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Michele Riccio

Michele Riccio - 19° parte - Uomini Pericolosi

di Michele Riccio

Proseguiamo, dai numeri precedenti, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello dei carabinieri Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.

Non dimenticherò mai il giorno in cui dissi a mio padre che avevo superato la prova scritta per l’ammissione in accademia nell’arma dei Carabinieri e che dovevo recarmi a Modena, sede della scuola militare, per sostenere la prova orale.
Avevo rimandato fino all’ultimo quel momento perché sapevo che non avrebbe accolto volentieri quella notizia. Sperava che m’iscrivessi alla facoltà d’ingegneria a Napoli. La mia passione per i Carabinieri, i sentimenti di libertà e di difesa dei valori delle Istituzioni che tante volte avevano animato le nostre discussioni in quegli anni di contestazione sociale e studentesca lo preoccupavano. 
Era un ufficiale dell’esercito ed osservatore aereo. Suo padre, mio nonno, di cui porto il nome, ufficiale superiore dei bersaglieri, era morto in guerra durante lo sbarco alleato. Anche i fratelli più giovani di sua madre erano morti in quel confitto, uno come ufficiale di marina a bordo di un sommergibile affondato nell’Egeo e l’altro ufficiale di cavalleria in Africa. Entrambi dispersi, entrambi medaglie d’argento al valor militare.
Ho trascorso la giovinezza da mia nonna che fu anche la mia maestra. Vivevamo con le sue sorelle nubili e professoresse e le due cognate vedove in due case enormi e comunicanti, ricche di biblioteche con libri bellissimi letti con avidità, di ricordi di guerra ed attestati al valore e dove le parole Dovere, Istituzioni hanno sempre avuto un significato profondo come la lealtà ed il rispetto.  Valori che sono stati il mio insegnamento e respiro quotidiano.
Quel giorno nell’accompagnarmi alla stazione ferroviaria mio padre non disse una parola. Soltanto quando vide arrivare il treno si rivolse verso di me e con quel fare duro, ma che sapevo nascondere affetto, ripeté per la seconda volta una frase che mi ha sempre accompagnato nel corso della mia vita: “Attento, tu fai il tifo per le squadre che perdono”.
L’aveva detta alcuni mesi prima, di rientro da una convocazione a scuola, dove le esperienze di quell’anno 1968 mi avevano portato ancora una volta a confrontarmi con compagni, professori e quanto allora ci circondava. Mi aveva lasciato interdetto, perché ero sicuro che quella volta non sarei sfuggito ad una dura punizione. Invece quelle sole parole, accompagnate da uno sguardo intenso, mi avevano fatto pensare quanto poco conoscessi quell’uomo del quale ammiravo la cultura ma di cui nel contempo temevo il duro ed inflessibile carattere.
La sua lealtà alle Istituzioni lo aveva portato, nonostante l’amarezza per la poca considerazione che in quel tempo godevano le Forze Armate nel nostro Paese, a non seguire il cugino, figlio di un’altra sorella di mia nonna ed allora Generale di divisione e Comandante della Regione militare Sud, nei suoi progetti golpisti insieme ad Edgardo Sogno e all’On. Randolfo Pacciardi, già Ministro della Difesa.
Nell’estate del 1973 ero in servizio in Sardegna alla scuola carabinieri di Iglesias, paese circondato da miniere scavate nell’argilla, le cui polveri rosse erano una cappa soffocante che si stendeva ovunque obbligandoci continuamente a pulire l’uniforme.
In quei giorni quando uno dei nostri colleghi, un tenente romano, partì per Roma confidandoci con fare trionfante che sarebbe andato a compiere qualcosa d’importante, pensavamo che finalmente avesse deciso d’affrontare quell’esame sempre rimandato per diventare effettivo (non proveniva infatti dall’accademia), quindi gli facemmo festa.
Mai avremmo potuto immaginare quanto tempo dopo ci confidò: era uno degli ufficiali golpisti incaricati di prendere in ostaggio il Presidente della Repubblica.
Quando poi venni a conoscenza di quegli eventi ero già alle dipendenze del gen. Dalla Chiesa, allora comandante della brigata CC. di Torino, in quel periodo impegnato proprio ad indagare cosa si nascondesse dietro quegli eventi oscuri prodotto di una regia così sottile ed ambigua con riferimenti anche oltre oceano e giochi d’ombra che delineavano cappucci e compassi, legati ad interessi e sponsorizzazioni di un mondo economico di riferimento tuttora presente.
