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Michele Riccio

Michele Riccio - 7° parte - Ma quale Antimafia

Continuano le rivelazioni del confidente Luigi Ilardo

di Michele Riccio

Proseguiamo, dal numero precedente, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.


L’aereo aveva da poco iniziato la sua veloce discesa su Catania quando un “Ooh” di soffocata meraviglia, proveniente da un gruppo di anziani turisti americani che si affollavano intorno ai finestrini, mi distoglieva dai miei pensieri e per un attimo, tra l’agitarsi di mani munite di minuscole fotocamere digitali (mia invidia) potevo cogliere l’oggetto di tanta ammirazione.
Da una fitta coltre di nubi bianche ed ovattate emergeva il cratere dell’Etna quale bocca protesa e spalancata di un gigante sommerso da quel mare bianco e che lottava per non rimanervi soffocato.
Si, soffocato dal nuovo rifiorire della Mafia che, questa volta, come il candore delle nuvole o della neve sui monti, non si presentava più minacciosa e foriera di chissà quali tragici eventi, come l’approssimarsi di un cupo temporale, ma rassicurante, amichevole ed apparentemente inoffensiva, ma in realtà determinata a circondarti lentamente per sommergerti in un abbraccio mortale.
Poi il rullare dell’aereo sulla pista, la discesa dalla scaletta e, ad accoglierti, quell’aria tiepida e densa del profumo di gelsomini che solo Catania in Giugno sa offrirti, cancellava ogni pensiero angusto e con quella piacevole sensazione di benessere, tranquillamente facevo un giro per la stazione aeroportuale per vedere se c’era qualche persona non gradita ad accogliermi.
Nel vedere sopraggiungere da lontano il 457, mi dirigevo verso la fermata dell’autobus e nel momento in cui stavano per chiudere le porte, come da “brigatista memoria”, salivo velocemente sul mezzo pubblico, sedendomi nell’ultima fila vicino all’uscita e raggiungendo così il mio albergo al centro.
Con rinnovato piacere riscoprivo luoghi noti, assaporando quella piacevole serata di tranquilla solitudine in fondo regalatami dal Comando Arma di Catania, ex ufficiali del ROS che, per loro assertivi problemi di comunicazione interna, non erano nelle condizioni di farmi accompagnare né in albergo e né l’indomani all’aula bunker del Tribunale, presso il Carcere della Bicocca posto fuori città.
Ero atteso a rendere testimonianza su quella parte della inchiesta “Grande Oriente” che aveva investito la Famiglia Catanese di Cosa Nostra, impegno che avevo già assolto in altri Tribunali siciliani dove erano state comminate già molte condanne.
In questa occasione avevo chiesto di essere accompagnato solo per tranquillizzare la mia famiglia, che non aveva dimenticato che in quei giorni, 6 anni prima, Luigi Ilardo era stato assassinato in Catania, sotto la sua abitazione, con nove colpi di pistola poco dopo che ci eravamo salutati e avevamo concordato, di lì a due giorni, un incontro a Roma per la sua entrata nel programma di protezione.
E proprio con questo richiamo esordiva all’esame il presidente della Corte di Assise, subito accompagnato dalla richiesta del P.M. di tracciare un breve profilo di Ilardo quale appartenente a Cosa Nostra. Nel sentire la voce del P.M., mi voltavo istintivamente nella sua direzione e per un attimo mi attendevo di rivedere il Dr. Marino, il magistrato che con tanto impegno e alta professionalità aveva seguito sin dagli inizi l’inchiesta “Grande Oriente”, per la parte di sua competenza.
Magistrato che immediatamente mi aveva colpito, non solo per quanto sopra detto, ma per quella serena volontà e desiderio di fare il proprio dovere comprendendo al meglio il fenomeno criminale di Cosa Nostra, con lo stesso spirito e determinazione che aveva animato tanti suoi colleghi in un non lontano passato, quando avevamo affrontato il Terrorismo.
