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Processo Borsellino quater

Borsellino quater, Repici: ''Apparati di Stato dietro strage e depistaggio di via d'Amelio''

di Aaron Pettinari
La discussione al processo d'Appello della parte civile di Salvatore Borsellino. Nelle ultime udienze hanno parlato i difensori. Domani si torna in aula

Il processo d'Appello Borsellino quater, in corso davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta, è alle sue battute conclusive con la Procura generale che ha già chiesto la conferma delle condanne di primo grado e le parti civili che hanno già ultimato le proprie discussioni di fronte alla corte. Tra queste vi è quella di Salvatore Borsellino rappresentata dall'avvocato Fabio Repici.
"Sin dal primo grado l'impostazione di questa difesa era stata differente rispetto le altre parti che individuavano la responsabilità di Scarantino nella calunnia - ha ricordato lo scorso 24 settembre - Come si poteva pensare che tutto il depistaggio fosse derivato dalla mente di un soggetto che era un piccolo delinquente di borgata estraneo a Cosa nostra, soggetto con esperienze di vita francamente non eccessivamente esaltanti, e che però avrebbe avuto le doti intellettive per costruire nei verbali prima e negli esami dibattimentali una storia che era la storia di un evento criminale tra i più importanti della storia italiana? Questa era un'impostazione. Impostazione che fu seguita fino all'ultimo dalla Pubblica accusa che infatti chiese una significativa, direi durissima condanna all'esito del dibattimento". Secondo Repici quello di via d'Amelio "è vero che si è trattato di uno dei più gravi depistaggi della storia italiana" ma Scarantino non è stato altro che "il primo delle vittime". "Fu il primo degli arrestati. - ha proseguito - fu arrestato prima lui di quelli che furono arrestati nel 1993 e nel 1994 - dove vi fu la conferenza stampa del 19 luglio, direi un po' blasfema anche nella commemorazione del secondo anniversario della stragi di via d'Amelio - gli altri furono arrestati dopo, lui fu il primo. Si parte con la vicenda di Candura e l'obiettivo è arrivare a Scarantino. Si arriva a Scarantino e poi quello che segue".

Depistaggio proseguimento della strage di via d'Amelio
Riprendendo le valutazioni dei giudici di primo grado l'avvocato di Salvatore Borsellino ha ricordato come su Scarantino si sia giunti alla conclusione che il picciotto della Guadagna è stato "indotto a mentire" e quindi commettere i delitti di calunnia. "C'era un soggetto che era nelle mani di alcuni, e quelli alcuni erano lo Stato, essendo in condizioni di cattività, cioè di gestione della sua vita da parte di uomini dello Stato - ha ricordato ancora Repici - Questo è il nocciolo del processo. Il dato centrale. La centralità del depistaggio non è una questione che la Corte ha ritenuto doverosamente centrale perché, trattandosi di uno dei più gravi depistaggi della storia d'Italia, è necessario rimboccarsi le maniche e farci i conti. Perché in realtà quel depistaggio altro non è che la prosecuzione della strage. Quel depistaggio altro non è che il principale elemento sintomatico sul quale poi riflettere in ordine al dato sul quale si è impegnata la Procura generale nella sua requisitoria: se la strage di via d'Amelio sia da attribuire in via esclusiva a Cosa nostra - e così non è - oppure se ci siano degli altri partecipi. E solo la lettura corretta, e neanche intelligente, semplicemente adesiva ai dati probatori sul depistaggio, solo una lettura corretta sul depistaggio ci dice che quel depistaggio è la prosecuzione della strage. E che quindi i soggetti estranei a Cosa nostra che hanno compartecipato alla decisione, e per un pezzettino almeno anche all'esecuzione, perché non ci possiamo dimenticare la dichiarazione reiterata, puntuale e mai modificata di Gaspare Spatuzza resa in fase di interrogatorio, resa nei vari esami dibattimentali circa la presenza al momento del caricamento dell'esplosivo nel sabato sera 18 luglio 1992 della Fiat 126, nel garage di Villasevaglios, di un uomo che non era di Cosa nostra ("Quell'uomo era un uomo di apparato, era un uomo di polizia o Servizi segreti")". Repici ha anche ricordato la "prudenza" di Spatuzza nell'individuazione del soggetto laddove, in sede di interrogatorio, a richiesta di riconoscimento fotografico, aveva indicato in termini di somiglianza un soggetto che era esattamente un funzionario di Polizia in servizio al Sisde, cioè esattamente un uomo di Polizia e di Servizi Segreti.