Mi rivolsi a mio padre per conoscere il suo pensiero.
Con quella saggezza fatta di poche, ma chiare parole che troppo presto mi ha abbandonato, e proprio quando ne avevo maggiore bisogno, mi disse: “Lascia perdere e ritorna a metterti la divisa”. Alle mie contestazioni basate sul dovere istituzionale di noi carabinieri di conoscere la verità mi rispose con un sorriso misto di amarezza e compassione: “Eravate voi l’asse portante di questo progetto ed all’ultimo istante, su direttiva di chi manovrava, avete fatto un passo indietro… pensa mi avevano persino offerto il comando di una legione”.
Da allora cominciai ad osservare tutto con occhi diversi ed i compiti che assolvevo per il Generale e per l’altro mio superiore il Ten. Col. Bozzo cominciarono ad avere finalmente un significato più comprensibile, così come la realtà che mi circondava e che trovavo insolitamente ostile e piena di sospetto nei nostri confronti.
Ci continuammo ad occupare di Sogno, dei suoi legami con la Liguria, con Savona e Genova, degli attentati dinamitardi di Savona ed in quel contesto feci la conoscenza di quel Gran Maestro di Piazza del Gesù, Savona Luigi che fu poi ponte di congiunzione e di riscontro delle diverse esperienze da cui provenivamo io e Ilardo e senza dubbio chiave di lettura nelle indagini su Cosa Nostra che condussi con il suo aiuto.

Come già scritto in altri articoli, le nostre indagini portarono alla luce, anche a partire da fatti collegati come l’omicidio del giudice Occorsio, pericolose ed inquietanti relazioni tra massoni come nel caso di Joseph Miceli Crimi, Vitale Aldo, Sindona ecc, eversori di destra quali Meli Mauro, Dionigi Giuseppe ecc. ed esponenti della criminalità organizzata e mafiosa a partire dalla banda dei marsigliesi, dei servizi segreti ed esponenti delle istituzioni.
Tutto ciò per me fu oggetto anche di costante apprensione prima a Savona e poi a Genova, città dove prestavo servizio. Queste province trasudavano della presenza dei più alti livelli della Massoneria che allora come oggi, per perseguire i suoi scopi di potere, si poneva a tutela di determinati interessi politici ed economici.
Tra il proliferare di logge affiliate alle Obbedienze ufficiali, operavano realtà parallele e sovente più potenti come la Camea, con la sua sede madre in Santa Margherita Ligure e la stragrande maggioranza delle sue logge sparse in Sicilia, e varie associazioni di ugual ispirazione come l’Associazione Giuristi Italo – Usa.
Il giornalista e scrittore genovese Camillo Arcuri nel suo libro “Colpo di Stato”, di recente pubblicazione, nel ricordare la sua inchiesta del 1969 sui progetti del golpe di Valerio Borghese, la cui uscita fu impedita, dà un ulteriore ed importante contributo nel ricostruire con aderente efficacia la realtà di quel tempo progenitore del nostro.
Del tempo in cui uomini delle Istituzioni posti ai più alti livelli, sventolando visioni risorgimentali ed interessi atlantici contro le paure di una sinistra improvvisamente dilagante, si riunivano segretamente come nuovi carbonari per sovvertire lo Stato.
Genia abile a trasformare l’interesse collettivo in interesse personale che, per assicurare potere e profitto alla classe politico-economica di riferimento, ha impiegato ogni mezzo violento e mistificatore della verità come ricorrere ancora una volta senza alcuno scrupolo ad intese con la Mafia con l’arrogante certezza dell’impunità.
Un progetto eversivo benedetto dai settori più conservatori della Chiesa e dalla Massoneria, impegnata a svolgere un’importante opera di collante fra i vari ambienti del Paese, non ultimi quelli mafiosi, inviando in Sicilia ambasciatori come Savona Luigi, mentre oscuri personaggi come Licio Gelli da villa Wanda predisponevano piani di governo e di controllo delle Istituzioni.
