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Michele Riccio

Michele Riccio - 16° parte - Sima'n


Continuano le rivelazioni del pentito Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra

di Michele Riccio

Proseguiamo, dai numeri precedenti, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello dei carabinieri Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.

Sedicesima  parte



In ebraico “segno” si dice simàn. I nazisti costrinsero gli ebrei a portare sul petto la stella di David, con questo segno evidente e con un numero impresso sulla carne, essi furono isolati, ghettizzati ed uccisi. Altri, allo stesso modo, sono isolati, ghettizzati ed uccisi anche senza un segno evidente.
Fu il deciso impatto del carrello sulla pista d’atterraggio di Catania a svegliarmi e poco dopo, con un ultimo sussulto, l’aereo si fermò di fronte allo scalo aeroportuale e, stretto in una morsa di bagagli e passeggeri, fui sospinto verso la scaletta dell’aereo, dove mi accolse l’aria calda di un’imminente estate.
Mentre uscivo dall’aeroporto cercai di vedere, tra le varie auto ferme davanti al terminal, chi fosse venuto a prendermi e a consegnarmi il mini registratore con relative cassette, indispensabile per raccogliere in quei giorni i temi della collaborazione d’Ilardo. Ciò nell’attesa che questi risolvesse gli ultimi impegni familiari.
Scacciai con fastidio il ricordo di quanto avevo lasciato al ROS, i silenzi sulle mancate attese d’Ilardo nei confronti del dr. Tinebra, le solite ambigue e poco felici battute del Gen. Subranni, che tutto seguiva. Preferii, in quel tardo pomeriggio di venerdì 3 maggio 1996, concentrami su quanto ancora mi attendeva.

Lotta alla Mafia
Più tardi, quando incontrai Ilardo, vidi che non c’era traccia dei forti contenuti dell’incontro di Roma ed un suo “tutto a posto” mi rassicurò: era tranquillo anche perché aveva incontrato ancora quel suo personale e riservato contatto di livello in seno a Cosa Nostra traendo positive sensazioni. Per quanto ancora una volta compresi doveva trattarsi di un parente di Farinella, un cugino o un nipote.
Anche questa volta preferì rimandare ogni mia domanda su quel contesto inerente il terzo mandante mafioso degli attentati stragisti degli anni ’93 e ’94 e dei suoi collegamenti con parte delle istituzioni alla sua imminente collaborazione ufficiale e, senza darmi il tempo di aggiungere altro, chiedeva il mio aiuto.
Quel martedì entrante, in Siracusa, si sarebbe definita l’asta della sua fattoria di Lentini ed al suo peregrinare da parenti ed amici per raccogliere gli ultimi soldi necessari a raggiungere la somma necessaria per assicurarsi la proprietà mancavano ancora poco meno di una decina di milioni.
Era indispensabile salvare quella proprietà, perché era sicuro che le figlie non avrebbero condiviso la sua scelta di entrare nel programma di protezione quando, nei prossimi giorni, avrebbe edotto la sua famiglia di quanto stava per fare e la fattoria di Lentini avrebbe assicurato alle due ragazze un futuro dignitoso.
Mi chiese pertanto di rappresentare al mio ufficio l’esigenza, spiegando le ragioni, con l’impegno che avrebbe poi restituito il denaro elargito con i prossimi stipendi da collaboratore. L’indomani inviai la richiesta al col. Mori, ma immediatamente mi accorsi che c’erano delle difficoltà. Nonostante la somma non fosse onerosa mi fu risposto che non c’era denaro disponibile.
Risultò inutile richiamare l’importanza del personaggio e della sua collaborazione, come fu vano rappresentare che questo rifiuto avrebbe notevolmente mortificato Ilardo nel vedere assenti le istituzioni in una sua esigenza familiare così importante e delicata. Il pensiero delle figlie in difficoltà, obbligate a sperare nel sostegno di fidanzati e di caritatevoli parenti, sarebbe stato oggetto di continua ansia e rimorso.
Che cosa avrebbe pensato Ilardo di quelle istituzioni nelle quali gli avevo chiesto di credere e di aver fiducia perché avrebbero sicuramente protetto lui e la sua famiglia, assicurando un giusto e dignitoso futuro se la sua collaborazione fosse stata incondizionata, leale e pronta ad affrontare ogni conseguenza e relativo impegno.