Non vedendolo, nel cominciare a rispondere alle varie domande, non potevo non pensare che tutto, anche nella lotta alla Mafia, stava progressivamente ed inesorabilmente cambiando e mentre stavo affrontando il contesto delle rivelazioni che mi aveva fatto Ilardo, un avvocato m’interrompeva e con molto garbo faceva presente che, se lettere intercorse fra il collaboratore e Provenzano erano prova, le notizie riferitemi, anche se oggetto di immediata relazione ai superiori, non erano utilizzabili per la sopraggiunta morte dell’Ilardo che gli aveva impedito di essere sentito quale imputato di appartenenza all’Organizzazione mafiosa.
L’obiezione del legale non mi giungeva nuova. Stesso rilievo mi era stato posto in Caltanissetta, quando avevo cercato di far acquisire a quella A.G., come prova, le registrazioni delle dichiarazioni del collaboratore eseguite con tanta fatica ed impegno. Ricordo che a quel magistrato feci presente che Ilardo era stato ucciso perché gli fosse impedito di parlare e quella registrata era la sua voce e testamento di un uomo libero e determinato a collaborare con lo Stato, nelle cui mani aveva posto la vita ed il futuro della sua famiglia.
Terminata l’udienza, trascorrevo tutto il pomeriggio nella sala d’imbarco dell’aeroporto e poi in volo, di rientro a casa e per quanto cercassi di pensare ad altro, non riuscivo a smettere di considerare che se non avessi creduto fermamente nel mio lavoro, impegnandomi a dare il massimo e leale apporto, motivato anche da quella obbligazione morale nei confronti del Dr. Caselli e del Dr. De Gennaro che mi avevano affidato l’inchiesta e nel rispetto delle scelte che avevano indotto Ilardo a rivolgersi a queste Autorità, nelle quali aveva assoluta fiducia, chissà l’indagine quale altro sviluppo avrebbe avuto.
Non si possono dimenticare momenti forti e significativi come quello che avevo vissuto in Roma, presso il Comando ROS, che precedeva di una decina di giorni l’assassinio di Ilardo quando presentavo ad un mio superiore, il Col. Mori, l’Ilardo, lì convenuto per rappresentare la sua decisione di voler collaborare ufficialmente con la Giustizia. Il collaboratore, senza proferire alcun saluto o convenevole, di getto all’alto ufficiale diceva queste poche parole: "Molti degli attentati che sono stati attribuiti esclusivamente a Cosa Nostra, in realtà i mandanti, risiedono nelle Istituzioni".
Affermazione che era non solo anticipazione di quanto avrebbe poi detto, ma anche chiaro messaggio della portata delle sue dichiarazioni. E ricordo che non facevo ancora in tempo a riprendermi dall’emozione che vedevo il Col. Mori girarsi di scatto e andare via velocemente senza dire alcuna parola.
Anche nelle dichiarazioni registrate dell’Ilardo si ha la conferma della sua volontà di voler parlare di queste vicende, quali i delitti Mattarella, Pio la Torre, Insalaco, l’omicidio degli agenti Piazza, Agostino e della moglie Castelluccio Giovanna, del minore Domino Claudio e del fallito attentato dell’Addaura ai danni di Falcone; eventi di cui anche il cugino Piddu Madonia lo aveva edotto e che tratteremo in seguito lungo l’evolversi dell’inchiesta.
Quel Piddu Madonia che, mesi dopo l’assassinio del cugino Ilardo - dimostrando capacità medianica su quanto poi avrebbe sentenziato anni dopo la Suprema Corte di Cassazione, escludendo la responsabilità di quei capi di Cosa Nostra quali mandanti dell’omicidio Falcone, se al momento della decisione erano latitanti o detenuti e quindi impossibilitati a fornire il proprio assenso in una formale riunione - assumeva un detective privato con l’incarico di accertare che nel periodo della strage di Capaci egli era latitante e presente nella provincia di Vicenza, dove in effetti era stato arrestato.
