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Michele Riccio

Michele Riccio - 9° parte - Mafia & Stato. Mezzojuso, era già tutto scritto

di Michele Riccio

Le motivazioni delle sentenze delle stragi di Capaci, Via D’Amelio e per le bombe del 1993 non lasciano spazio al minimo dubbio. Parti dello Stato italiano, in ginocchio dopo il brutale, violento e ripetuto attacco frontale di Cosa Nostra, avvenuto a cavallo degli anni ‘92 e ‘93, hanno trattato con i mafiosi. Le modalità, le finalità, i confini e i compromessi con cui si sono sviluppati i colloqui tra le istituzioni e i rappresentanti dell’organizzazione criminale sono stati delineati nelle ricostruzioni fornite da più collaboratori di giustizia e dagli stessi uomini dello Stato coinvolti. Tuttavia, come sempre, i lati oscuri sono diversi e lasciano intravedere un quadro molto più inquietante di quanto appaia quello esplicito. E’ per questo motivo che le procure di Palermo e Caltanissetta hanno aperto un’inchiesta sulla trattativa tra Mafia e Stato.


L’arresto di Salvatore Fracapane, a nostro avviso, aveva sgombrato il campo anche dall’ultimo mediatore autorevole ed accreditato in grado di risolvere lo scontro tra il Cammarata Giuseppe, capo mandamento di Riesi, ed il vertice della sua Famiglia di Caltanissetta, rappresentata da Ilardo, che mirava ad espellere dal sodalizio il mafioso, ormai transfuga da tempo.
La considerazione poi che Provenzano rischiava di dover affrontare presto una frattura all’interno della Famiglia Nissena, con evidenti complicanze al suo intento prioritario di ricompattare Cosa Nostra, ci faceva ben sperare che questi, oramai, non potesse esimersi dall’affrontare personalmente la situazione.
Ilardo, deciso a sfruttare il momento favorevole, andava prima a trovare la cugina Maria Stella, sorella del Piddu, quindi Greco Nicolò, in Bagheria, sollecitando la necessità e l’importanza di un incontro chiarificatore con Provenzano per il bene della Famiglia.
Inoltre, la contestuale segnalazione della Fonte che in quei giorni era comparso sulla scena Ferro Salvatore, un medico oculista di Catania, già uomo d’onore e suo vecchio amico che gli aveva recapitato un altro biglietto del Provenzano, al quale Ilardo non aveva perso tempo di rappresentare ancora una volta la delicata situazione in cui versava la sua Famiglia e l’esigenza di un incontro quanto mai necessario, ci faceva sempre più sperare in una positiva evoluzione della situazione.
Una sottile ansia mi colse in quei giorni ed ogni volta che sentivo o incontravo Ilardo, nonostante mi riproponessi sempre di mostrarmi tranquillo e distaccato, dopo poco non potevo fare a meno di chiedere se vi erano novità dal fronte di Palermo e lui, calmo, come sempre, ..."Colonnello, dobbiamo solo attendere... se nessuno ci tradisce, vedrà che lo Zio mi manderà a chiamare".
Ilardo aveva ragione di stare tranquillo e attendere con pazienza, ma il desiderio di smentire il solito scettico, di dare finalmente esito alle tante prove che avevamo fatto per affinare e rendere duttile il dispositivo di uomini, mezzi e strumentazioni utilizzate a seconda del terreno in cui ci saremmo trovati ad operare, urbano o di aperta campagna, e la conoscenza dell’importanza della partita che stavamo giocando, era troppo forte per farmi stare calmo.
Nei mesi a seguire contattavo ed incontravo più volte Ilardo, sempre in attesa di notizie. In una occasione, eravamo nell’Agosto del 1995, lo andai a trovare partendo dalla Calabria, dove in quel periodo ero in ferie. Proposi a mia moglie di visitare Taormina e lei, ben felice, subito acconsentì e con una sua amica e mia figlia, ancora piccola, attraversammo lo stretto.
Da Taormina a Catania il passo fu breve, la prospettiva di vedere un’altra bella città con le sue  piazze magnifiche come quella dell’Elefante, Villa Bellini e Via Etnea con i suoi ricchi negozi, era una occasione irresistibile. Ed ecco Ilardo.
Ricordo che nel salutare mia moglie, (finalmente poteva conoscere la centralinista dell’operatore finanziario che tante volte aveva atteso l’inoltro dei nostri messaggi), con gioia e soddisfazione diede la notizia che sua moglie aveva partorito due gemelli grandi e grossi come lui ed ad un nato, come secondo nome, aveva dato il mio, quale segno di amicizia e riconoscenza, fatto che aveva destato grande curiosità tra i parenti che non comprendevano la scelta di quel nome che stonava tra i vari riferimenti alla loro famiglia.
Mentre le donne proseguivano la loro visita entrando in città, con Ilardo ci allontanavamo e, nel corso di quel breve giro, mi spiegava che lo Zio gli aveva inviato un altro biglietto con la segnalazione di seguire alcuni appalti di cui prendevo subito nota. Riferiva, inoltre, che Di Caro Antonio, capo mandamento di Canicattì (AG), era stato ucciso su mandato dei vertici della sua stessa Famiglia di Agrigento nel corso del solito invito a partecipare ad un incontro, probabilmente con Brusca Giovanni, perché ritenuto un confidente della Polizia.
