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Processo Borsellino quater

Borsellino quater: ''Scarantino ancora ambiguo ma indotto a mentire''

di AMDuemila
Il sostituto procuratore generale Brescia: "Nelle sue dichiarazioni elementi di verità"

L'ex pentito Vincenzo Scarantino, uno dei principali accusatori nel primo processo per la strage di via d'Amelio le cui dichiarazioni fecero condannare all'ergastolo nove innocenti, poi scagionati, è "stato indotto a mentire". Riprendendo le parole delle motivazioni della sentenza di primo grado il sostituto procuratore generale di Caltanissetta, Lucia Brescia, ha proseguito la requisitoria al processo Borsellino quater che si celebra davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta.
"Scarantino - ha detto Brescia - trasferito presso la casa circondariale di Pianosa, ebbe una serie di colloqui investigativi tra il 1993 e il 1994: con Mario Bo (sotto processo nel processo per depistaggio, ndr), con Arnaldo La Barbera e nuovamente con Mario Bo e il 24 giugno ancora con Arnaldo La Barbera. In quest'ultima data Scarantino iniziò la propria collaborazione con l'autorità giudiziaria, confermando il falso contenuto delle dichiarazioni precedentemente rese da Candura e da Andriotta ed aggiungendo ulteriori tasselli al mosaico".
Nel corso della sua esposizione il magistrato ha anche sottolineato che "le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, pur essendo sicuramente inattendibili, contengono alcuni elementi di verità".
Già le motivazioni della sentenza di primo grado avevano affrontato il tema mettendo in evidenza come "sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di 'collaborare' con la giustizia, in data 24 giugno 1994 lo Scarantino ha affermato che l’autovettura era stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, e ha menzionato l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo. Nel successivo interrogatorio del 29 giugno 1994 egli ha specificato che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell'accensione. Nelle sue successive deposizioni, lo Scarantino ha sostenuto che la Fiat 126 era stata spinta al fine di entrare nella carrozzeria (circostanza, questa, che presuppone logicamente la presenza di problemi meccanici tali da determinare la necessità di trainare il veicolo). Egli, inoltre, ha aggiunto di avere appreso che sull’autovettura erano state applicate le targhe di un’altra Fiat 126, prelevate dall’autocarrozzeria dello stesso Orofino, e che quest’ultimo aveva presentato nel lunedì successivo alla strage la relativa denuncia di furto". Ebbene tutte queste circostanze, secondo i giudici, sono "del tutto corrispondenti al vero ed estranee al personale patrimonio conoscitivo dello Scarantino, il quale non è stato mai coinvolto nelle attività relative al furto, al trasporto, alla custodia e alla preparazione dell’autovettura utilizzata per la strage". Queste circostanze, che saranno anche raccontate da Gaspare Spatuzza (l'ex boss di Brancaccio che si è autoaccusato del furto dell'auto, permettendo di raggiungere ad una nuova verità, ndr), come potevano essere note dai cosiddetti suggeritori? Secondo i giudici: "È del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte".

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Arnaldo La Barbera © Imagoeconomica

Il sostituto Pg ha poi affermato che "Scarantino continua a mantenere un atteggiamento ambiguo e ondivago nelle sue dichiarazioni. È innegabile, e si evince chiaramente dalla complessiva condotta di Scarantino nel corso degli anni, la piena consapevolezza di rendere dichiarazioni mendaci a carico di soggetti che, in relazione alle specifiche accuse di partecipazione alla strage di via d'Amelio, non avevano alcuna responsabilità. La sua responsabilità non può essere esclusa, essa può e deve essere tuttavia attenuata". Infatti, al termine della requisitoria, per il picciotto della Guadagna, accusato di calunnia, è stata chiesta la conferma della sentenza di primo grado, dove venne riconosciuta la prescrizione. Oltre a Scarantino imputati per il medesimo reato, vi sono Francesco Andriotta e Calogero Pulci (in primo grado condannati a dieci anni). Per strage sono stati invece condannati all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino.
Rispetto alle posizioni di Andriotta e Pulci la Procura generale è stata, invece, assolutamente critica. "Francesco Andriotta e Calogero Pulci hanno reso gravissime dichiarazioni mendaci da cui sono discese pesantissime condanne - ha detto il sostituto procuratore generale Fabiola Furnari - Andriotta ha ammesso di non sapere nulla e di aver barattato la sua libertà con quella degli altri". Il ruolo di Andriotta sarebbe stato quello di convincere Scarantino a collaborare. "Il rapporto fra i due nasce durante la loro detenzione al carcere di Busto Arsizio. Un rapporto sempre più stretto al punto tale che Scarantino confessò di aver commissionato a Candura il furto di quella Fiat 126 utilizzata nella strage del 19 luglio del 1992, su richiesta di un parente. Con le sue false dichiarazioni - ha proseguito - Andriotta ha determinato per Scotto, Profeta e Vernengo, la pena dell'ergastolo e la condanna per Scarantino". L'accusa ha anche sottolineato che "la sua non è stata una confessione spontanea ma è stata sollecitata dalle dichiarazioni di Spatuzza che hanno smantellato il suo progetto diabolico. Avrebbe potuto tirarsi indietro e invece non lo ha fatto".
Il Pg ha quindi chiesto per Andriotta la conferma della sentenza di primo grado.

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L'arresto di Salvatore "Totò" Riina © Ansa


Strage decisa dai vertici di Cosa nostra
Nella parte di requisitoria dedicata alla responsabilità dei boss mafiosi il sostituto procuratore generale di Caltanissetta Carlo Lenzi, rivolgendosi alla Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta, ha ribadito: "È assolutamente impossibile, illogico e inammissibile che la decisione di eliminare Falcone e Borsellino non fosse maturata nell'ambito di una riunione con tutti i vertici. La riunione si tenne prima di Natale nel '91 e se è vero che in quella riunione fu presa questa decisione non è pensabile che Madonia fosse assente. È credibile che la famiglia Madonia restasse fuori da una decisione così importante? I Madonia non erano capi mandamento lontani da Totò Riina, il capo dei capi. Ci teneva ad affermare il suo potere su tutti gli altri capi".
A raccontare della presenza di Madonia alla riunione degli auguri di Natale è il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, ritenuto credibile da più Procure. "Si potrebbe dire che era una decisione di Riina e gli altri presero solo atto - ha detto il Pg - Ma gli altri capi mandamento con il loro silenzio hanno avallato una decisione che venne esposta da Riina ma che tutti condividevano. Anche altri omicidi commessi con modalità meno eclatanti venivano decisi in riunioni dei capi mandamento in seduta plenaria. Riina è l'uomo che ha scalato Cosa nostra su un letto di cadaveri. Vi immaginate che Totò Riina si fa imporre una decisione del genere da qualcuno? Fantasticare su mandanti occulti, poteri forti non si può. Quello di cui si può parlare all'esito delle indagini sarà di concorrenti esterni". Poi Lenzi ha aggiunto: "Lo scopo della finalità di terrorismo ed eversione è totalmente realizzata per le modalità con le quali vennero realizzate le stragi. L'obiettivo erano anche gli altri 66 milioni di italiani che dovevano capire con chi avevano a che fare".

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