Mentre poi pensavo come risolvere il problema e convincere il mio ufficio a dare aiuto al collaboratore, come il lampo che d’improvviso illumina un cielo buio mi balzarono davanti le immagini dell’incontro di Roma, dei preamboli e dei temi che avrebbe atteso la collaborazione d’Ilardo, non quel solito elenco più o meno numeroso di omicidi di mafia, ma quelle connivenze istituzionali e mandanti esterni di delitti per ora attribuiti esclusivamente alla mafia e che una volta svelati avrebbero portato molto lontano.
Quale valutazione e considerazione avrebbe pertanto tratto Ilardo? Tutto era oggetto di transazioni e compromessi? Pensai ancora al timore del possibile verificarsi di una situazione analoga a quella di Cancemi, quando non avevo trovato riscontro dai risultati dati dal collaboratore al commento che mi aveva fatto Ilardo al pari di molti affiliati di Cosa Nostra quando avevano appreso della collaborazione di questi con la Giustizia: “...si era tutti in apprensione perché Cancemi, a differenza di altri, poteva assestare un durissimo colpo all’Organizzazione...”.
In effetti la collaborazione con la giustizia di Cancemi, dopo un’iniziale anomala reticenza verificatasi al tempo della sua prima gestione da parte di quel ROS e più volte da me criticata per diretto riscontro, una volta fuori di quell’ambiente assumeva altro spessore e per l’importanza delle dichiarazioni rese e dei contesti interessati, allora poteva ben giustificare quanto molto tempo prima aveva temuto l’intera Cosa Nostra.
Considerazioni di Cosa Nostra su Cancemi che, per altro, avevo avuto cura di riportare intenzionalmente nel mio rapporto Grande Oriente e scritto tempo prima del suo mutato atteggiamento. E sarà anche una strana coincidenza, ma molte delle sue successive dichiarazioni investiranno buona parte dei temi della collaborazione di Ilardo così poco intesi, quale ad esempio i rapporti di Cosa Nostra con parte degli ambienti di una nuova politica, quella di Forza Italia.
Comportamenti che vedevano ancora una volta i criminali sedere allo stesso tavolo con i politici, gl’imprenditori ed uomini dello Stato.
Ebbi pertanto un’idea ed avuta la disponibilità e l’impegno di Ilardo di ritentare in quei giorni la cattura degli Emmanuello telefonai nuovamente al col. Mori, proponendo la cattura di quei latitanti dietro il compenso di un premio in denaro alla fonte ed in quest’ambito concedere quale anticipo quegli otto/dieci milioni necessari al collaboratore.
Rappresentai che ero pronto anche ad anticipare personalmente il denaro e fortunatamente quella spontanea ed improvvisa proposta fu successo. Inviai la proposta del lavoro e fui informalmente autorizzato ad anticipare il denaro con la promessa di una sollecita restituzione.
Telefonai subito a mia moglie, chiedendole di interessare la nostra banca per accreditare il denaro presso una banca di Catania ed in quest’opera di soccorso fortunatamente fui aiutato dal collega del ROS di Caltanissetta, che contribuì notevolmente agli otto milioni, somma che il lunedì seguente fu data ad Ilardo.
Ricordo ancora il malessere di mia moglie nel vedersi costretta, ancora una volta, a fare delle rinunce, come quando mi ricordava ogni volta nel pagare la bolletta del mio cellulare che la maggior parte delle telefonate erano per ragioni del servizio e non riusciva a comprendere perché non ne avessi uno in dotazione dall’ufficio.
Altro fatto che la sconcertava era l’anticipare costantemente le onerose spese di missione ed anche questa situazione, sovente, la portava a commentare che il contrasto a Cosa Nostra in questa inchiesta era diventato più un fatto di famiglia che un dovere dell’istituzione.
Sintomatica di questo clima era la circostanza che vedeva la richiesta scritta di chiarimenti giuntami da quel ROS per il furto della vecchia autovettura civetta Y 10 - spoglia di ogni contrassegno, documento o oggetto che potesse ricondurla al nostro ufficio e che utilizzavo per muovermi in quel territorio di Sicilia - rubata dal parcheggio vicino all’albergo dove l’avevamo lasciata con il collega Obinu, costituire poi l’unico documento del mio Comando che mi ricorda, a parte il mio rapporto giudiziario, di aver condotto l’inchiesta Grande Oriente.