Avevano anche assassinato due suoi uomini, Pietro Pipia di Ribera e Costanzo di Favara. Fracapane Leonardo, quindi, aveva assunto il comando della Famiglia di Agrigento in luogo del fratello Salvatore, da noi arrestato.

Il trasferimento al ROS
Nei primi giorni di settembre lo rivedevo a Roma. Faceva ancora molto caldo e mentre passeggiavo nei giardini in Piazza delle Muse, in attesa del suo arrivo, cercavo con lo sguardo un bar che sapevo presente nei paraggi con dei tavolini posti all’ombra. Giusto il tempo di individuarlo che sopraggiungeva Luigi, visibilmente teso. Una volta vicino mi riferiva di aver appena fatto visita al Rinzivillo.
Ennesimo tentativo fallito, il suo, nel cercare di arrivare prima ad una tregua e poi ad un accordo tra il gruppo del Crocefisso Rinzivillo e quello degli Emmanuello, fazioni ormai sempre più in aperto scontro per affermare la rispettiva supremazia sulla città e sul comprensorio di Gela. Gli spazi di trattativa erano piuttosto esigui e ciò lo preoccupava alquanto.
Prima di parlare a mia volta, attendevo che l’aria ora un po’ più fresca e l’arrivo di un bicchiere di birra ben fredda, mitigassero il caldo e così la tensione. Dopo di che gli facevo presente che, ormai orfano di De Gennaro, stavo per rientrare nell’Arma e lui poteva continuare la collaborazione con un altro collega della DIA, persona che già conoscevo come seria e capace.
Ilardo, dopo avermi ascoltato come sempre con attenzione, senza enfasi e guardandomi negli occhi, mi rispondeva: “...Colonnello,.. dove va lei, vado anche io. ...Qualunque incarico andrà a ricoprire, sarà sempre in grado di riferire le notizie alla Procura di Palermo, ...ormai ci manca poco...ed io, per la mia sicurezza personale e quella della mia famiglia, non sarei mai tranquillo in una mutata situazione".
Con l’impegno di vederci a breve in Sicilia, lo accompagnavo ad un vicino parcheggio taxi da dove partiva alla volta dell’aeroporto di Fiumicino. Segnalato l’esito dell’incontro alla DIA, dopo essere stato al mio Comando Arma, venivo contattato dai vertici del ROS per proseguire l’indagine presso quel reparto.
Concordavo la mia aggregazione, desiderando, dopo quella indagine, di avere un diverso impegno, con altre esperienze che mi avrebbero sicuramente rigenerato da un lavoro che mi avrebbe riservato ancora molte ansie e preoccupazioni, ben immaginando gli scenari e le conseguenze che la collaborazione di Ilardo con la Giustizia avrebbe significato.
Sia in quella occasione che in altre mi rassicurava che tutto stava andando come previsto e di avere fiducia in lui. Era ancora impegnato a risolvere il problema Rinzivillo - Emmanuello e mi riferiva che doveva affiliare Daniele Emmanuello alla Famiglia di Gela su volere del cugino Piddu Madonia.
Inoltre Quattroluni Aurelio, il rappresentante della famiglia di Catania, gli aveva confidato che la morte della Menniti Santapaola andava ricercata nell’ambito familiare. Sempre a Catania aveva incontrato in quei giorni il Sen. Sudano Domenico che gli aveva chiesto la sua disponibilità per aiuti futuri in vista di eventuali elezioni.
Parlando di Provenzano mi segnalava che questi era amico dell’ing. Bragaletti, capo area della Lodigiani, con il quale aveva delle cointeressenze e che ora stava realizzando dei lavori alla Diga Aidone e dell’ing. Bini, capo area della "Calcestruzzi s.p.a." di Ravenna, appartenente al defunto Gardini, e tecnico che, con la protezione di Cosa Nostra, aveva realizzato ben 29 impianti in Sicilia.
Provenzano aveva da tempo relazioni riservate con alcuni tra i più importanti imprenditori del Nord Italia o con i loro più stretti collaboratori e, nonostante la mia curiosità, dopo aver fatto solo i nomi di Gardini e Ligresti, chiudeva categoricamente ogni discorso e, come già altre volte quando il tema era particolarmente delicato, rimandava il tutto in sede di collaborazione ufficiale, dove, precisava, avrebbe trattato meglio e più diffusamente l’argomento.
Comprendendo che ciò riguardava anche la sua sicurezza personale preferivo non insistere e con la battuta che avrei preso nota della problematica per poi ricordargliela in futuro, cambiavo discorso.
Verso la fine del mese di Ottobre, di rientro da una missione in Sicilia, dove avevo incontrato un Ilardo particolarmente soddisfatto, come avevo modo di rappresentare ai vertici del ROS, questi mi aveva segnalato di aver incontrato nuovamente il Ferro Salvatore, il medico di Catania, appena tornato da una visita fatta al Provenzano.
Dai discorsi del Ferro aveva intuito che il medico, fratello del più noto Antonio, mafioso detenuto al carcere di Pianosa, non aveva alcuna difficoltà ad incontrare il latitante, né bisogno d’intermediari e come unica precauzione adottava quella di farsi precedere, come staffetta, dalla Alfa Romeo 155 grigio scura condotta dal proprio figlio.
L’infiltrato aveva compreso che Provenzano si era spostato da Bagheria trovando rifugio in altra località, forse favorito dallo stesso medico, la cui affiliazione a Cosa Nostra datata nel tempo, era stata tenuta strettamente riservata, probabilmente per tutelare gli interessi connessi alla latitanza del Boss di Cosa Nostra.