Gelli, perseguendo già da allora un progetto di governo, che poi sarà fonte d’ispirazione per suoi eletti affiliati, predisponeva piani per destituire il Capo dello Stato, per ottenere il controllo dell’informazione e dei ministeri più importanti, affidandone la direzione a uomini fidati e per  ridimensionare la magistratura, ponendo l’esercizio dell’azione penale sotto il controllo dell’esecutivo, non nell’interesse dell’affermazione dello stato di diritto, ma in quello del suo sabotaggio.
Ancor più grave era che il maestro venerabile affrontasse la pianificazione di questi progetti ad un tavolo al quale siedevano le più alte cariche istituzionali, militari e di magistratura. Ospite fisso a villa Wanda era, per esempio, il Procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo.
Mentre a Genova Arcuri, allora articolista del Giorno, cercava riscontri alla notizia di riunioni organizzative del golpe avvenute presso il castello di Capo Santa Chiara in Genova Boccadasse, alle quali avevano partecipato noti industriali, armatori, professionisti ed ufficiali dei carabinieri della città (aveva contattato anche il Sen. Paolo Emilio Taviani dal quale sovente e riservatamente accompagnavo il Generale), circostanze che avrebbero trovato poi anche singolare riscontro nelle nostre indagini, a Palermo il collega ed amico Mauro De Mauro, cronista de l’Ora, svolgeva senza saperlo la stessa inchiesta.
Un solo particolare differiva nelle due indagini: De Mauro, sfruttando non solo le sue importanti conoscenze, ma frequentando anche le più note bische della città dove giocavano gomito a gomito uomini d’onore e personaggi della cosìddetta società bene, era venuto a conoscenza che in quel progetto eversivo, il “doppio Stato” aveva chiamato ancora una volta la Mafia a dare il suo apporto.
Se a Genova tutto ciò poteva essere imbrigliato e bloccato senza difficoltà a Palermo, dove la logica è anche mafiosa, sovente l’assassinio è l’epilogo della storia di un uomo. Così la sera del 16 settembre 1970 l’ex marò Mauro De Mauro veniva prelevato sotto casa da tre uomini di Cosa Nostra e ucciso (il corpo non fu mai ritrovato) come poi confessato dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ai magistrati di Palermo.
Trame fosche di chi manovrava nell’ombra e aveva da tempo avviato, con l’apporto dei servizi segreti, una serie d’attentati per creare quelle condizioni d’instabilità necessarie a creare nel Paese l’esigenza di uno Stato più autoritario.
Burattinai che, con calcolato cinismo e con l’apporto di fidati ufficiali “rivoluzionari” e dei soliti agenti segreti come La Bruna, già ufficiale dei CC che partecipava indifferentemente sia alle riunioni del gruppo di Sogno sia a quelle del gruppo legato a Borghese, avevano già predisposto informative su quanto era opportuno trapelasse del golpe come i nomi di chi ne fosse partecipe nel caso si dovesse fare un passo indietro (cosa che in effetti si verificò) e nel contempo diffondevano l’immagine più riduttiva propagandandolo come il colpo di Stato della Guardia Forestale.
I primi segnali di quello che poi sarebbe stato chiamato lo scandalo Watergate che costò la caduta di Nixon e dell’arrivo dei democratici con Kennedy al governo degli Stati Uniti d’America, consigliarono con tutta probabilità di abbandonare questi progetti eversivi.
Molti in seguito, tra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, affermarono che i giudici di Roma avevano “sottovalutato” quel Golpe ed i suoi intrecci. Visto l’esito di quei processi che oltre a risolversi in un nulla di fatto erano rivolti solo verso il basso non si può che concordare con quel giudizio.
Sogno nel suo ultimo libro volle per altro ricordare che quel progetto vedeva il pieno sostegno del suo amico personale Giovanni Colli che a quel tempo era la massima carica della magistratura italiana: il procuratore generale presso la Corte di Cassazione.
Oscuri intrecci ai quali non era estraneo il nostro ambiente, come il gen. Dalla Chiesa ricordò più volte e come potemmo poi constatare noi stessi continuamente. Era significativo già allora uno dei vari appellativi con i quali erano soliti chiamarci: “i piemontesi”, che andava ben oltre il riferimento geografico del luogo di provenienza del nostro servizio.
Il Generale in quegli anni non ebbe solo le BR come avversari, ma anche i suoi stessi colleghi che furono i nemici più acerrimi, e non solo quel gruppo di ufficiali indicati da Giuseppe Fava nell’articolo “I nemici di Dalla Chiesa” comparso sul suo periodico “I Siciliani” che denunciava l’esistenza di un forte gruppo di potere all’interno dell’Arma legato alla Massoneria ed in particolare alla P 2.