Il rapporto del detective, compendio del lavoro di un anno trascorso in giro a mostrare la foto del Madonia e pagato dal Boss, veniva prodotto dalla difesa del mafioso ed acquisito agli atti del processo e lo stesso investigatore privato al giornalista di Repubblica che lo intervistava, affermava: "Dopo la sorpresa iniziale ho capito che era giusto assumere l’incarico".
Forse non aveva ancora letto le lettere che ero riuscito, "d’iniziativa", prima a far conservare e poi a farmi dare dall’Ilardo. "Documenti interni di Cosa Nostra" che credo anche i Giudici di Cassazione non abbiano letto (lo spero), missive dove chiaramente si rileva come i vari capi latitanti di Cosa Nostra erano sempre edotti di ogni minima problematica dell’Organizzazione e quando queste avevano bisogno di essere esposte ad affiliati anche detenuti non c’era vincolo o divieto che lo impedisse.

Lettere e Pizzini

Le comunicazioni sovente orali, come aveva peraltro già riferito il collaboratore, venivano affidate ai familiari dei detenuti e sovente molte donne non esitavano ad assumere la direzione della Famiglia con la stessa determinazione e capacità dei loro congiunti. Altre volte l’incarico veniva assolto da personaggi insospettabili.
Come vedremo, l’analisi delle lettere e dei pizzini dà un ulteriore riscontro alla diversa configurazione che il Provenzano stava dando all’Organizzazione, dove l’azione cruenta, lo scontro tra fazioni interne, avrebbe trovato sempre meno spazio perché fossero privilegiati gli affari, il favore, il pizzo e l’estorsione, non più condotti con azione strangolante, ma atti ad imporre ed esercitare l’affermazione di Cosa Nostra sul territorio.
Controllo del territorio necessario a garantire l’affermazione politica di quella "squadra del cuore" che aveva assicurato al Capo di Cosa Nostra, in caso fosse arrivata al governo, già dopo sei mesi il varo di leggi più favorevoli e garantiste sia per detenuti che inquisiti. Oltre alla concessione di appalti e finanziamenti che, in questi giorni, porteranno in Sicilia fiumi di denaro, tanto che il parlamento locale è impegnato a riformare le leggi regionali sugli appalti rendendole ancor meno vincolanti e lasciando spazio alle trattative private.
Sempre nelle lettere troveremo riscontro anche di quel compromesso politico, vedi le Cooperative, ditta Cavallotti, Simone Castello socio di Antonino Fontana già vice sindaco di Villabate (PA), Gino Scianna imprenditore di Bagheria dove, come già detto, per l’affare si era sacrificata la questione morale e molti erano andati a braccetto con la Mafia ed allora mi diventavano sempre più chiare tante circostanze.
Momenti in cui avevo sentito dire da amici degli amici, "questi sono incapaci di governare, avranno sempre bisogno di noi……bisogna trovare più pentiti che si può, così si sconfiggeranno con le loro stesse armi….." o vedevo che, mentre proseguivo le indagini in Sicilia con il minimo supporto - anticipando spese, utilizzando per giunta anche il mio cellulare per ragioni di servizio - altre inchieste avevano il massimo input e sostegno, pur di giungere ad affermare ad ogni costo che tutto l’arco politico era compromesso nell’agevolare gli affari.
La vicenda della tangente dei 500 milioni di lire pagati dal direttivo della Acciaieria della Megara di Catania a Cosa Nostra, già in parte trattata nel nostro precedente articolo, è argomento di più lettere del Provenzano e riscontro di come le comunicazioni tra un Boss latitante come Provenzano ed un altro capo mafioso detenuto e sottoposto al regime del 41 bis, come Santapaola, fossero possibili.