Ciò non dimenticando i tanti risultati che ancora oggi si conseguono per il continuo sviluppo dei contenuti di quell’inchiesta, i latitanti di livello arrestati o fatti catturare, le ordinanze di custodia cautelare emesse e seguite poi da condanna. Dico ciò non perché si è cercato del merito, ma solo perché a volte una parola, un incoraggiamento, è un “segno” del superiore che ci fa sentire meno soli.
Ma anche così va tutto bene, perché ci si sente ancor più liberi e si comprende che tutto non era casuale. Nel completare l’episodio dell’anticipo dei soldi al collaboratore, questi mi furono dati dopo un anno, solo quando ne chiesi la restituzione per iscritto.
La guerra alla Mafia ed al crimine in generale non basta dichiararla per vincere, occorre preparasi adeguatamente, occorre coralità d’interventi, occorre preparare le coscienze, bisogna rovesciare la mentalità. In assenza di tutto ciò allora è lecito pensare che sono altri gl’interessi.
La vita è fatta di scelte, ognuno di noi sceglie come vuole vivere e con chi e le poche parole che sintetizzano il pensiero dell’etica di Kant “Osa essere libero, rispetta e difendi la libertà di tutti gli altri” - che intendono che ogni uomo è libero, non perché nato libero, ma perché è nato con il carico della responsabilità per la libertà della propria decisione - sono state mio costante riferimento, alle quali oso solo aggiungere, che le scelte non devono essere a “stipendio”.

Il Filo nero
Solo nel pomeriggio di domenica con Ilardo riuscimmo a vederci un po’ più a lungo e fare una prima registrazione. Andammo come altre volte in un’anonima stradina di campagna, ben lontana da occhi indiscreti e seduti in macchina, con il registratore posto nel mezzo, Ilardo volle quale prima testimonianza ricordare i motivi che lo avevano indotto a collaborare con la Giustizia.
Credeva molto in quello che aveva fatto, ci teneva a sottolineare che non era stato l’interesse di ridurre o modificare la sua detenzione, perché ormai era prossimo il fine pena, e che non aveva cercato neanche di tutelare beni o conseguire premi in denaro. Desiderava avere l’opportunità di essere un anonimo padre di famiglia e un domani un lavoro.
Pertanto era pronto ad assumersi ogni responsabilità ed impegno conseguente ed infine sperava che il suo esempio permettesse ad altri giovani di riconsiderare certe scelte, per non ripetere lo sbaglio che lui aveva fatto un tempo entrando in Cosa Nostra, abbagliato dal desiderio di conseguire immediato rispetto ed una fonte sicura di denaro.
In quegli anni di dura detenzione, anche a regime speciale, aveva a lungo meditato sulla sua esperienza in Cosa Nostra, sulle sue regole, i suoi rapporti interni e con l’esterno e tutto ciò lo aveva portato a prendere le distanze anche da quella Cosa Nostra che ora tentava di accreditarsi come meno violenta e sanguinaria dell’altra. Aveva compreso che tutto ciò era strumentale, ogni epoca aveva avuto la sua speculare Cosa Nostra.
La detenzione gli aveva fatto comprendere molte cose e nell’istante in cui aveva raggiunto questa consapevolezza, improvvisamente, aveva visto con occhi diversi quella gente che un tempo l’aveva così tanto colpito da volerne far parte.
Aveva capito che quel differente senso dell’amicizia, di parlare e di rivolgersi fra loro, offrendo un modello di comportamenti così diverso da quelli che solitamente frequentava, con regole e principi tali da essere come uno Stato nello Stato era puramente strumentale.
Quando Cosa Nostra aveva assunto quelle regole e principi di “Guarrasi e Vizzini”, memoria ed istituzione, con la contestuale benedizione degli Alleati, aveva compreso che buona parte della sua fortuna ed esistenza sarebbe dipesa dal loro costante rispetto, avrebbe dovuto essere anche la materializzazione della cattiva coscienza di chi avrebbe gestito i destini di tutti ed il controllo del territorio avrebbe avuto ancor più rilevanza.
