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Processo Borsellino quater

Borsellino quater: Narracci si avvale della facoltà di non rispondere

ciancimino-giovanni-bigdi Aaron Pettinari - 8 aprile 2014
A Caltanissetta sentito anche Giovanni Ciancimino: “Mio padre mi disse della trattativa”
Quella di oggi doveva essere la giornata della testimonianza dell'ex funzionario del Sisde Lorenzo Narracci, chiamato a deporre a Caltanissetta nel processo Borsellino quater che si sta celebrando innanzi alla corte d'Assise in cui sono imputati i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Calogero Pulci, Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta. Un'audizione che è durata lo spazio di pochissimi minuti in quanto il teste si è avvalso della facoltà di non rispondere essendo indagato per reato connesso.
Dal 2010 infatti il suo nome risulta iscritto nel registro degli indagati con l'ipotesi di reato di concorso nella strage di via D'Amelio.

Un'indagine iscrizione di cui si parlò per la prima volta il 27 maggio 2010, attraverso alcuni organi di stampa in cui però non compariva il nome dell'ex collaboratore di Bruno Contrada, e che venne successivamente “svelata” dall'allora presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu. In quegli anni Narracci risultava ancora essere in servizio all'Aisi. Poiché dai dati in possesso dalla Procura e dalla difesa non era chiaro se ancora oggi avesse qualche incarico con i servizi segreti il presidente della Corte, Antonio Balsamo, aveva disposto, su accordo delle parti, di proseguire il dibatimento a porte chiuse tanto che aveva fatto collocare un paravento per schermare Narracci. Strumenti che sono serviti soltanto per pochi minuti in quanto l'ex funzionario del Sisde ha preferito non rispondere alle domande dei pm.

Vito Ciancimino e la trattativa
Prima di Narracci ad essere chiamato a testimoniare è stato Giovanni Ciancimino (in foto), figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. Questi dopo aver raccontato del rapporto abbastanza burrascoso vissuto con il padre ha parlato dei rapporti di quest'ultimo con i carabinieri. In particolare il teste ha ricordato alcuni episodi specifici: “Dopo la morte del dottor Falcone, un fatto che mi colpì profondamente, andai a trovare mio padre a Roma. Anche lui era molto turbato. E' stato in quell'occasione che mi disse testualmente: 'Sono stato contattato da personaggi altolocati per trattare con l'altra sponda (la mafia ndr) e per evitare che questa mattanza continui'”. Quando capii di cosa si trattava - ha aggiunto - litigammo in maniera furiosa. Lui si giustificò dicendo che in quel modo avrebbe risolto i suoi problemi giudiziari. Mio fratello Massimo fece di tutto per farci riappacificare ma io ero molto ostile perché sin da subito compresi che questa cosa sarebbe stata foriera di altri guai”. Sempre rimanendo in tema di trattativa Giovanni Ciancimino ha anche parlato di un altro incontro avuto con il padre a Palermo, nei pressi dell'Addaura, subito dopo la morte del giudice Paolo Borsellino: “In quell'occasione mi disse se era possibile, visto che io sono un avvocato, procedere alla revisione del maxiprocesso. Mi disse anche che la trattativa stava andando avanti e che erano state presentate delle richieste a questi personaggi altolocati. Mi fece domande proprio sul signficato della revisione del processo. Mentre parlava tirò fuori anche un fogliettino arrotolato che aveva nella tasca. Lo aprì e lo richiuse. Parlammo anche della legge Rognoni-La Torre”.
“Sempre quelle persone, - ha proseguito il teste - gli avrebbero chiesto di chiedere il passaporto. Ma lui era già stato condannato a dieci anni di reclusione. Mi aveva incaricato di prendere contatto con l'avvocato Campo per presentare l'istanza, ma anche questi, come me, disse che era una cosa assurda. E quando presentò istanza per altro tramite venne arrestato”.

Misteriose figure
Giovanni Ciancimino ha poi raccontato due incontri a dir poco “particolari” con uno strano soggetto. “Siamo nel 1985, io ero andato a trovare a mio padre che si trovava a Roma all'hotel Plaza. Mi mandano a chiamare dalla portineria e mi incontro con un signore sulla quarantina, che non aveva una particolare flessione dialettica. Mi disse: 'Ci sono persone di livello importante che hanno a cuore la cosa di suo padre e importante che lui non faccia sciocchezze'. Lo raccontai a mio padre che mi disse di non dare peso a certe cose, che non mi dovevo interessare di queste cose e che se erano davvero importanti avrebbero dovuto parlare direttamente con lui. L'indomani rividi questa persona e gli riferì le parole di mio padre. Lo rividi anche una terza occasione a Rotello, dove ci trovavamo per il confino. Era in compagnia di un'altra persona, più anziana e quando chiese a mio padre se fosse lo stesso soggetto mi disse bruscamente che non mi dovevo interessare di questo e che dovevo farmi i fatti miei”.
Alla domanda se ricordasse di rapporti tra il padre e l'allora capitano De Donno, Ciancimino ha risposto: “Se la memoria non mi inganna De Donno venne a casa nostra quando arrestarono mio padre negli anni novanta. Mio fratello Massimo parlava sempre dei carabinieri in quel periodo. Diceva di conoscere De Donno, che papà si incontrava con lui ed un colonnello”. Infine Ciancimino ha ricordato come il padre iniziò a preoccuparsi per la propria vita dopo la morte dell'onorevole Salvo Lima.
Il processo, che ha visto anche i due imputati Vittorio Tutino e Salvatore Madonia intervenire con delle dichiarazioni spontanee, è stato quindi rinviato alla prossima udienza che si terrà il prossimo 15 aprile.

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