Contatti che si realizzavano per far conoscere ad Ilardo quali fossero i personaggi dell’Organizzazione preposti alla gestione dei rapporti con l’azienda e quindi fare gli opportuni accertamenti per stabilire come mai la parte del denaro di pertinenza della Famiglia di Catania non era stata consegnata e rivendicata da quei vertici, Eugenio Galea ed Aiello Vincenzo.
Scrive appunto Provenzano: "…Io atte, posso dirti, che quello che è il responsabile con il vinciullo è il suocero di F. (Leonardo Greco) quello che è responsabile con i Catanese (Aiello e Galea) è tuo cugino (Francesco Tusa coniugato con Greco Sabina), ma amme, non melo anno detto, né il suocero di F. Né tuo cugino, me lo ha detto ancora un’altra persona, che purtroppo manca pure lui, come mancano il suocero di F. e tuo cugino. Ma per saperlo ho fatto interessare il fratello del suocero di F. (Nicolò Greco) E allui che tu tramite me dovessi incontrare e chiudere questa situazione, e sendire con le tuoi orecchi né da me, ma, di cui le cose le dici amme. Perché io ha quello devo dare la risposta che voi mi darette; Ora sendo, che ai saputo tramite mm, (Domenico Vaccaro) che qualcuno molto probabbilmente dalla parte di AG. (Agrigento) ha riferito ai CT che questi soldi erano finiti nelle tasche di F. e lui non ha dato conto a nessuno: sendi io nome tiho spiegato, non so niente….."
Sempre Provenzano: "….ora mi dici che ai avuto due incontri con Ant. (Antonio de Caro) per chiarirvi le cose, e tutti e due le volte non riusciti ha venire alla chiarificazione dei fatti, vuoi per una cosa ho vuoi per un'altra, se vi è possibile, fateli alla presenza di TT. Fragapane (Salvatore Fragapane responsabile della Famiglia di Ag.) i discorsi di chiarimenti, e poi vedi tu di trovare una buona via per andare avande con tutti: in quanto tu mi dici che ti avessero chiesto di incontrarvi, e fare una riunione tu, Peppe, (Giuseppe Cammarata di Riesi) i due D’Alessandro, (Salvatore e Calogero della Famiglia di CL) La Rocca (Giuseppe la Rocca di Santo Cono) qualcunaltro di Caltanissetta e due Palermitane ? io non so niente, ma mi anno cercato, ci ho problemi miei, e non mi sono potuto vedere con nessuno, ma tu Luca (Leoluca Bagarella) lo conosci, a Giovanni B. (Brusca Giovanni) Forse non lo conosce: comunque io so che quando a uno lo invitano, uno non può dire di nò mà io penso che sono sempre i stessi discorsi di prima, mirate a cambiare i posti, e lo vogliono fare adducendo delle lamentele di qualcuno, e in questo caso dipende da voi, poter dimostrare, se anno ragione ho nò……"
"….. Ora ti chiedo scusa degli errore che incontri nel mio scritto, e ti prego se ora ai trovato il rimedi per corrispondenza fammi sapere se ai ricevuto gli altri miei biglietti che ti ho mandato , e mi dai risposta come fare per definire quel discorso di Ferriera Vinciullo: Come fare per metterli in contatto a unno dei due che ci si devono presentare ecco i nomi che mi fanno che unon deidue si prenderà la cosa nelle mani i nomi sono questi ho "Motta oppure "Di Stefano" e vogliono una risposta dimmi come dobbiamo fare per concludere questa situazione al più presto…"
In questi brani si ha la conferma non solo di come i vari responsabili di livello dell’Organizzazione, quali i latitanti Brusca e Bagarella, partecipassero attivamente alla gestione del sodalizio cercando d’imporre, come nel caso in questione, la loro leadership e Provenzano non cadere nel tranello di un confronto diretto, preferendo far esporre Ilardo che lo avrebbe poi edotto di ogni accordo preso, ma anche del canale di comunicazione attivo con l’interno del carcere.