Ferro, su mandato del latitante, gli aveva consegnato, nell’occasione, 45 milioni di lire, di cui 15 dovevano essere consegnati a La Rocca Francesco e 30 a Gravagna Francesco, il gestore di un chiosco di Monte Po‚ in Catania che li avrebbe poi recapitati a loro affiliati residenti nel comune di Adrano (CT).
Tempo prima altri 60 milioni diretti agli affiliati di Adrano, inviati tramite il Quattroluni Aurelio, il nuovo responsabile della Famiglia di Catania, non erano pervenuti ai destinatari. Questi si erano rivolti al Galea Eugenio che, pur detenuto, aveva subito interessato Provenzano che, questa volta, per evitare imprevisti, si era fatto segnalare dall’ex capo provinciale di Catania, oramai recluso, un tramite più affidabile: il Gravagna.
Anche questa vicenda fa ben comprendere come i vincoli e le leggi che regolano la detenzione dei capi mafiosi siano facilmente superabili quando per l’ Organizzazione sono in gioco interessi importanti e credo che, prima di emettere sentenze che stabiliscano il contrario, sia utile un esame più approfondito della realtà, inquadrando la figura del Boss e la sua incidenza negli eventi in gioco. I canali che approdano in carcere sono tanti e molti anche noti.
In merito all’omicidio di Licciardiello Vito avvenuto in quel tempo in Catania, non era ancora riuscito a ben inquadrare il movente, anche se alcuni lo ritenevano collegato all’omicidio della moglie di Santapaola.
 
Mezzojuso
Il 29 Ottobre 1995 Ilardo mi segnalava che il Martedì 31 si sarebbe dovuto trovare con Vaccaro Lorenzo al bivio di Mezzojuso, lungo la superstrada che collega Palermo ad Agrigento, dove avrebbe incontrato Ferro Salvatore per poi andare da Provenzano Bernardo. Informazione che subito trasmettevo al ROS ricevendo direttive in merito.
I fantasmi che mi avevano determinato nel 1992 a lasciare il ROS per andare alla DIA riapparvero e per tutta la vicenda mi accompagnarono costantemente, ma questi sono fatti e circostanze di cui non tratteremo in questo articolo.
La sera di Lunedì 30 a Catania incontravo Ilardo che mi confermava l’invito ricevuto da Provenzano per incontrarlo.
Dopo una giornata di ansie e preoccupazioni, nella tarda sera di Martedì 31, incontravo finalmente, nel buio di una di campagna nei pressi di Catania, un Ilardo stanco, teso, ma soddisfatto che appena mi vide disse: "ha visto che c’è l’abbiamo fatta! "
Dopo aver analizzato e discusso un attimo la situazione Ilardo iniziava subito a riferirmi dell’incontro ed io come sempre mi impegnavo più che mai a prendere nota veloce delle indicazioni. Ma questa volta erano altri pensieri ad accompagnare la mia mano.
Con Vaccaro avevano aspettato al bivio di Mezzojuso dove una Ford Escort diesel targata PA B00057 si era fermata prelevandoli. L’autista, di nome Giovanni, una persona sui 35 anni alta 1,71 m circa, con gli occhiali ed i capelli molto brizzolati, li aveva condotti, dopo un breve tragitto, ad un casolare con ovile, luogo dove già era presente Provenzano.
Lungo il tragitto il Giovanni gli aveva fatto comprendere che già altre volte aveva assolto il compito di autista del latitante. Nel corso dell’incontro poi aveva avuto la sensazione che questi fosse un impiegato ed era riuscito anche a prendere il suo numero di telefono, 091.6966242, quando il Giovanni lo aveva dato al Ferro Salvatore che li aveva raggiunti più tardi al casolare.
Per quanto aveva ascoltato, il numero telefonico non era ancora riportato in elenco, in quanto l’utenza era stata installata da poco ed al momento serviva solo per i contatti urgenti nell’interesse del latitante.
Il Casolare si raggiungeva partendo dal bivio di Mezzojuso. Si doveva poi percorrere la superstrada chiamata “scorrimento veloce” in direzione di Agrigento e, una volta superato un distributore della Esso, si doveva proseguire per circa 2,5 km e sul lato destra della strada, al centro di una curva, si doveva prendere una trazzera, l’unica, che per un tratto correva parallela allo “scorrimento veloce” in direzione di Palermo. Dopo 2 km si arrivava a due case coloniche poste una di fronte all’altra.
Quella posta leggermente più in alto aveva il tetto e la facciata di colore rossastro, nell’altra di colore grigio, con accanto un ovile, aveva incontrato Bernardo Provenzano, ma entrambe le abitazioni erano utilizzate dal Capo di Cosa Nostra per incontrare i suoi più stretti e fidati collaboratori.
Guardando fuori dal casolare aveva potuto individuare alcuni silos posti su una vicina altura, lungo una stradina che probabilmente portava al paesino di Campo Felice. Queste costruzioni, solitamente utilizzate per lo stivaggio del grano, durante la notte erano illuminate con fari a luce gialla e dominavano dall’alto le due case con l’ovile.
Nel corso dell’incontro, che era durato oltre 8 ore, aveva potuto notare che man mano molte persone erano giunte a piedi alla casa con l’ovile e, al momento del pranzo, queste erano circa una decina, per cui aveva desunto che molti abitanti e contadini della zona dovevano proteggere la latitanza del Capo di Cosa Nostra.