Nel pezzo era richiamata la poco trasparente carriera percorsa dal generale dei CC Pietro Musumeci originario di Catania che, avvalendosi di personaggi come Pazienza, aveva realizzato una rete eversiva ai vertici dei Servizi segreti. Di quest’ultimo mi parlò anche Ilardo che, nel confermare il suo ruolo, raccontò che questi era solito servirsi dell’apporto di tale Canizzaro, un loro comune amico e mafioso, per contattare gli ambienti di Cosa nostra.
Al gruppo di potere indicato da Fava appartenevano altri generali come Siracusano, Picchiotti, Grassini, Santovito ed altro ancora.
Il Generale opponeva un duro contrasto anche al capo di stato maggiore dell’Arma De Sena ed al Gen. Cappuzzo Umberto di Trabia (PA) comandante generale dell’Arma e Cavaliere di S. Sepolcro.
Questo era un ordine cavalleresco d’ispirazione massonica benedetto da quel monsignor Cassisa Salvatore della curia di Monreale al quale erano iscritti altri noti appartenenti alle Istituzioni come Contrada ed ufficiali dell’Arma tra cui i colonnelli Castellano e Serafino Licata ben noti ed operanti in Sicilia. (Monsignor Cassisa sarà coinvolto tempo dopo in un’antipatica quanto poco chiara vicenda di mafia allorché si rinvenì fra i tanti numeri di cellulare in possesso al boss latitante Leoluca Bagarella anche quello intestato al suo segretario).
Il libro di recente pubblicazione “Le carte di Moro perché Tobagi” scritto dal giornalista Renzo Magosso in collaborazione con l’ex ufficiale dei CC Roberto Arlati, già vice di quel cap. Umberto Bonaventura allora comandante della Sezione Anticrime di Milano, entrambi miei colleghi nei reparti speciali di lotta al terrorismo, fornisce un altro tassello di riscontro a questa realtà fino ad ora rappresentata molto sinteticamente.
Conferma con inequivocabile chiarezza che all’interno del nostro reparto si agitavano più anime e non tutte erano agli ordini del loro comandante, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa.
I capitani Bonaventura e Ruffini della Sezione Anticrimine di Milano di fatto rispondevano solo ai colonnelli Mazzei e Panella della Divisione lombarda, ufficiali che operavano un diretto controllo delle attività investigative antiterrorismo del reparto e ciò con l’avallo del Comando Generale in Roma. Quei colonnelli Mazzei e Panella che poi risultarono iscritti alla Loggia P2, stessa loggia alla quale apparteneva il generale Giovanbattista Palumbo, comandante di quella Divisione che poco tempo prima aveva assicurato lealtà, anche a nome dei Carabinieri che comandava, ai progetti eversivi o liberali, come preferiva chiamarli, di Sogno per poi fare un precipitoso passo indietro al primo profilarsi del pericolo, sconfessando con i fatti ogni giuramento dato ai sogni golpisti.
Era stato ancora il cap. Bonaventura a prelevare dal covo BR di via Monte Nevoso a Milano il memoriale di Moro appena trovato e non esaminato. Senza darne avviso ai magistrati Pomarici e Spataro poi lo aveva portato in ufficio, presso la caserma di via della Moscova, e lì fotocopiato.
Mentre l’originale poco dopo ritornava presso il covo per essere indicato nel verbale di sequestro (non si è mai stati certi della sua completezza però), la copia veniva consegnata al Generale che la portava a Roma rimettendola nelle mani dell’autorità politica di governo.
Il 23 maggio del 2000 Bonaventura aveva improvvisamente riferito questo episodio, non noto ufficialmente, all’on. Pellegrino allora presidente della “commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”.
Il collega, dopo aver lasciato le sezioni anticrimine, aveva prima raggiunto il pref. Sica presso l’ufficio dell’Alto Commissario e poi era transitato nei servizi segreti diventando colonnello e responsabile della prima divisione del SISMI, il servizio militare.
Già suo padre era stato un alto funzionario dei servizi segreti in Sicilia e responsabile del centro di Palermo. Ricordo dai discorsi avuti con il Generale che anche questi non aveva un “feeling” particolare con lui.  