Molteplici interessi per una strage
"Nelle motivazioni della sentenza di primo grado si parla della presenza di soggetti esterni nella strage di via d'Amelio. Che il depistaggio costruito su Scarantino sia stato un depistaggio con responsabilità istituzionali è scritto in sentenza - ha proseguito Repici - Che il depistaggio abbia avuto quale scopo quello di occultare responsabilità esterne a Cosa nostra è scritto nella sentenza. E' rimasto ancora aperto il dato relativo alla causale, alle ragioni che hanno portato alla strage di via d'Amelio.
Forse ci si è sforzati di individuare una causale secca e specifica, e allora si è detto l'indagine Mafia-Appalti, si è detto la collaborazione di Mutolo, se ne sono ipotizzate altre sulla scorta di dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Con Brusca si è detto l'avvio della trattativa tra pezzi di apparati istituzionali e Cosa nostra.
A me sembra di abbastanza lapalissiana evidenza come è sbagliato cercar di individuar una singola e specifica per un delitto così clamoroso che cambiò forse ancora più della strage di Capaci i binari della storia di questa nazione. E forse la letteratura alle volte serve per farci venire in mente ipotesi di realtà. In realtà la strage di via d'Amelio, nel senso dell'uccisione di Paolo Borsellino, che comportò l'uccisione di altre cinque persone, è stato un accadimento che fu per vari interessi in quel momento assolutamente necessitato. Esattamente come nella 'cronaca di una morte annunciata' di Marquez".
Repici ha evidenziato come la sentenza di primo grado abbia dato molto valore alle parole di Giuffrè sull'indagine Mafia-Appalti ma, giustamente, ha anche ricordato come "la cosa non è stata ricostruita in modo documentale". "Ci sono elementi di prova - ha proseguito rivolgendosi alla Corte - che sono insuperabili circa il fatto dell'esistenza di due diverse informative del Ros, una depositata alla Procura di Palermo nelle mani di Giovanni Falcone a febbraio 1991, ma la seconda - quella con i dati che sarebbero stati l'oggetto della protezione da parte della Procura della Repubblica - sono stati depositati a settembre 1992. Questo è un dato cartaceo, documentale, insuperabile. Le intercettazioni con i nomi - per intenderci - di Mannino, Lima, e altri le aveva il Ros ma non le avevano i Magistrati. Non sappiamo se confidenzialmente ufficiali del Ros li abbiano potuto segnalare a Magistrati ed amici, ma il dato documentale è che l'informativa con le intercettazioni che risalgono a ben prima del febbraio del 1991, perché risalgono al 1990, vengono depositate a settembre 1992".
E così il Ros, alcuni ufficiali del Ros, costruiscono una "vulgata" che diventa una propaganda di intossicazione nella ricostruzione delle cose.
Il legale di Salvatore Borsellino ha anche ricordato la testimonianza di Carmelo Canale, nel 1992 tenente, "il militare che più di tutti in quel momento collaborava con Paolo Borsellino e che, a proposito della riunione segreta avuta da Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992 alla Caserma di Piazza Verdi, la Caserma Carini, con Mario Mori, in quel momento vice comandante del Ros, e Giuseppe De Donno, Capitano impegnato in quella indagine su Mafia-Appalti, ha detto che l'oggetto di interesse di Borsellino non era l'indagine Mafia-Appalti. Il motivo per cui Borsellino convoca quella riunione è perché è convinto che il capitano De Donno sia stato l'estensore del documento anonimo ribattezzato Corvo 2 che nel giugno 1992, dopo la strage di Capaci, era stato inviato a numerose autorità e a numerosi soggetti; e sul quale poi ci fu una bega ricostruita in altro processo con l'intervento a stoppare le indagini proprio del comandante del Ros Antonio Subranni in data 8 luglio 1992".
Di diversa rilevanza, per Repici, è la vicenda che ha riguardato Gaspare Mutolo. "La questione Mutolo si aggancia in modo sconvolgente al depistaggio sulla strage di via d'Amelio. Perché Paolo Borsellino sente Mutolo l'1 luglio, Mutolo a Borsellino confida la decisività nelle relazioni tra Stato e Cosa nostra di un uomo che si chiama Bruno Contrada, parla anche di un Magistrato, e poi cosa accade? Accade che il giorno dopo la strage di via d'Amelio, anzi dopo poche ore, proprio quell'uomo, Bruno Contrada, l'uomo che aveva colto per le parole di Mutolo l'attenzione di Paolo Borsellino, come oggetto a cui indirizzare i propri sforzi per coglierne le responsabilità criminali, proprio quell'uomo passa ad essere uno dei protagonisti del depistaggio sulla morte di Paolo Borsellino".