Il proprietario della fattoria che gli era stato presentato con il nome di "Cono", era giunto intorno alle ore 11 alla guida di una campagnola Fiat furgonata di colore verde ed era stato questi a preparare il pranzo a Provenzano, mostrando di conoscere perfettamente le esigenze alimentari del latitante in quanto gli aveva cotto, senza chiedere nulla, la carne al sangue e senza sale, come richiesto dallo stato di salute del Boss.
Il Cono era una persona di circa 60 anni, robusto con i capelli brizzolati tendenti al bianco ed alto circa 1,68 m.
Provenzano, leggermente più alto 1,70 m., magro, con il volto scarno, le guance incavate, le tempie segnate da due fossette ed i capelli fortemente stempiati e tendenti al rossiccio ed al bianco, si era presentato vestito con una maglietta polo sotto un maglione dal collo a V, pantaloni a coste larghe e giaccone pesante; il classico abbigliamento dell’agricoltore che per altro risultava calzante per il suo aspetto.
Il latitante non era per niente condizionato dal suo stato di salute, tanto è vero che, pur sofferente alla prostata, giorni prima aveva fatto oltre 25 km. in auto per incontrare una persona molto importante che l’infiltrato riteneva fosse Giovanni Brusca.
Giunto finalmente il Ferro Salvatore a bordo di una vecchia Ford che, come raccontava, aveva preso da una sua tenuta non molto lontana da quei luoghi dove aveva lasciato la sua Mercedes, con la quale era partito la mattina da Catania, e dopo essersi scusato per non aver rispettato l’appuntamento dato al bivio di Mezzojuso, aveva inizio la riunione che durava oltre 8 ore. Il Provenzano l’aveva articolata in due momenti: uno alla presenza dei tre convenuti, Ferro, Ilardo e Vaccaro; l’altro in colloqui separati con i convenuti per esaminare situazioni personali e riservate.
Nella prima fase avevano esaminato l’azione autonoma ed espansionistica di Brusca Giovanni, attività che trovava supporto in La Rocca Francesco, sedicente Capo Provinciale di Catania, nomina non riconosciuta dal Provenzano che affermava di non essere stato interpellato in merito dal fratello di Fracapane Salvatore, Leonardo, ora alla guida della famiglia di Agrigento, e dal Balsamo Pietro, capo Mandamento di Piazza Armerina (EN). Alleanza, questa, che evidenziava interessi della fazione avversa anche in quella provincia.
Il recupero dei contatti con i vari referenti delle società ed imprese che lavoravano in Sicilia sotto la "protezione" di Cosa Nostra e gestiti dal Bagarella, con capacità e profitto fino al momento del suo arresto, erano da aripristinare, dato che molte famiglie si erano lamentate di non ricevere più la parte di pizzo pagata per i lavori in corso sui rispettivi territori di competenza.
La decisione, in quel momento, era comunque di non ricorrere a scontri armati con gli affiliati al gruppo di Brusca poiché, alla luce di una diversa situazione politica, non sarebbero stati tollerati dalle Istituzioni,  per cui dovevano impegnarsi solamente a mettere sempre più in risalto l’arroganza, la violenza ed i limiti della politica gestionale del Brusca Giovanni e del suo gruppo.
In 7 anni, secondo Provenzano, sarebbe stata recuperata una sufficiente tranquillità per condurre con profitto gli affari e migliorare le condizioni dell’Organizzazione, allora alquanto precarie.
Dopo aver mangiato tutti insieme, nel pomeriggio, si svolgeva la seconda parte della riunione, quella in cui ognuno, per proprio conto, aveva parlato con il Provenzano. Il Boss, dopo avergli ricordato la vecchia amicizia che li univa, gli aveva consigliato di non intraprendere alcuna guerra con il La Rocca, anche se nel caso di uno scontro inevitabile, l’avrebbe comunque sostenuto.
In quel momento era più pagante la via della diplomazia e, per facilitargli il compito, il vecchio Capo gli aveva detto che a breve avrebbe incontrato il Brusca per indurlo a consigliare al La Rocca di giungere anche lui ad incontro chiarificatore con l’Ilardo.
Aveva ricevuto anche il compito di verificare la fine che avevano fatto le somme di denaro affidate a suo cugino Tusa Francesco che questi avrebbe dovuto consegnare alla Famiglia di Catania, denaro mai arrivato con conseguenti forti lagnanze di chi lo attendeva. Il costituirsi improvviso del Tusa gli aveva impedito di chiedere chiarimenti e questo l’aveva notevolmente irritato. Ciò era connesso alla vicenda della Acciaieria della Megara, già oggetto delle loro lettere.
Mentre trattavano aspetti personali e familiari il Provenzano gli aveva chiesto se mai l’avesse chiamato o indicato con il termine di "ragioniere". Alla sua risposta negativa e alla seguente domanda di spiegazioni, il latitante gli aveva risposto di aver avuto delle noie dal Mandalari che lo aveva indicato con quell’appellativo.
Al termine dell’incontro era stato il solito Giovanni a ricondurlo al bivio di Mezzojuso insieme al Vaccaro.
Quanto appreso veniva da me immediatamente riferito al ROS per cui avevo redatto la relazione di servizio. Tuttavia, giorni dopo, mi veniva rappresentato che gli specialisti del ROS non avevano individuato la trazzera e così le due case, luogo dell’incontro con il Provenzano.