Ebbi personale riprova della manovra che mirava a sottrarre al Generale il controllo dei suoi uomini e del loro lavoro. Così dopo averne informato lo stesso comandante ed il col. Bozzo, suo vice, mi determinai con ancora maggiore forza e convinzione a legarmi ai miei superiori, come Fava ha giustamente ricordato nel suo articolo prima menzionato.
Il Generale, nonostante avesse continuo riscontro della considerazione che godeva presso l’autorità politica, per i tanti e importanti incarichi avuti a tutela delle Istituzioni di cui lo sapevano fedele servitore, fu notevolmente amareggiato del crescente isolamento che i suoi colleghi ed i loro uomini iniziarono a manifestargli sempre più apertamente.
Nonostante questi avversi e preoccupanti segnali la sua lealtà alle Istituzioni lo condusse a non avere né remore né timori nell’affermare, nel maggio 1981, ai magistrati di Milano Turone e Colombo, che dietro a molti dei delitti e degli attentati di cui in precedenza si era occupato che erano stati attribuiti all’estrema destra vi erano personaggi che potevano trovare supporto e sostegno in ambienti politici non lontani dalla Massoneria.     
Ricordo ancora lo sfogo con il quale ci accolse quando con il Col. Bozzo lo andammo a trovare poco tempo dopo la sua nomina a vice comandante dell’Arma presso il Comando Generale in Roma. Era profondamente amareggiato e per darci il quadro del suo isolamento ci disse che non gli facevano leggere neanche la più insignificante segnalazione del più sperduto comando dell’Arma.
E’ storia il suo ritorno a Palermo…la nomina a prefetto con poteri straordinari (dopo l’assegnazione a Napoli) i mezzi promessi che non arrivarono mai, l’isolamento sempre più evidente, sino a subire l’imposizione dell’Arma che lo costrinse a lasciare l’alloggio in caserma e a trasferirsi in prefettura tra personale non fidato.
Come è storia la sua tragica morte e quella della compagna Emanuela Setti Carraro… le vergognose intrusioni di sconosciuti nel suo appartamento in prefettura subito dopo la sua morte alla ricerca di carte personali… e chiavi di cassaforte che prima scomparivano e poi si materializzavano.
Non ricordo chi, ma qualcuno ha detto che quando una variabile non è inglobata da un sistema questa viene espulsa e quando la logica è anche mafiosa la parola fine non può che essere: morte, assassinio!

Il filo nero
La Mafia, quella che era stata chiamata a partecipare ai vari progetti di Golpe, che era entrata anche nelle Logge frequentando sempre di più quella asserita “società bene”, aveva presto scoperto di possedere una nuova e più potente arma: il denaro. 
Come più volte ricordato da Falcone e Borsellino la Mafia negli anni ’60/’70, producendo un’enorme ricchezza grazie al nuovo business della droga, cercò uno sbocco presso l’industria del Nord per riciclare il denaro sporco, reinvestendolo in ogni affare che risultasse vantaggioso.
Al controllo del territorio, indice anche di gestione del voto politico, la Mafia aggiunse così una nuova leva di potere: la capacità del finanziamento. Elemento che modificò i rapporti sia con il mondo politico sia con quello economico rendendoli anche più coinvolgenti.
Intanto alla mafia dei Bontade e dei Badalamenti subentrò quella dei corleonesi Riina e Provenzano.
Nacquero così altre, nuove intese e tavolini di spartizione degli appalti. In Sicilia registi di queste operazioni furono uomini politici e mafiosi come Vito Ciancimino e Salvo Lima, ai potenti Cassina, ai cugini Salvo ecc. presto subentrarono i cavalieri di Catania, i gruppi Lodigiani, Ferruzzi, Gambogi ed altri ancora.
Tutto sotto quell’occhio vigile ed attento del “doppio Stato”, presente più che mai anche su quel territorio, al servizio dei potenti vedeva ulteriormente crescere carriere e fortune per essere loro tutore e sovente tramite con la Mafia, confidando nella tutela dei compiti istituzionali preposti a svolgere e della apparentemente onestà e considerazione pubblica di cui godevano in quel momento certi loro interlocutori. 