Il Provenzano chiedeva successivamente all’Ilardo di comunicare al Quattroluni Aurelio, che aveva nel frattempo sostituito al comando della Famiglia di Catania gli arrestati Galea ed Aiello, i nominativi dei due mafiosi catanesi sui quali operare la scelta della persona che avrebbe gestito formalmente i rapporti con il rappresentante della Acciaieria della Megara. Indicazione che gli era pervenuta dall’interno del carcere, dal Santapaola, che era rimasto in attesa di conoscere l’esito della selezione per riferirlo poi al suo contatto nell’Azienda.
Carissimo "G" (Ilardo Luigi detto Gino) con l’augurio che la presente vi trova a tutti in Ottima salute. Come posso dirti di me. Senti sono stato informato, dell’appuntamento che ci si trova pure Ciccio La Rocca, e tu non lo vuoi, sì sotto certi aspetti ai ragione, mà siccome io mi sento di ricostruire pace là dove è possibile, e chiarire le cose per continuare a rispettarci, per me nonè la fine del mondo ? Quindi ti prego, come ho pregato a F. mm (Lorenzo Vaccaro fratello del Domenico entrambi della famiglia di CL) di andarci tu e "L" (Lorenzo) e nell’appuntamento dovessivo essere voi due, e là dovessivo trovare a Nardo, e a Ciccio la Rocca. Nell’occasio, portati i 15 m che vi dovete chiarire pure tu, e Ciccio la Rocca, perché non aveti niente di contrario, e vi chiariti, vi riappacificati, e fate tutta una la bicchierata, io avessi bisogno di una vostra conferma che lo fate perché devo dare una risposta, al più presto possibile: quindi attento una vostra risposta. Senti ho scritto due parole, a tuo cugino (Piddu Madonia – detenuto) che poteti parlarni tra voi. Si tratta che uno dei tuoi, e forse F. (Francesco Tusa – detenuto) da li dentro, perché è Eugenio (Eugenio Galea – detenuto) che lo manda addire da li dentro, che uno dei tuoi cugino ci chiedi o ci anno chiesto, di portare persone ed Impresa di Bagheria per farli lavorare a Sigonella: Vi prego di fare sapere a me, chi sono questa Impresa, e persone di Bagheria che doveti, ho voleti portare a lavorare a Sigonella, fatemelo sapere al più presto se vi è possibile. E che cosa chiedeti……"
Altro brano di lettera
Carissimo, con l’augurio che la presente vi trova di Ottima salute. Come posso assicuravi di me. Senti scusami se insisto con questa raccomandazione, mà come tu sai io cerco di servire. Non so se questo paese di Tusa cade da voi, ho ha Enne, e comunque tu puoi aiutarci sia da voi che a Enna. Il paese è Tusa Lago Prop. Ippolito – Ragonese la figlia vuole dare tutto ad un amministratore che ci interessa. Mi dicono che ai tempi del Padre si interessava un certo Antonio Patti. Del Lago: Il Patti con la signora, non sono compatibile vorrebbe non averlo tra i piedi. Perché si comporta male con la signora vorremmo sapere se la persona che ci interessa può fare l’amministratore. Ti prego se ti è possibile interessarti e dammi una risposta, che io la do Ha cui me la chiede, che è una persona che io ci tengo, chiedendoti scusi perché ti mando sempre dei bigliettini ……
Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale Budello Lago di Pergusa - Enna.
Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio catena Piazza Armerina.
Imp. Coop. Il progresso deve fare un lavoro a Piazza Armerina deve fare il consolidamento pile sul Fiume Gela sotto il Viadotto Fontanelle al km 48 strada Statale 117 Bis Importo 500 m circa questo lo comninceranno verso la fine Febbraio 1995.
Imp. Cavallotti. Lavoro Gas Agira dopo Leonforte Provincia di Enna. Imp. 4 ml (miliardi)
Imp. Cavallotti. Lavoro Gas Centuripe Provincia di Enna Imp. 4 ml (miliardi)
Dammi una risposta se li raccomandi ho nò.