Vero o Falso
Repici ha poi sottolineato come la Corte evidenzi nella sentenza di primo grado alcune dichiarazioni calunniose messe in bocca a Scarantino e riferite da Francesco Andriotta contengono dei dati di realtà: "Come è possibile che Scarantino abbia potuto riferire circostanze vere? Come è possibile che nelle dichiarazioni di Andriotta del 1993, prima ancora di Scarantino, ci siano elementi di verità? C'è solo - questa mi sento di non condividere - una piccola défaillance nelle motivazioni della sentenza. Lette in modo minimalista si potrebbe dire che la Corte ha sostenuto che il dottor Arnaldo La Barbera, o altri investigatori avevano dei confidenti segreti, riservati, di cui non è mai stato fatto il nome e non si è mai saputo nulla, i quali confidenti erano portatori di quei dati cognitivi al dottor La Barbera, e il dottor La Barbera li ha messi in bocca a Scarantino.
Ora il punto è che finché si vuole mantenere una argomentazione siffatta nell'ambito del ragionevole le fonti confidenziali riservate di un funzionario di polizia non possono che essere dei delinquenti, cioè dei mafiosi per forza di cose. Sulla strage di via d'Amelio non possono essere stati esponenti della banda Rom del Nord Italia. Ma questo è sicuramente un discorso che diventa del tutto illogico". Secondo il legale "cede di fronte alla evidenza dimostrativa da parte di quei dati che io avevo riferito e cioè: alcuni uomini dello Stato sapevano verità sulla strage di via d'Amelio perché erano uomini dello Stato che l'avevano saputo in diretta e che quindi, in una logica cinghia di trasmissione, avevano informato direttamente o indirettamente, secondo me molto più indirettamente, il dottore La Barbera, perché certo non possiamo ipotizzare - perché siamo anche qui fuori dal campo ragionevole - che tutto il depistaggio sia stato costruito da Arnaldo La Barbera e dai suoi subordinati. Ma d'altronde se uno pensa alle dichiarazioni di Spatuzza e alla presenza di un esponente delle istituzioni a caricare, a supervisionare il caricamento della Fiat 126, capisce chiaramente com'è che in ambito istituzionale, anzi in ambito di apparati di Polizia e di intelligence, avevano loro le informazioni, esattamente come le avrebbero avute i mafiosi che avrebbero partecipato alla strage di via d'Amelio. Per quello non esistono le fonti in alcun modo, diciamo, rivelabili. Perché era un discorso indicibile. Perché era il discorso della complicità di pezzi di Stato nella commissione della strage di via d'Amelio".
Ancora Repici ha ricordato l'inquietante dato per cui "le dichiarazioni di Scarantino e le dichiarazioni di Spatuzza sono due storie pressoché uguali" dove a cambiare sono solo "alcuni nomi", tanto che Spatuzza, in un colloquio investigativo del giugno 1998, davanti ai procuratori Vigna e Grasso arrivò a dire "Guardate io non lo so se Scarantino ha rubato la macchina, ma se Scarantino l'ha rubata è sicuro che a lui gliel'hanno rubata poi".
"Addirittura - ha aggiunto Repici nella sua ricostruzione - nella versione di Scarantino la macchina è consegnata alle stesse persone a cui l'ha consegnata Spatuzza.
C'è solo una differenza. Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria d'Italia, cioè Scarantino, è servito ad occultare la partecipazione alla strage di esponenti dello Stato. E infatti nella versione di Scarantino esiste solo Cosa nostra. Ed è qui che si arriva a Scotto.
Repici dapprima ha ricordato le propalazioni del picciotto della Guadagna su Gaetano Scotto
("Gaetano Scotto, è il fratello di Pietro, ha informazioni da Pietro a proposito della captazione abusiva delle telefonate sul telefono dell'utenza in uso nei giorni 17-18 e 19 alla mamma di Borsellino. Gaetano Scotto, uomo d'onore, andò al bar Badalamenti ed ha riferito quello che aveva appreso dal fratello, e quindi sostanzialmente diede l'input sul momento in cui si doveva commettere la strage"). Poi ha rammentato che su Pietro Scotto, condannato in primo grado e poi assolto in Appello ed in Cassazione, le emergenze investigative erano ben precedenti rispetto a Scarantino e venivano direttamente dai familiari di Borsellino con "la nipote che lo riconobbe come soggetto che operava nelle centraline telefoniche di quel palazzo in precedenza rispetto alla strage. E poi c'era una consulenza tecnica, a firma Genchi, su quella ipotesi di capostazione abusiva. Questi dati erano conosciuti come dati già acquisiti in fase di investigazione agli stessi investigatori. E quindi è ovvio chi sia la fonte di Scarantino. Con Cecilia Fiore, figlia di Rita, nipote di Paolo, ci aveva parlato Arnaldo La Barbera, erano state raccolte le sue dichiarazioni. La consulenza l'aveva avuta Arnaldo La Barbera e passa nei verbali di Scarantino questo dato".