La notte dell’8 Novembre, quindi, in una strada dell’entroterra di Caltanissetta, in un luogo riparato, incontravo Ilardo e proseguivamo insieme alla volta del bivio di Mezzojuso. Questi si era vestito completamente di nero: pantaloni e maglione ed un passamontagna dello stesso colore calato sul viso.
Con Ilardo steso sui sedili posteriori, seguivo le indicazioni già prese ed individuavo poi la trazzera, le due case e vedevo perfettamente, stagliati in alto sulla collina, i silos illuminati dai fari gialli.
Durante il viaggio Ilardo, tra i vari discorsi che affrontavamo, mi riferiva, oltre al possibile rifugio che il latitante Privitera Orazio aveva trovato presso gli ovili di Cinardo Giovanni, in località di Militello e Vizzini, e mi informava che in quei giorni  aveva saputo di vari esposti anonimi nei suoi confronti giunti presso le Autorità che lo indicavano quale mafioso emergente con proprietà in piena ristrutturazione e gli esposti erano giunti anche alla sede legale del Banco di Sicilia che vantava delle ipoteche sulle sue proprietà. Anonimi che, oltre a riportare notizie false, lo avevano alquanto allarmato.
Ritornato in sede confermavo al ROS le indicazioni già inoltrate e relazionavo le nuove informazioni.
Trascorreva un’altra settimana quando mi veniva richiesto un altro sopralluogo, perché anche questa volta, gli specialisti del ROS non erano riusciti ad individuare né la trazzera né le case. Così, il 15 Novembre, scendevo in Sicilia dove le prime luci dell’alba del giorno dopo mi salutavano in compagnia di Ilardo ancora vestito di nero e steso sui sedili della mia auto a percorrere ancora le solite strade.
Individuavo ancora una volta l’obiettivo e pertanto confermavo le solite indicazioni trasmettendo le coordinate geografiche al ROS per poi inserire il tutto nel referto "Grande Oriente" del Luglio 1996.
Nel Gennaio 2001 la Polizia di Palermo arrestava, proprio presso quel casolare con ovile di Mezzojuso, il latitante Benedetto Spera, fedelissimo di Bernardo Provenzano e il pastore Nicolò la Barbera detto "Colò", proprietario di una Fiat campagnola di colore verde.
Leggendo quanto riportano le cronache di questi giorni traggo la conclusione che il popolo di Cosa Nostra ha creduto nel progetto di Provenzano, nel ritorno all’antico alla Mafia affaristica, meno vessatoria sul territorio, più colloquiante con le Istituzioni. Ed ha orientato il voto, come richiesto, su Forza Italia e sulla coalizione di cui faceva parte, anche dietro la promessa di affari, appalti, leggi e benefici per ottenere una "giustizia" più favorevole.
Per raggiungere il controllo dell’Organizzazione Provenzano è riuscito a dimostrare il fallimento della linea d’azione sanguinaria e violenta voluta da Riina e dal suo gruppo, affermando costantemente di averla subita al pari di buona parte di Cosa Nostra. Quelli che erano avversari sono stati poi progressivamente arrestati, anche se mi ricordo ciò che mi diceva Ilardo “In Sicilia o si vendono o si ammazzano, mentre gli altri sono stati convinti ad accerrare quei consigli che non si potevano rifiutare tanto erano traboccanti di saggezza e di cristianità.
Perché solo dopo le stragi e le bombe si sono ottenuti quegli arresti importanti che hanno decretato la frattura all’interno di Cosa Nostra, conseguiti comunque di sovente con confidenze e telefonate anonime (anche ripetute per accertarsi del risultato), cosa mai avvenuta prima?
Quale migliore denuncia  riscontro di due anime diverse in Cosa Nostra? Forse perché non ci sarebbero stati i termini per una Trattativa.
La fuga di notizie sui giornali che blocca di fatto ogni tipo di colloquio intrapreso nelle Carceri, il provvedimento del Senato che approva definitivamente l’art. 41 bis rendendo più difficili i collegamenti fra l’interno e l’esterno del carcere, il non progredire delle tante leggi promesse e ferme in Parlamento, l’assenza dei provvedimenti di clemenza promessi determinava la petizione dai toni minacciosi di Luca Bagarella dal carcere dell’Aquila e riaccende i timori di nuove stagioni di attentati e di omicidi anche eccellenti.
Elementi che inducono a ritenere che il popolo di Cosa Nostra, dentro e fuori dalle carceri, non creda più alle promesse di Provenzano e sia passato a minacce vere o strumentali per ricordare una trattativa o per riavviarla.
Il pentimeno di Giuffré e l’improvviso constituirsi di Salvatore Sansone, latitante dal 1995, uno dei mafiosi che ha ripulito il covo di Riina e cognato di quel Cancemi, la portata delle cui confessioni era temuta da tutta Cosa Nostra, come Ilardo già mi aveva riferito e come avevo riportato nel dossier Grande Oriente, sono ulteriori elementi del seguito di questo nuovo scenario e forse non tanto.
Il popolo di Cosa Nostra tutto si sta riattivando per sollecitare lo Stato o per vendicarsi degli impegni presi e non mantenuti?
Oppure assisteremo alla guerra dichiarata dei detenuti sospettosi di essere stati traditi e diventati oggetto di una trattativa parallela posta in essere per salvare ciò che si è trasformato, la famiglia di pochi che sanno come cavarsela e di qualche Zio?