Pertanto in simbiosi aveva vissuto fortune e difficoltà, soccorrendo l’altra sua “anima” quando era chiamata a farlo, strumento dello strumento, ma le ambizioni personali di alcuni, la rottura degli equilibri di quel quadro internazionale e nazionale del dopoguerra ed il desiderio di tanti di rompere quel muro di omertà e collusione generava una battaglia di libertà e di cultura che vedeva contrapposta una strumentale spirale di tragica violenza.
Il passo indietro di alcuni, quello in avanti di altri, sostenuto dall’abile opera di tessitura e di mediazione di altri, stavano ora per riaffermare quelle regole e principi e su quell’altare tutto poteva essere sacrificato.
Era una guerra senza regole, fatta di tradimenti e d’imboscate, di costante delegittimazione, di intrighi, bocconi avvelenati e falsi pentiti, con nuove trattative, più precisamente con la ripresa di vecchi e mai interrotti colloqui, che generavano nuove alleanze con settori della politica e quel solito contesto composto di criminali, istituzioni deviate e massoni con i loro cloni ammaestrati era geneticamente preparato ed avvezzo nell’usare quel tipo di armi.
Falcone e Borsellino erano tragico esempio di vittime di quella guerra, caduti nella loro lotta di Resistenza traditi da spie collaborazioniste.
Ilardo, nel ripercorrere i primi tempi della sua esperienza in Cosa Nostra, ancora una volta mi sottolineò l’importanza di quel periodo. Era indispensabile evidenziare ogni aspetto e collusione, specie con le istituzioni, perché questa era la parte più perversa e pericolosa, quella che ancora oggi trattava con Cosa Nostra per continuare ad essere indispensabile, affermare il suo potere e trasformarsi.
Non bisognava assolutamente sottovalutare quel pericolo, altrimenti “il passato ci avrebbe sepolto”.
Gianni Chisena, come altre volte aveva già raccontato, era stato una figura emblematica di quel periodo, uno dei tanti criminali al soldo dei Servizi segreti, impegnato attivamente in quella che poi era stata chiamata la strategia della tensione, perché tale era e nell’ambito di questo progetto criminale aveva stabilito proficui contatti con più ambienti eversivi di diversa matrice politica, anche con le BR.
Per quanto decise Ilardo di raccontarmi quel giorno, l’amico aveva collegamenti con elementi della colonna torinese delle BR e non furono si realizzati solo scambi di armi e di documenti falsi, ma anche lo scambio di favori e di reciproche coperture.
I contatti erano stati realizzati tramite l’interessamento di un magistrato della Procura di Torino, tale dr. Moschella Luigi, che nel 1978 aveva sostenuto l’accusa nel primo processo al gruppo storico delle BR. Questi era anche un massone ed è facile che conoscesse il gran maestro Savona Luigi, il personaggio che aveva realizzato per l’ingresso di Cosa Nostra nella Massoneria.
Il dr. Moschella, grande estimatore di oggetti d’antiquariato e d’arte, per questa sua debolezza era stato facilmente corrotto dal Chisena, che sovente gli aveva portato oggetti di valore anche dalla Sicilia ed è certo che questo contatto avvenne sotto la benedizione di quei Servizi segreti.
Tempo dopo, quando il Chisena risultò non più utile ai suoi padroni occulti e la sua copertura un rischio, con il pericolo che potesse diventare un pericoloso testimone in quel carcere di Fossombrone dove ormai era privo di ogni favore e protezione, un giorno del giugno 1984 era assassinato da un commando di detenuti ed era significativo che i suoi esecutori fossero uomini di Cutolo tra i quali Pasquale Barra “ o’ animale” ed esponenti delle BR, Bonisoli Franco.
Non fu il solo ad essere ucciso in quel periodo nelle carceri italiane. Furono assassinati altri detenuti tra i quali Tripodo Domenico, boss di primo piano della ’Ndrangheta, che cadde nel carcere di Poggioreale (NA) per mano dei soliti uomini di Cutolo e del boss calabrese Paolo di Stefano.