Ma Repici ha anche ricordato che secondo le dichiarazioni di decine di collaboratori di giustizia Scotto "era un personaggio del mandamento di Resuttana, del clan Madonia, che teneva i rapporti tra Cosa nostra, gli uomini della Polizia e del Sisde". "Ecco la coincidenza. A scomparire nelle dichiarazioni di Scarantino è sempre la parte relativa alle relazioni con apparati deviati dello Stato. Quindi Scarantino serve ad occultare le responsabilità di apparati istituzionali. E perfino le accuse false di Scarantino su Scotto sono state coerenti con quell'indirizzo, quell'obiettivo, togliere le responsabilità esterne a Cosa nostra".
Non solo. Repici ritiene di fatto che "le stragi del 1992 sono partite dal 1989. E la fase del 1992 è quella in cui si pone in essere quel progetto criminale che a me non viene di chiamare in altro modo che golpista, si pone in essere in modo violento il momento principale di quel progetto golpista e a quel punto tanta è la convergenza degli interessi che ci sono dietro le stragi che perfino uomini di Cosa nostra definitivamente o solo temporaneamente possono essere sacrificati". Ed è per questo motivo che il depistaggio arriva a colpire uomini di Cosa nostra nelle responsabilità. "Così gli investigatori, uno su tutti Arnaldo La Barbera, che nel 1989 depistava le indagini in favore di Gaetano Scotto sull'omicidio di Nino Agostino, nel 1994 si trovano nella necessità di sacrificare i loro stessi protetti".
Proseguendo nell'arringa Repici ha anche ricordato fatti come l'intercettazione del dicembre 1993 tra il collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo, e Francesca Castellese, genitori del piccolo Giuseppe (ucciso e sciolto nell'acido dalla furia omicida di Cosa nostra). Intercettazioni in cui la donna dice "non parlare di via d'Amelio, non parlare della strage Borsellino" per poi aggiungere "ci sono i poliziotti infiltrati". "Questo è il pensiero che una madre che ha un bambino al tempo sequestrato da criminali - ha sottolineato - Il timore era quello. Perché aveva capito che la ragione di quel sequestro era mantenere l'occultamento di responsabilità indicibili sulla strage di via d'Amelio". Repici ha anche evidenziato come, diversamente dagli altri collaboratori di giustizia, i familiari di Scarantino non siano mai stati "uccisi" o raggiunti da "atti minatori". "Ad uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria ha partecipato obtorto collo o meno, ma consapevolmente, l'organizzazione criminale Cosa nostra - ha aggiunto Repici - Cioè gli uomini di Cosa nostra hanno avuto la certezza indiretta che era un depistaggio eppure non hanno reagito. Hanno avuto certezza indiretta che quelle dichiarazioni erano false eppure, se erano contro qualcuno di loro era un disegno al quale dovevano collaborare, e hanno collaborato. Perché sennò non si spiega perché per Buscetta, per Marino Mannoia, per Di Matteo e per altri, si è intervenuti e per Scarantino o i suoi familiari no. Quindi si trattava di un disegno condiviso, accettato a ben volere da Cosa nostra. Quindi quel depistaggio di Stato è stato condiviso da Cosa nostra". Durante l’arringa Repici, discutendo della posizione dell’imputato Calogero Pulci ha ricordato come le sue propalazioni siano state usate a riscontro di Scarantino in secondo grado a riscontro delle accuse nei confronti di Gaetano Murana, uno dei soggetti ingiustamente condannati per la strage. Ed ha anche evidenziato come per Murana in primo grado era stata chiesta ed ottenuta l’assoluzione dagli stessi Pm (allora erano Anna Maria Palma e Nino Di Matteo, ndr). Su Murana non vi fu appello dei Pm di primo grado ma fu proposto dalla Procura generale. “Allora mi volete spiegare che cosa c’entra la centralità di Di Matteo in queste vicende, che aveva chiesto l’assoluzione, appellata da un altro? Poi spunta il calunniatore a far condannare il calunniato. E questo lo dico ad esempio esemplificativo di come le posizioni di tutti coloro che hanno operato, tutti, ciascuna rispetto alle proprie azioni”. Quindi è stato fatto interrotto dalla Presidente Andreina Occhipinti, per “attenersi ai fatti del procedimento”, nel momento in cui stava tornando a ricordare la conferenza stampa di luglio in ciao proprio la dottoressa Boccassini valutava positivamente Scarantino.