I rapporti di Cosa nostra con gli imprenditori del Nord basati sul flusso sempre più copioso di denaro che affluiva specie nelle banche svizzere (al centro dei quali vi erano politici siciliani e imprenditori locali con i loro interessi e connivenze) ben presto cominciarono a produrre lotte di potere non solo all’interno di Cosa nostra, ma anche nei vari ambienti dell’isola perché gli esclusi erano tanti.
Diventava pertanto ogni giorno più difficile trovare un equilibrio che non scontentasse nessuno e pregiudicasse quella pax necessaria a mafiosi ed imprenditori per svolgere i loro affari.
In quel mondo, a chi sbagliava o non manteneva i patti, il conto veniva presentato immediatamente. I magistrati di quel pool del Tribunale di Palermo voluto da Caponnetto, primi fra tutti Borsellino e Falcone, compresero immediatamente che molti di quegli attentati estorsivi ed uccisioni avevano nuovi moventi.
E’ nell’affermazione di queste nuove regole e nella tutela dei rispettivi interessi, nell’ambito di quel rapporto mai venuto meno, ma anzi rinsaldato, che vennero perpetrati anche delitti eccellenti come quelli di Pio La Torre, Mattarella ed Insalaco i cui mandanti ovviamente ed obbligatoriamente non potevano essere solo i capi mafiosi.
Significative furono le parole “liberateci degli appalti” che Leoluca Orlando, già sindaco di Palermo, disse all’indomani di quel 12 gennaio 1988, giorno in cui fu ucciso il suo ex collega Giuseppe Insalaco, che pochi giorni prima aveva avuto un lungo colloquio con Falcone. 
Alla base dei grandi risultati che contraddistinse in quegli anni il lavoro del pool del Tribunale di Palermo vi furono non solo l’impegno professionale e l’alto senso dello Stato, ma anche l’applicazione di un metodo simile a quello utilizzato per il terrorismo: accentrare, esaminare e poi analizzare ogni reato che potesse ricondurre alla mafia. Così facendo fu presto raggiunta una profonda e vasta conoscenza del fenomeno Cosa nostra.
Cultura e conoscenza, unite alla grande dirittura morale di Falcone e Borsellino, furono fondamentali per comprendere e poi valutare motivazioni, finalità e livello dei primi pentiti di mafia di cui, con il duro lavoro di sempre, seppero sviluppare tutte le potenzialità prima intuite.
Furono capaci infatti di ottenere da quei personaggi il rispetto e la fiducia necessari a determinare un ulteriore e più alto salto di qualità che raggiunse il suo apice in particolare con la collaborazione di Buscetta e di Calderone.
La Mafia, Cosa nostra, fu allora un mondo ancor più comprensibile, specie ai livelli più alti. L’analisi che permise anche di prevedere futuri eventi, fu maggiormente affinata, così come la sensibilità di saper cogliere l’importanza di quei primi segnali di mutamento che avrebbero inciso non solo negli ambienti della politica italiana.
Questi si cominciarono a cogliere nel 1985 quando Cosa nostra, per dare una lezione alla Dc di Salvo Lima e Giulio Andreotti, ritenuti responsabili di non contrastare efficacemente l’antimafia, raggiunse una intesa con il Psi che in quegli anni era diventato il paladino del garantismo.
Alle elezioni regionali del 1986 e poi in quelle nazionali del 1987, l’ordine, eseguito, fu quello di votare i socialisti ed il Psi vide aumentare vertiginosamente i voti in Sicilia.
Canditati di riferimento nell’87 furono l’On Martelli per la provincia di Palermo e l’On Salvo Andò per quella di Catania, quest’ultimo, per altro, poteva già contare sulle sue relazioni personali con uno dei più noti e potenti cavalieri del lavoro della città, quel Graci Gaetano poi arrestato nel 1994 per mafia.
E’ storia che quell’accordo criminale con il Psi trovò tragico suggello con l’attentato esplosivo nei confronti del giudice Carlo Palermo in cui trovarono la morte, vittime casuali, una madre con i suoi due figli. Quel magistrato doveva essere colpito perché nello svolgere indagini su traffici di armi e droga aveva osato porre la sua attenzione sulle connessioni emerse nei confronti di alcuni esponenti del Psi vicini a Craxi.
