nella stagione stragista compresa fra il '92 e il '94, sono stati diversi collaboratori di giustizia.

L'esplosivo ed il sospetto soggetti esterni a Cosa nostra
Nella sua requisitoria il pm nisseno Onelio Dodero ha parlato anche di soggetti esterni a Cosa nostra sottolineando che "Le tracce di esplosivo rilevate dai consulenti, dopo l'attentato di Capaci, sono coincidenti con quelli riscontrati nei successivi attentati ma solo per Capaci tale varieta' di esplosivi ha suscitato sorprese facendo ritenere la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra. Le stesse sostanze esplosive, vennero poi utilizzate per i successivi attentati, per dare il via alla stagione stragista". "La composizione dell'esplosivo -ha aggiunto - utilizzato per far saltare in aria il giudice Falcone, rappresenta uno dei capitoli piu' tormentati sulla ricostruzione dell'attentato. E' certo tuttavia che a Capaci sono state usate più sostanze esplosive di tipo civile e militare". La parte di esplosivo residua, non utilizzata a Capaci, fu ritrovata successivamente nel deposito bunker di contrada Giambascio di San Giuseppe Jato. Doveva servire per uccidere Pietro Grasso, allora procuratore di Palermo, secondo un piano che non venne poi attuato.

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