La difesa di Madonia: "Non prese parte a summit sulle stragi"
Venerdì scorso si è tenuta la discussione dell'avvocato Flavio Sinatra, avvocato del boss Salvatore Madonia (condannato in primo grado all'ergastolo ed imputato per la strage assieme a Vittorio Tutino) il quale ha escluso che il suo assistito fosse stato presente alla famosa riunione del dicembre 1991, in cui fu deliberata la strategia stragista dell'anno successivo, chiedendo ai giudici l'assoluzione. Altri imputati, per il reato di calunnia, sono i falsi pentiti Francesco Andriotta, Calogero Pulci e Vincenzo Scarantino. I primi due sono stati condannati a 10 anni per calunnia mentre il terzo, come riconosce la sentenza di primo grado, è stato "indotto a mentire".

Montante: "La storia di Scarantino come in un Truman show"
Nonostante il giudizio della Corte l'avvocato di Scarantino, Calogero Montante, aveva presentato ricorso per chiedere un'assoluzione completa. "La storia di Vincenzo Scarantino ha tutte le caratteristiche di un Truman Show - ha rappresentato ai giudici durante l'arringa lo scorso 4 ottobre - E anche qui il protagonista è un burattino le cui fila vengono mosse da sapienti orchestranti. Possiamo mai imputare al protagonista di questo Truman show una qualche responsabilità per condotte lucidamente determinate e volute da altri?". L'avvocato ha quindi evidenziato come Scarantino "una volta arrestato per una falsa accusa, comprende sempre più di essere stato incastrato. Nella sua mente si fa strada l'idea che l'unico modo per uscire da quel tunnel sia cedere alle pressioni dei suoi aguzzini, ed iniziare a collaborare". L'ex picciotto della Guadagna ha passato "due anni di inferno tra un carcere e l'altro, vittima di continue vessazioni, minacce ed angherie preordinate. Che scelta ha un uomo normale che si trovi in una situazione del genere se non quella di cedere alle pressioni dei suoi aguzzini? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, e probabilmente lo avrebbe fatto anche prima di Scarantino che ha resistito per quasi due anni, passandone di tutti i colori, prima di iniziare la sua falsa collaborazione". Montante ha anche evidenziato che "chiedere la conferma del proscioglimento per prescrizione di Scarantino equivale a chiedere che lo stesso venga riconosciuto colpevole del delitto di calunnia; significa rimanere indifferenti di fronte alle sconcertanti verità emerse nel corso del processo di primo grado in ordine all'esistenza del depistaggio e prendersela con l'anello più debole della catena solo per consegnare un capro espiatorio all'opinione pubblica. Noi non possiamo, non dobbiamo, accettare questo compromesso morale; se l'esistenza del depistaggio è ormai un dato pacifico, non si può ammettere che Scarantino sia stato qualcosa di più di un mero strumento inerte nelle mani dei depistatori, come pur sostenuto dalla Procura Generale. Se veramente vogliamo assaporare il fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo Borsellino, dobbiamo rinunciare a qualsiasi compromesso morale e dichiarare a testa alta che Scarantino non c'entra nulla con il depistaggio".

Dossier Processo Depistaggio via d'Amelio

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