Ilardo, come credo anche altri collaboratori, mi riferiva che Riina era in contatto con interlocutori appartenenti alle Istituzioni, noti solo allo stesso, ma anche Provenzano aveva ed ha simili canali che, come spiegava, pur appartenendo al medesimo ambiente Politico Istituzionale, erano i referenti di un’area più datata, saggia ed attendista.
Un Provenzano detenuto, a suo tempo, avrebbe determinato non solo altri scenari e contesti, ma posto come via percorribile solo la collaborazione con la Giustizia per ottenere i benefici previsti dalla Legge. 
Michele Riccio


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Proseguiamo, dai numeri precedenti, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.


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Il colonnello  Michele Riccio

Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.


«Ci sono Ministri in carica coinvolti»
Calogero Pulci, su appalti e stragi, sarà presto ritenuto pienamente attendibile
di Anna Petrozzi
E’ sicuramente uno dei collaboratori più controversi. Ma c’era da aspettarselo viste le dichiarazioni che Calogero Pulci ha rilasciato ai magistrati che lo stanno interrogando nell’ambito di diversi procedimenti, dagli appalti alle stragi.
Pulci, oltre ad essere uomo d’onore, era anche assessore al comune di Sommatino, dove esercitava ovviamente, anche gli affari di Cosa Nostra.
Affiliato nel 1984 in via «riservata», in quanto il padre aveva fatto prendere e condannare i suoi attentatori qualche anno prima, infrazione inaccettabile delle regole, diviene uomo d’onore «ufficiale» nel 1989 ed entra a far parte della famiglia di Giuseppe «Piddu» Madonia, capo della provincia di Caltanissetta, che gli fa addirittura da padrino.
«Il rappresentante della famiglia di Sommatino, che aveva ordinato l’omicidio di mio padre, era stato messo fuori famiglia. C’era un altro rappresentante che non ... che era stato nominato con l’influenza di Madonia. Era cambiato anche, come si dice? era cambiato l’ambiente di Cosa Nostra locale», spiega il collaboratore ai giudici al processo dell’imprenditore Giacinto Scianna, condannato lo scorso anno.
Il suo principale incarico consisteva nell’assistere «in tutto e per tutto» la latitanza del boss Madonia, compresi gli spostamenti e sarebbe lui in persona, secondo Pulci, la fonte principale da cui ha tratto le rivelazioni ai magistrati.
Egli infatti lo avrebbe accompagnato a diverse riunioni, alcune delle quali relative alla strategia stragista cui avrebbe preso parte anche Totò Riina. Pulci sostiene inoltre di aver svolto anche da portavoce al servizio di Madonia, soprattutto in vista di problemi interni alla gestione del mandamento di Caltanissetta.
Relativamente alla «guerra di mafia» scoppiata a Gela alla fine dell’ ‘89, ad esempio, Pulci spiega che «era stata voluta da Madonia per una serie di circostanze e Madonia aveva avuto un accordo con i... diciamo, con alcuni chiamati stiddari per non toccare alcune persone, tra i quali i familiari di Madonia che abitano a Gela, che lavoravano a Gela, e su duecento morti fatti a Gela uno dei Madonia non è stato neanche... no ferito, neanche provare a farci l’attentato, perché l’accordo ha retto. E allora poiché c’era questo accordo sotto banco, trattandosi di ammazzare qualcuno, perché si cambiava modalità? Per far cadere il sospetto su un gruppo o su un altro, per non rompere l’accordo che avevamo con gli stiddari di alto livello».
Non solo di tragedie però è a conoscenza Pulci. Nel corso della collaborazione ha riferito agli inquirenti di movimenti finanziari di grossa entità effettuati dai Madonia in Italia, come all’estero. In particolare, egli stesso imprenditore, ha ammesso di essersi occupato personalmente di «compravendita di alloggi, un’industria qua in Sicilia, un complesso residenziale a Malta»... ed è così che ha preso il via la sua iniziazione mafiosa.
«Io quel lavoro che ho fatto a Palermo miliardario ero io da prestanome; praticamente da quel lavoro si traeva la tangente per pagare Cosa Nostra .  ... E da lì cominciai a frequentare il Madonia fino al punto che mi fece uomo d’onore».
Una fiducia e una confidenza tali da permettergli di recarsi dal Madonia, rifugiatosi a Bagheria, «una zona franca» per i latitanti, senza alcun preavviso.
Ed è proprio in una di queste visite a sorpresa che si imbatté in una riunione al vertice di Cosa Nostra.
Interrogato dal Presidente del tribunale Francesco Caruso nell’ambito del procedimento per la strage di Via D’Amelio, il collaboratore ha raccontato:
«Oltre a Madonia c’era di sicuro Totò Reina, perché me lo disse Madonia. Mi disse: ’Vattinni ca cca nun è ca ci su... vatinni ca c’è traficu, c’è genti...’».
Pulci spiega che con questa affermazione il Madonia intendeva fargli capire che c’era in corso una riunione importante e che il suo arrivo inaspettato poteva mettere in imbarazzo qualcuno.
«Tenga presente (si rivolge al Presidente ndr.) che se c’era, per esempio, in quella riunione «il ragioniere», «il ragioniere» ha un... è un tipo che ha un carattere tutto suo, particolare; io lo conosco bene perché l’ho anche trasportato e lo conosco bene. Ed è un tipo che meno caciara c’è e meglio è; è anche per questo che è difficile prenderlo, perché non usa... usa troppo prudenza». (Il ragioniere è Bernardo Provenzano ndr.)