Gli eventi che condussero alla caduta del muro di Berlino nel 1989, alla prima guerra del Golfo e a quella in Jugoslavia, alla crisi economica americana causata dal timore della riunificazione della Germania e degli investimenti giapponesi che tutto compravano, produssero significativi ed importanti cambiamenti non solo al vertice del governo americano, ma segnarono anche la fine di un’epoca per la storia della politica italiana.
Il crescente interesse di Falcone e Borsellino per il settore affari di Cosa nostra di cui cercavano di rintracciare i vari flussi di denaro, avendo già intuito il tipo di trasformazione al quale mirava l’organizzazione che in tale prospettiva aveva maggiormente consolidato i legami con le paritetiche strutture americane, come la famiglia Gambino, preoccupò notevolmente il “doppio Stato”.
I grandi sconvolgimenti che poi avrebbero decretato la caduta verticale di parte della classe politica nazionale erano alle porte e lo scenario che si intuiva destava non poche preoccupazioni poiché le conseguenze non avrebbero solo interessato gli ambienti imprenditoriali ed istituzionali, ma sicuramente anche la criminalità organizzata.
Non era difficile pertanto immaginare frotte di pentiti ora che coperture ed aiuti giudiziari non erano garanzia neanche per i vertici dei sodalizi.  La priorità era preparasi a superare o almeno a limitare i durissimi colpi che sarebbero giunti, predisponendo una maggiore tutela del denaro, delle sue “fonti” e dei vari affari, ora che i finanziamenti dei due blocchi sarebbero presto diventati solo un pallido ricordo dato il mutato scenario politico internazionale che aveva relegato l’Italia ad un ruolo secondario.
Il denaro sarebbe stata l’arma che avrebbe garantito non solo la sopravvivenza, ma le condizioni per far nascere dalle sue ceneri quella “fenice”, garanzia di continuità dei loro interessi e di ripresa in mano del potere.
Quel “doppio Stato” non poteva permettere, per la sua stessa sopravvivenza, che questi due magistrati onesti e leali servitori dello Stato, profondi conoscitori del fenomeno Mafia e delle sue cointeressenze, anche le più riservate, potessero ancora una volta gestire pentiti, stabilire contatti con altre Procure come quella di Milano per comuni inchieste ed eseguire rogatorie internazionali in quegli Stati noti per essere terra di banche e paradisi fiscali.
Credo che se Falcone e Borsellino non fossero morti l’approccio e le prime dichiarazioni di pentiti come Totò Cancemi ed altri sarebbero state ben diverse e credo ancora che di Balduccio di Maggio non avremmo sentito parlare.
Pensandoci mi ritornano alla mente le parole che nei primi giorni del 1992 un mio superiore mi disse “bisogna trovare più pentiti possibile così si rovineranno con le loro mani”, “questi comunisti sono incapaci di governare, avranno bisogno sempre dei democristiani”.
Quando quella mattina del 12 marzo 1992 la notizia che Cosa nostra aveva ucciso a Mondello di Palermo Salvo Lima giunse a Falcone e Borsellino questi compresero immediatamente che tutto stava cambiando, specialmente poiché ciò accadeva poco tempo dopo quella sentenza della Cassazione (30 gennaio 1992) che aveva ribaltato il giudizio della Corte d’appello confermando gli ergastoli di primo grado ed affermando pertanto la validità del “teorema Buscetta”.
Il “doppio Stato” che da tempo aveva intensificato la campagna di delegittimazione nei confronti di Falcone e Borsellino, nell’attesa di verificare se prima di espellere una variabile la si potesse inglobare, si accorse ben presto che questi due uomini non avrebbero ceduto né all’intimidazione né al comodo e pagante compromesso.
Sono storia tutte le amarezze che hanno subito questi due magistrati anche all’interno del loro stesso ambiente, come le tante voci strumentali che attribuivano loro le più diverse etichette politiche, un giorno per contestare favoritismi, l’altro persecuzioni.
Feroce, spietato fu l’attacco di un “corvo” che accusò Falcone, all’indomani dell’arresto di Contorno, ritornato in Sicilia per condurre la sua guerra armata contro i corleonesi, di protezione illegale e di fare un uso spregiudicato dei pentiti. Accusa che per proprietà transitiva fu poi estesa al “teorema Buscetta”.