Questa opera di pulizia vide sicuramente l’interesse della solita componente deviata dei Servizi segreti per liberarsi di vecchie e pericolose relazioni ormai del tutto esautorate dai nuovi capi. Personaggi che avevano già raggiunto il controllo dei rispettivi territori e stabilito con loro parallele e nuove relazioni. Successive inchieste ed indagini evidenziarono in più di un’occasione dette colleganze.
Il giorno dopo Ilardo, nel ricevere quegli otto milioni che finalmente gli davano più tranquillità per affrontare l’indomani in Siracusa l’asta della sua casa, mi riferì d’aver ricevuto una telefonata dal solito avvocato Minniti. Questi lo aveva pregato di raggiungerlo presso il suo studio di Ardore, un piccolo centro in provincia di Reggio Calabria.
Il professionista, noto esponente di Forza Italia ed anche molto legato ad un Senatore locale e del medesimo schieramento politico, nella telefonata gli aveva fatto capire che doveva riferirgli notizie urgenti e riservate. Se lo avessi pertanto accompagnato in quel viaggio in Calabria avremmo proseguito le nostre registrazioni dedicandovi così anche maggiore tempo.
Con ogni probabilità il legale gli avrebbe chiesto qualche favore personale e ribadito la solita richiesta di impegnarsi nel sostenere e favorire l’affermazione di Forza Italia, non solo in Sicilia nelle località di sua influenza, ma soprattutto in quelle della Calabria dove sapeva che lui aveva delle notevoli entrature.
Considerando quell’incontro una favorevole opportunità per documentare in modo chiaro ed inequivocabile un rapporto mafia – politica, che avrebbe costituito un prezioso riscontro delle nuove alleanze di Cosa Nostra con settori di quella politica emergente, acconsentii volentieri ad accompagnarlo ed in considerazione del suo imminente ingresso nel programma di protezione gli chiesi la disponibilità, se autorizzato, a documentare con una registrazione ambientale i contenuti dell’incontro.
Ottenuto il consenso del collaboratore telefonai al col. Mori rappresentando la favorevole opportunità e l’autorizzazione per far richiedere all’AG un apposito decreto e dotare così di microspia il collaboratore. Il superiore non accoglieva la richiesta e mi diceva di non procedere ad alcuna registrazione.
Il pomeriggio successivo, martedì 7 maggio ’96, nel salire a bordo del mercedes di Ilardo pronto a partire alla volta della Calabria, questi mi accoglieva con un sorriso ed un grazie: si era aggiudicato l’asta ed il futuro delle sue figlie non sarebbe stato più una preoccupazione. Ciò mi ripagò di ogni delusione ed imboccammo l’autostrada in direzione di Messina.
Prima di dare inizio al nostro lavoro gli spiegai che non si sarebbe eseguita alcuna registrazione del suo incontro con l’avvocato Minniti perché i tempi per richiedere l’autorizzazione all’ascolto si erano rilevati troppo brevi.
Solo in prossimità dell’imbarco interrompemmo ogni registrazione ed una volta a bordo del traghetto scendemmo dall’auto e, trovato un posto tranquillo e poco frequentato nei pressi del parapetto della nave, nell’ammirare quel magnifico panorama di due coste che si fronteggiavano in mare blu intenso riprendemmo i nostri discorsi.
Questo momento gli ricordò una precedente e simile occasione, quando aveva accompagnato il Chisena ad un incontro con i suoi referenti dei Servizi segreti. Loro quel giorno avevano lasciato la macchina all’imbarco di Messina, gli altri, che provenivano da Roma a Villa San Giovanni, saliti a piedi a bordo del traghetto. Il colloquio aveva richiesto più traversate e lui in disparte aveva sorvegliato l’incontro dell’amico.
Chisena era una parte insita di quel mondo oscuro e nel voler dare un ulteriore esempio raccontò che un giorno, mentre viaggiavano in auto, nel sentire alla radio la notizia del ritrovamento del cadavere di Moro l’amico di colpo si irrigidì e con voce grave commentò a sé stesso: “allora lo hanno fatto”.
Non aggiunse altro e per tutto il viaggio rimase zitto e con un’espressione sempre più cupa sul volto che tradiva mille pensieri, Ilardo ben si guardò dal chiedere spiegazioni. Ciò fu quanto volle riferirmi quel giorno.