Riferisce poi che ad un tratto Pietro Aglieri raggiunse il luogo dell’appuntamento, ma si trattenne solo per pochi minuti per poi andarsene assieme al suo autista Gaetano Murana. Erano poi presenti Giacinto di Salvo, il padrone di casa, e Totò Biondino, autista personale di Riina, arrestato con lui a Palermo il 15 gennaio 1993.
Fu poi il Madonia, sempre secondo la ricostruzione di Pulci, a precisare che nel corso di quella riunione si era affidato a Pietro Aglieri il compito di organizzare l’eliminazione del dottor Paolo Borsellino.
Sulle stragi Pulci apre un capitolo estremamente delicato. Ed è qui che cominciano i suoi problemi. Sentito dalle Procure di Palermo e Caltanissetta ha rivelato particolari ritenuti importantissimi sui moventi e sui possibili mandanti esterni degli eccidi Falcone e Borsellino. Il suo dito punta dritto ai piani alti: «ci sono Ministri della Repubblica Italiana coinvolti... e ministri in carica».
«Perché Totò Reina da solo, Signor Presidente, non poteva... non aveva il potere di potere ordinare e organizzare quelle stragi, da solo non lo poteva fare, altrimenti se lo faceva ini... si metteva in guerra con tutte le provincie siciliane. Già c’erano discordanze per altri fatti».
Secondo Pulci, Riina ebbe l’appoggio degli altri capi commissione perché disse di essere garantito istituzionalmente.
«Tutti da... alla fine furono tutti concordi, però erano... erano del parere di farli fuori. Ma poiché Totò Reina garantì che a livello istituzionale eravamo coperti, che questi... queste stragi sarebbero passate come se niente fosse successo, si adeguarono tutti».
In particolare il fatto che la strage Falcone si dovesse eseguire a Roma, aveva tranquillizzato tutti.
«... erano tutti felici e contenti, perché, fatto a Roma non si poteva mai parlare di mafia, si poteva parlare di servizi segreti deviati, si poteva anche parlare della banda della Magliana, ma non di Cosa Nostra».
Pulci ricompone poi gli eventi preparatori all’attentato.
«Dopo queste... queste, diciamo, riunioni preliminari, ci fu un incontro a Roma. Io accompagnai Madonia, Madonia incontrò un alto funzionario del Ministero degli Interni, che era accompagnato con un’altra persona. Si incontrarono; stiedero, che Le posso dire, venti minuti - quaranta minuti insieme in un appartamento che io ho indicato. Dopo di ciò io, Antonino Gioè, un certo La Barbera che potrei riconoscere, ma comunque non è La Barbera quello che collabora, Totò Di Gangi, Enzo Ambla, tutti e due della provincia di Agrigento, due della provincia di Palermo, io della provincia di Caltanissetta e due della provincia di Catania, Enzo Aiello e Umberto di Fazio, ci recammo in Belgio a parlare con un certo Alì che era di origine turca. Perché Madonia mandò me? Perché io in Belgio c’ho parenti, per poter affittare un appartamento per abitarci, per non farci i documenti, per... cioè per non fare spuntare che noi eravamo là; un domani l’Autorità Giudiziaria poteva riscontrare che noi eravamo là. Allora, io telefono ai miei parenti, gli faccio affittare un residence, pagandolo con la carta di credito di mio cugino; che oggi (2001 ndr) l’Autorità Giudiziaria, cioè la Procura sta riscontrando, perché io c’ho dato i tabulati, tabulati telefonici, tabulati delle carte di credito. Cioè, oltre alle dichiarazioni, ci sto dando materiale di riscontro.
(... ) Siamo andati là per fare un certo accordo ... con questo signore turco che si chiamava Alì di San Gios (come da pronuncia) ... San Gios è un paesino dell’hinterland di Bruxelles. L’accordo era che ci doveva dare una fornitura di armi, che ci ha dato, trecento rivoltelle abbiamo preso e per questo traffico di armi già ci sono state delle persone condannate, tranne io; a me non mi hanno mai indagato e sono stato, come si suol dire, io l’artefice di organizzare il viaggio. Comunque ho avuto la fortuna allora di non essere indagato oggi mi sono autoaccusato. Oltre alle armi, ci doveva... avevamo fatto un accordo che ci dovevano fornire una persona che doveva ammazzare il giudice Falcone o dentro un cinema a Roma, che lui era solito frequentare con la moglie senza la scorta o nel ristorante...
... Con il funzionario del Ministero degli Interni c’era l’accordo di ammazzarlo a Roma.
Poi per depistare noi volevamo usare il turco, anche per garantire quel fantomatico funzionario. ... Il turco, da quello che avevo capito io, o si doveva far prendere o doveva fare il kamikaze, uccidendo il dottor Falcone...
... Rientriamo e prepariamo la strage a Roma; già c’erano le persone a Roma. Ad un tratto viene sospersa la strage, non si fa più, rientriamo. E rientriamo tutti; nessuno può chiedere spiegazioni».
Dopo l’omicidio Lima, che precedette quello di Falcone di soli tre mesi, Pulci riferisce di un’altra riunione, alla quale accompagnò il Madonia per poi andarsene, tra i vari capi mandamento la cui presenza è solo presunta dal Pulci che non ebbe modo di vedere alcuno. Sarebbe in questa circostanza che si decise di compiere la strage in Sicilia.