Quando come detto la logica è mafiosa…
Falcone e Borsellino pagarono con la loro morte segnando un altro tragico momento di quella trattativa mai interrotta tra Mafia e doppio Stato, di cui lo stesso Riina divenne poi strumentale oggetto. Un altro segmento di quel lungo filo nero che si snoda attraverso gli attentati esplosivi di Milano, Firenze e Roma e che si collega anche con il “papello” al centro di quell’oscuro incontro tra il già confidente sindaco di Palermo Vito Ciancimino con il col. Mori ed il cap. De Donno, ufficiali del ROS in rappresentanza di non ben chiari settori istituzionali, come ha sottolineato il Tribunale di Firenze nella sentenza in merito agli attentati esplosivi di Firenze, Bologna e Milano nel 1993.
Ricordo che Falcone disse che le ostilità nei suoi confronti erano cresciute quando nel giugno del 1990 arrestò Vito Ciancimino.
In un Paese dove l’informazione è sempre più censurata, condizionata, asservita, la gente oggi vive un momento di grande confusione, ostentando meno interesse ad affrontare o chiedere la verità su questi delitti e vicende, già disillusa, scettica e sapientemente investita al momento opportuno da cortine fumogene che innestano false polemiche e dubbi.
Con le coscienze narcotizzate ed attratti da falsi idoli e da valori sempre più effimeri, indolenti e passivi assistiamo all’impudenza di un Gelli e dei suoi amici, posti anche ai vertici delle rappresentanze militari che ora più che mai esprimono considerazioni e giudizi sulle Istituzioni e sulle loro scelte facendo finta di dimenticare di aver fatto altri giuramenti di fedeltà e di obbedienza.
In questi giorni ho visto che i Servizi Segreti e il SISDE, cercando Bernardo Provenzano, latitante da più di quarant’anni, da un lato hanno promesso taglie e dall’altro hanno telefonato dalle loro scrivanie romane ad un giovane e noto mafioso in Sicilia per ricordargli, se mai l’avesse dimenticato, altrimenti fatto grave, che giorni dopo sarebbe stato il compleanno del capo di Cosa nostra e se si poteva far qualcosa per assicurarne la cattura.
La telefonata era intercettata dal ROS che aveva già sotto controllo quel cellulare prima di procedere all’arresto del giovane mafioso e di altri suoi  tre complici.
Mi è ritornato alla mente quando scendemmo da Genova per la prima volta in Sicilia per condurre la nostra indagine Grande Oriente e cercare, in quell’ambito, anche Bernardo Provenzano per poi giungere finalmente, dopo tempo e duro lavoro, al giorno dell’incontro di MezzoJuso tra Ilardo ed il capo di Cosa nostra. Allora ripenso e subito dopo comprendo e sorrido.  
Non si può permettere che la morte di Falcone e Borsellino, strage di Stato, e tutte le altre simili morti restino un fatto impunito. Nulla si potrà mai ricostruire così come mai si potrà dire che tutto è cambiato se non si avrà il coraggio di cercare la verità, senza perdersi nel vuoto, ma rincorrere la semplicità, perché quella è la verità di ogni cosa ed è sempre stata lì ferma davanti ai nostri occhi, non si può consentire che ancora una volta l’oblio renda tutto confuso e lontano.
Il generale Dalla Chiesa cercava d’insegnarci a lavorare in gruppo, ad accantonare le singole aspirazioni, a non farci condizionare dalle esigenze dei falsi superiori che promettevano facili carriere, si doveva lavorare per l’Istituzione, per il bene della gente che credeva in noi, accettare e non fuggire la “responsabilità”, odiata ed evitata da quanti hanno grandi ambizioni e la vedono come un ostacolo. A non dimenticare quell’“obbligo morale” verso i nostri uomini che, in nome dell’Istituzione, avevamo mandato ad affrontare il pericolo esponendo anche le loro famiglie.
Giorni fa, dopo una delle più accese discussioni con quel mio vecchio amico, dottore in filosofia e matematico, di formazione e cultura ebraica, date le sue origini, proprio su questi temi, prima che ritornassi a casa mi volle regalare, come spesso fa, due libri, che prese dopo una breve ricerca nella sua vasta biblioteca, “Uomini pericolosi” di D.I. Harrison ed il Talmud, la dottrina del giudaismo, all’interno del quale trovavo un segnapagina e delle parole evidenziate: “Guai alla generazione i cui giudici meritino di essere giudicati” (Ruth rabbà I).


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Il colonnello dei carabinieri
Michele Riccio


Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.

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