Secondo voi quale poteva essere la risposta che si attendeva Provenzano ?
Eccola.
Carissimo, con piacere ho ricevuto il tuo scritto, mi piaccio tanto nel sentire, che godeti tutti di Ottima Salute. Lo stesso posso assicurarvi di me.
Te ne sono grato del tuo interessamento per la ditta che ti ho segnalato (Cavallotti) e sendo tutto quello che tu mi dici in merito, e mi dispiace, sia quello che tu mi dici, e sia quello che loro mi dicono: Cioè mentre io cercavo, mi cercavano perché ci hanno rubbato un martellone, e due saldatrice, che io vi prego se poteti recuperarli, e lo comunicate a me, e non alloro voi direttamente, ditelo a me che io lo comunico a colui che li ha raccomandati…….
Lettera di Ilardo.
Caro Zio ho ricevuto il tuo scritto, rispondo con un po’ di ritardo perché aspettavo l’esito di un incontro con De Caro per riferirti in merito purtroppo a tutt’oggi non è stato possibile. Per quanto concerne il discorso di quel lavoro della SNAM, quel Carmelo Allegro allora era stato autorizzato da Mimmo (Domenico Vaccaro – responsabile provinciale di Caltanissetta) ad incontrarsi con Carlino. Però questo discorso non è andato giù a qualcuno (secondo me a Cammarata) che tramite di Caro (Antonio De Caro – vice responsabile prov. di AG.) si era fatta la strada tant’è vero che questo Carmelo è stato contattato da uno di Favara (certo Butera), che gli ha detto come mai si era permesso di fare un simile passo senza avvisare. Carmelo è un amico che è stato sempre vicino a MM. e quindi ogni suo passo è stato autorizzato da Mimmo, per questo caso specifico, ne avevamo parlato insieme con lui ed abbiamo deciso di mandarglielo noi. Oggi le cose non è che vadano tanto bene nella nostra provincia perché quel signore di Peppe Cammarata, forte dell’aiuto di De Caro, sta facendo di testa sua, pensa solo ad incamerare più soldi possibile infischiandosene di tutti. Per questo lavoro della SNAM, da tre mesi che sono nella nostra zona un centesimo non ci è arrivato dei 15 milioni al mese che dovevano arrivarci. Ora a quanto sembra questi soldi sono finiti a lui, e noi continuiamo a fare la parte degli imbecilli. Come dicevo prima, 20 giorni fa Di Caro mi ha mandato a dire di volersi incontrare con me , non so per quale motivo a tutt’oggi non è stato possibile malgrado la mia disponibilità. La settimana scorsa Totò Fragapane (Fragapane – responsabile prov. Di AG.) con nostri amici mi ha chiesto se ci potevamo incontrare, e adesso attende una mia risposta, cosa che intenderei fare non appena avrò un tuo parere. Come già saprai i rapporti con Agrigento e con di Caro in particolare non sono tanto buoni e non per colpa nostra, e con Mimmo non siamo mai riusciti a capire il perché di tanto accanimento nei nostri riguardi. Dopo il fatto del supermercato i nostri rapporti sono peggiorati, perché mi sembra esagerato rifiutare 40 ml. all’anno, ma si rende conto di quanto enorme sia tale cifra per un commerciante. Per tutta risposta dopo che avevo già 20 ml. per farglieli avere la settimana scorsa gli ha fatto mettere una bomba, cosa devo dedurre da questo atteggiamento? ……….