Alle mie ulteriori curiosità e domande per conoscere i tanti rapporti che avevano interessato Cosa Nostra ed i Servizi segreti, non certo quelli finalizzati a penetrare quell’organizzazione per carpirne segreti utili alla sua destabilizzazione, si lasciò sfuggire solo che conosceva l’esistenza di un personaggio autorevole su Palermo.
Questi aveva anche compiti di coordinamento tra le forze di polizia, ma non volle più aggiungere altro e rimandò ogni approfondimento alla sua collaborazione ufficiale.
Mi chiese di aver pazienza e che non avrebbe tradito le mie attese, avrebbe riferito le sue conoscenze in merito ai mandanti occulti di quei delitti chiamati eccellenti e dei vari attentati stragisti, ma avrebbe ancora parlato di altri delitti di cui era certo vi fossero, anche in quelli, dei mandanti occulti, ciò anche per le riservate confidenze fattegli dal cugino Piddu Madonia.
I Servizi segreti, quando ne chiedo una definizione al mio solito amico, questi è solito sintetizzarla così: “ladroni, inaffidabili e certo non hanno operato al servizio di sua Maestà”.
Ultimamente si è risentito parlare di riforme e di volontà di migliorare l’efficienza di quegli apparati di sicurezza, anche ricorrendo alla eventualità di far compiere determinati reati su specifica autorizzazione del Governo nell’interesse della Nazione, con gli uomini giusti al posto giusto è un altro interessante processo di trasformazione.
Proseguimmo il nostro lavoro fino a quando non giungemmo in Ardore. Ilardo bussò alla porta dello studio di quella elegante e discreta costruzione che si affaccia proprio sulla strada che attraversa il paese e dalla quale eravamo giunti. Fu l’avvocato Minniti che comparve sulla porta dello studio e dopo averlo salutato con calore lo fece entrare.
Per tutto il tempo del loro incontro rimasi seduto nel mercedes parcheggiato in fondo alla strada che percorreva il perimetro dell’ampio giardino con alberi posto di fronte lo studio del penalista. Ricordo che scesi solo per un momento per prendere un caffè in un bar posto dall’altra parte di quello spazio.
Era sera quando Ilardo uscì dallo studio e subito si riprese la via del ritorno. L’avvocato oltre dopo avergli richiesto il solito e fattivo impegno per sostenere l’affermazione di Forza Italia gli aveva riferito che era venuto a conoscenza, con precisi riscontri, che la DIA e la Polizia di Catania lo avevano fotografato in compagnia di tale D’Agostino la volta precedente che si era recato presso lo studio del penalista.
Il “riservato” controllo di polizia era iniziato già dalle prime ore del giorno con appostamenti nel prospiciente bar “Morabito”, lo stesso dove avevo preso il caffè e nell’attiguo istituto di credito. Controlli che erano proseguiti anche quando si era poi recato a pranzo in un vicino ristorante in compagnia del D’Agostino e di un parente di questi, tale “Mimì”, ovvero Domenico. Aveva precisato però al legale che la notizia non l’aveva colto di sorpresa, perché già da tempo era stato informato di queste attività dagli amici di Lentini.
Il D’Agostino, in quella occasione, gli aveva perorato la possibilità di far lavorare la ditta di movimento terra di proprietà del parente, accreditandolo presso alcune ditte gelesi che in quel periodo stavano lavorando in quelle zone della Calabria. Il Mimì ne aveva bisogno perché da poco scarcerato, questi come il D’Agostino era pregiudicato anche per reati associativi.
Infine l’avvocato Minniti gli aveva prospettato la possibilità di avvalersi della tutela di un suo collega di Reggio Calabria, persona molto ben introdotta negli ambienti giudiziari compresa la Corte di Cassazione dove tra quei magistrati operava anche un di lui parente. Ciò poteva essere un grande aiuto anche per il Piddu Madonia che ben conosceva e che gli aveva chiesto di salutare anche per suo tramite.

I Baroni bianchi
Giungemmo a sera inoltrata in Catania, pronti poi l’indomani pomeriggio dal suo rientro da Gela a riprendere il nostro lavoro. Aveva rivisto la cugina Maria Stella che lo aveva pregato di accompagnarla con la cognata Santoro Giovanna la settimana entrante in Roma. Era intenzione delle due donne presenziare all’udienza del solito processo dove era imputato il Piddu e avere così l’occasione d’incontrarlo come le altre volte.