«Nella seconda (riunione ndr) si era deciso di farlo in Sicilia e c’erano alcuni che non erano di parere favorevole, tipo anche Madonia, dici: ‘Ma poi se succe... qua ci fanno il tappo’. Reina invece aveva detto che era garantito istituzionalmente e che non avrebbero preso provvedimenti, che tutto passava liscio, cioè erano coperti».
Le prime reazioni dopo la morte di Falcone apparirono soddisfacenti per gli uomini di Cosa Nostra.
«Ma erano tutti contenti, tutti felici, cioè che tutto era andata bene. E onestamente le debbo dire che anche a livello legislativo il Governo non aveva preso nessuna iniziativa, c’erano i soliti commenti politici - io conosco il linguaggio politico - le solite chiacchiere: ‘La mafia, non la mafia...’ chiacchiere inutili. I provvedimenti poi li hanno preso dopo, con la strage del dottore Borsellino, perché veramente erano arrivati a... al ridicolo. Cioè coprirne uno è un fatto, ma coprire anche il secondo la cosa era... Tenga presente che il dottore Falcone era malvisto anche da molta parte della Magistratura e dal Consiglio Superiore della Magistratura, che noi c’avevamo un componente laico che ci forniva notizie».
E in merito al possibile movente Pulci non risparmia inquietanti deduzioni tratte dalla sua esperienza di mafioso-politico-imprenditore.
«Allora, Falcone doveva essere ammazzato per una serie di fatti, che poi lui li ha aggravati quando ha rivestito il ruolo di Direttore Generale degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia.  Poiché lui, diciamo irritualmente, sfruttando le amicizie che lui aveva personali, stava indagando su alcuni uomini politici, facendosi arrivare con... estratti conto corrente dalla Svizzera; lo hanno scoperto e lo hanno fatto ammazzare. Questo per quanto riguarda Falcone. Borsellino, siccome si è confidato con un uomo o due delle Istituzioni, lì lo hanno ammazzato.
... Tenga presente che nel febbraio già era scoppiata tangentopoli, quando arrestarono a Mario Chiesa. Quando Madonia per scherzo disse agli agenti che lo trasportavano: «Dite a Di Pietro che non va in Sicilia, perché lo ammazzano e poi danno la responsabilità alla mafia. Cosa voleva dire Madonia? Perché non era solo... noi quando parliamo di mafia la mafia è una parola in generale, qua noi stiamo parlando di Cosa Nostra; la mafia è un’altra cosa Signor Presidente. La mafia è un’altra cosa e uomini della mafia in carcere ce ne sono andati a finire poco e niente (...) e quelli che ci sono andati a fine sono stati scarcerati e poi, magari, assolti... con 530 comma II».
Allo stesso modo anche dietro all’assassinio del giudice Paolo Borsellino secondo la testimonianza di Pulci ci sarebbe la lunga e tenebrosa mano delle Istituzioni più o meno deviate, se non devianti.
«Le spiego: le due stragi furono decise contemporaneamente, ma si dovevano fare in date separate. Solo che quella del dottor Borsellino fu accelerata per un’imprudenza del dottor Borsellino, in quanto dopo la strage di Capaci, si confidò con un uomo delle Istituzioni a Roma, con l’uomo io direi sbagliato, che quello ci avvertì e accelerammo la...
(...) Fummo avvisati per fare la strage, perché la strage è diventata dopo, si doveva ammazzare il dottore Borsellino, come si doveva ammazzare il dottore Falcone, perché collegati sono».
In proposito il collaboratore ha un ricordo preciso.
«Eravamo a Enna e con precisione a Villarosa, dopo l’attentatone, (Capaci ndr) stavamo pranzando o cenando, non ricordo se eravamo a mezzogiorno o cena, e se non mi sbaglio sul TG3, guardavamo noi tutti i telegiornali, ci fu una conferenza stampa congiunta fatta dall’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti e Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, dove dissero testualmente che era opportuno che il Consiglio Superiore della Magistratura riaprisse i termini per potere dare l’opportunità al dottor Paolo Borsellino di potere fare domanda per partecipare al concorso di Procuratore Nazionale Antimafia. E lì Madonia esclamò dicendo: ‘E murì Borsellino’».
Dichiarazioni esplosive ritenute credibili da parte degli inquirenti che forniscono importanti quanto agghiaccianti elementi di raccordo tra le varie parti del puzzle a cui stanno lavorando da anni gli investigatori alla ricerca dei mandanti esterni delle stragi. Inutile dire che sul personaggio Calogero Pulci sono infuriate accese polemiche e anche una querela da parte di Bruno Contrada che lo vede imputato assieme ad un altro pentito, tale Giuseppe Giuga, ritenuto un falso dagli inquirenti, il quale avrebbe cercato di screditarlo anche in merito alle dichiarazioni da lui rese sull’omicidio di Filippo Cianci. In questa circostanza il Pulci, al fine di scagionare il padre, sarebbe stato reticente, tuttavia alla morte dello stesso la sua collaborazione si è, per così dire, sbloccata, tanto che, secondo il suo avvocato, Enzo Guarnera, sarebbe in procinto di ottenere l’art. 8 ed entrare nel servizio di protezione a tutti gli effetti.
Indizi ancora altri indizi che fanno riecheggiare ogni volta sempre di più quella immediata certezza: non fu solo Cosa Nostra.

Anna Petrozzi


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