Ancora Ilardo
Caro Zio……Per quanto concerne il lavoro il lavoro del GAS, ci sono state molte incomprensioni con Peppe Cammarata, forse create volutamente. Quando MM. (Vaccaro Domenico) ti mise al corrente di questo lavoro, sia io che lui decidemmo che fosse Palermo la sede giusta per sistemare la cosa, anche perché Peppe Camm. a me personalmente ebbe a dire che aveva in mano il responsabile della ditta che doveva eseguire il lavoro e che poteva definire la cosa di persona. Solo dopo avere messo al corrente te, MM. diede a Carmelo Allegro l’incarico di mettersi in contatto con quel Carlino, onde evitare che Peppe potesse gestire a suo piacimento il Lavoro. Invece è andato a finire che i soldi versati per Caltanissetta sono andati a finire in mano a Peppe, che come suo solito non ha dato conto a nessuno. La settimana scorsa mi sono incontrato due volte con Di Caro per chiarire tutte le incomprensioni nate a causa di Cammarata, la prima volta l’ho incontrato a San Cataldo insieme a Lorenzo (Vaccaro Lorenzo)……..la seconda volta l’ho incontrato a Gela in presenza di Ciccio La Rocca che io stesso avevo cercato….Mi interessava raccomandare l’inpresa Messina Carmelo di Mussomeli il lavoro è nella strada prov. 55 di Mezzoiuso e Campofelice, per la ricostruzione del ponte sul torrente Xoni importo 447.441.954….
Missive che confermavano, come detto, la mutata strategia di Cosa Nostra, un ritorno all’Antico, come vecchio era il modo di gestire da parte di Provenzano e degli altri capi mafiosi i rapporti con i loro uomini di fiducia, elevati si a ruolo di comando, ma solo in apparenza, in realtà burattini tenuti sempre in ansia ed in posizione precaria - "tutto si doveva riferire a Palermo sede giusta per sistemare le cose" - pronti ad essere sacrificati come capri espiatori in caso di difficoltà, inducendoli così costantemente ad operare snervanti e continue verifiche. Per accertare se essere ancora oggetto di considerazione che, nella maggior parte dei casi, significava avere salva la vita.
Le ansie di Ilardo nei confronti di Provenzano, le considerazioni del Boss su Vaccaro Domenico, Capo Provinciale di Caltanissetta, "….. amme mi sempra che mm. (Vaccaro Domenico) è una brava persona e forse troppo semplice, e umpò inesperiende della malvagia vita fra di noi, e à bisogno che unp che lo guida è bene, e può andare avande…" quanto lo stesso Vaccaro scrive all’Ilardo, sono altra dimostrazione del ruolo puramente formale ricoperto da molti mafiosi di livello nel sodalizio.
"Carissimo Zio ……dobbiamo sempre tenere presente che loro a noi ci odiano più di chiunque altro e se si limitano perché ce un Superiore (Provenzano) a cui facciamo riferimento tutti……a noi il signore ci deva dare la forza di non farci cadere in errore e di darci sempre la calma e acquistare terreno verso di loro mediante il loro stesso strafare ed errato atteggiamento, che usano con gli pare non solo con noi, noi li dobbiamo mettere in difficoltà tramite i loro stessi sbagli. Per sapere che ha detto quella parola sull’amico del supermercato sul padrone, il riisano nostro lo sa quello con cui ci vediamo e lo comunichiamo allo zio (episodio che vede Cammarata far compiere un attentato esplosivo al centro commerciale). Ma se possibile senza far intervenire allo zio stesso (Provenzano) vediamocela da noi stessi che lo zio vuole così che lui farà la sua parte a verso suo indirettamente…….labraccio come fratello e con tantissimo affetto come sempre per tutti voi saluti allo zio nostro (Piddu Madonia) e a F. (Francesco Tusa) e sue sorelle (fratelli Antonino e Lucio) e tutta la vostra famiglia Vostro fedele servitore."

Uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà
L’azione di comando espressa da questa genia, dove la forma nasconde vigliaccheria e la minima difficoltà o paura di essere chiamati a rispondere personalmente induce sovente quei Signori a non affrontare personalmente le situazioni e delegare i loro referenti preferendo meglio tramare nell’ombra, "In Sicilia si vendono o si ammazzano ricordava Ilardo".