In questo altalenarsi d’incontri arrivammo alla mattina del 10 maggio ’96, anche questa volta fummo ospiti di una trazzera di una sperduta campagna, dove ci trattenemmo fino a tardi per completare quel generico quadro delle sue prime esperienze in Cosa Nostra.
Volutamente come le altre volte si sorvolò sui temi più delicati, anche perché, come gli avevo comunicato, il prossimo incontro lo avremmo avuto il martedì entrante, 14 maggio, in Roma per ufficializzare il suo ingresso nel programma di protezione. In quella occasione avrebbe nuovamente incontrato i magistrati siciliani ed io avrei immediatamente organizzato il trasferimento di quanti dei suoi familiari avrebbero accettato di raggiungerlo e seguirlo in quel passo.
Mi accompagnò non molto lontano dallo scalo aeroportuale, che raggiunsi poi a piedi sapendo poi d’incontrare il mio collega di Caltanissetta prima di rivedermi anche con lui a Roma. Prima di salutarci Ilardo mi disse che sarebbe andato a Lentini con sua moglie per sistemare le ultime cose dell’azienda e dove si sentiva più tranquillo e sereno, mi avrebbe chiamato telefonicamente la sera da una delle solite cabine per definire gli ultimi dettagli per poi rivederci il lunedì nella capitale.
Come previsto all’aeroporto incontrai il mio collega. Notai che era alquanto teso, ma non diedi particolare importanza al fatto, andammo a mangiare qualcosa assieme prima di prendere l’aereo per casa, ma quando poco dopo iniziò con evidente imbarazzo e con frasi interrotte a metà, quasi a cogliere ogni mia reazione, a rappresentarmi che dagli uffici della Procura di Caltanissetta era uscita la voce della collaborazione di Ilardo con la Giustizia rimasi esterrefatto.
Anche se la notizia era stata acquisita da un suo collega di Caltanissetta, al quale per altro non aveva dato conferma, ne era rimasto alquanto impressionato, perché aveva avuto la netta percezione che l’informazione circolasse non con la dovuta riservatezza ed attenzione.
Dopo alcuni miei tentativi di approfondire la circostanza, nella evidente difficoltà e imbarazzo del collega di fornire ulteriori spiegazioni, gli chiesi se avesse informato il col. Mori ed Obino di quanto avvenuto ed il collega mi confermò di averlo già fatto nel momento in cui ne era venuto a conoscenza.
Chiamai prima il col. Mori e poi Obino e rappresentai il mio sconcerto e disappunto per quanto accaduto, che giudicai grave e precisai che quando ci saremmo incontrati con i Magistrati in Roma avrei rappresentato questa circostanza a compendio di una situazione che ormai giudicavo totalmente insostenibile ed in quella sede avrei chiesto spiegazione di questi comportamenti così anomali.
Dopo di che decisi di contattare Ilardo. Fu inutile. Avevamo i nostri orari e quella sera sul tardi quando ne avrei avuto l’opportunità, senza farlo preoccupare, gli avrei consigliato di partire in auto alla volta di Roma, dove poi subito l’avrei raggiunto e con calma organizzare il suo nuovo futuro.
Teso e preoccupato, ma mai pensando che la situazione avesse altre realtà e che potesse precipitare vertiginosamente, partii per casa, rimandando ogni decisione a quella sera dopo aver sentito il collaboratore. All’aeroporto trovai mio suocero. Nel breve tragitto verso casa non dissi una parola rigirandomi nervosamente tra le mani il cellulare.
Non vedevo l’ora di arrivare e poi eventualmente, per mia maggiore tranquillità, far telefonare a mia moglie per lasciare come altre volte il solito messaggio d’intesa per essere poi chiamato.
Salendo le scale trovai aperta la porta di casa e mia moglie con le lacrime che le scorrevano sul volto fissare impietrita una pagina del televideo e dirmi senza voltare il volto “a Catania hanno ucciso Luigi”.



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Il colonnello dei carabinieri
Michele Riccio


Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.


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