Non ultima è la farsa recitata sempre da questi Signori che, un tempo, si compiacevano dal sentirsi chiamati Zii ed ora indaffarati a far credere che era stato solo Riina e il suo stretto entourage a compiere Stragi ed attentati, ma guai però a non essere stati contattati e presi in considerazione se c’era solo la sensazione di un buon affare, erano pronti a rivendicare con forza e tracotanza il loro ruolo.
Comportamento affine al solito Superiore presente in tutti gli ambienti.
Il mio solito amico mi ha ricordato che esiste una fondamentale differenza tra il Leader ed il Capo. Il Leader sfrutta il narcisismo del consenso, cerca l’applauso, forma le opinioni. Il Capo tende agli obiettivi, è animato dal desiderio di combattere, di vincere, prende le decisioni, più è bravo e più crea problemi. Il Leader, dongiovanni del successo, è destinato al fallimento e trascinerà nella sconfitta i creduli. Il Leader, non risponde di ciò che fa, il Capo si.
In questi giorni, ho sentito Tanti lanciare richiami all’unità delle forze per combattere il terrorismo, dimenticando le offese fatte nei confronti di chi era stato ucciso dal terrorismo per aver fedelmente servito le Istituzioni, pur mettendo in preventivo la possibilità di morire, ma colpevole del delitto di arroganza, quale uomo qualunque, perché nell’aver realizzato l’imminente pericolo aveva chiesto di essere tutelato.
Tanti che, invece di rispondere perché il Dr. Biagi era stato lasciato solo ne hanno strumentalizzato la morte, per colpire il possibile avversario politico del domani.
Tanti che, in questo appello di unità alla lotta contro il crimine eversivo, hanno rievocato la figura del Gen. dalla Chiesa ed il perché dello scioglimento dei reparti che questi aveva creato per la lotta al fenomeno eversivo.
Per aver fatto servizio come pochi altri in quell’organismo composto di 230 elementi di cui 40 appartenenti al Corpo della PS e, prima ancora, per aver già operato alle dipendenze di quel Comandante, quando questi aveva creato il primo nucleo in Torino. Non ricordo la presenza di quei Tanti, come non ricordo l’apporto di un Servizio Informativo, ma ricordo l’impegno dato da persone quali l’On. Pecchioli, magistrati come Spataro, Caselli, Chelazzi, Casson, Mastelloni, Priore ed altri e sindacalisti come Guido Rossa.
Ricordo anche gli amici di quei Tanti, anche molti colleghi del Generale che lo hanno sempre avversato e con lui i suoi uomini, guai a pronunciare "gli uomini di dalla Chiesa". Ora alcuni di questi militano fra quei Tanti.
Mafia e Terrorismo sono fenomeni criminali simili e con molti punti di contatto, anche verso zone oscure, come quelle delle Istituzioni deviate, mandanti della morte dello stesso dalla Chiesa, di Falcone e di altri fedeli servitori dello Stato. Tuttora è presente ed efficiente quell’area di contiguità alle vecchie BR di cui molti di quei personaggi ora occupano posti importanti e sono dei moderati.
E’ inutile sbandierare efficienza di facciata, fare spot e serial televisivi, le indagini sono altra cosa. Ci vuole qualificata professionalità, sacrificio personale, studio, umiltà e fantasia, con superiori che siano dei capi e non dei leader. Ci vuole serio sostegno politico ed è inutile promettere l’aiuto dello Stato e poi lasciare al dipendente il fardello delle promesse fatte, Patrizio Peci ed altri come lui hanno vissuto questa tragica esperienza.
Allora si può ben dire, come altre volte già detto, che evocare la lotta al terrorismo, alimentando tensione ed insicurezza, serve solo per allontanare l’attenzione della gente dai veri problemi e cercare, tramite la paura, il consenso. Ed allora io, che ho memoria, rivendico il mio ruolo di rompicoglioni e preferisco andare in autobus.
Michele Riccio


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Il colonnello Michele Riccio

Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.


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