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La Trattativa

La trattativa - 12° parte - La verita'? Impossibile in Italia


Nella motivazione della sentenza Borsellino-bis le indicazioni per i mandanti esterni


Le motivazioni delle sentenze delle stragi di Capaci, Via D’Amelio e per le bombe del 1993 non lasciano spazio al minimo dubbio. Parti dello Stato italiano, in ginocchio dopo il brutale, violento e ripetuto attacco frontale di Cosa Nostra, avvenuto a cavallo degli anni ‘92 e ‘93, hanno trattato con i mafiosi. Le modalità, le finalità, i confini e i compromessi con cui si sono sviluppati i colloqui tra le istituzioni e i rappresentanti dell’organizzazione criminale sono stati delineati nelle ricostruzioni fornite da più collaboratori di giustizia e dagli stessi uomini dello Stato coinvolti. Tuttavia, come sempre, i lati oscuri sono diversi e lasciano intravedere un quadro molto più inquietante di quanto appaia quello esplicito. E’ per questo motivo che le procure di Palermo e Caltanissetta hanno aperto un’inchiesta sulla trattativa tra Mafia e Stato.

Dodicesima parte



di Anna Petrozzi


Che sia Cosa Nostra l’artefice materiale e organizzativo della strage di via D’Amelio non vi è alcun dubbio, nonostante qualche temerario tentativo degli avvocati difensori. Lo conferma ancora una volta anche la motivazione della sentenza d’appello del cosiddetto Borsellino Bis, il secondo dei tre tronconi del processo ancora in corso per accertare le responsabilità sulla morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta.
Condannati Riina, Aglieri, Carlo Greco, Calascibetta, Giuseppe Graviano, Tagliavia, Biondino, Vernengo, Natale e Antonio Gambino, La Mattina, Tinnirello, Scotto, Murana, Urso e Tommaselli.
Ma il dato veramente interessante della voluminosa motivazione della sentenza firmata dal Presidente Francesco Caruso viene dall’attenta e organica ricostruzione degli elementi di indagine: le dichiarazioni di testimoni e di collaboratori di giustizia unitamente ai diversi riscontri.
Il documento, infatti, fornisce una lettura di quei tragici eventi del 1992 che va ben oltre il solo studio della dinamica della strage sottintendendo la necessità di ulteriori indagini al fine di scoprire chi, oltre a Cosa Nostra, aveva interesse ad eliminare il magistrato antimafia.
Dato per assunto che l’eccidio di via D’Amelio sia avvenuto in seguito ad una accelerazione della strategia voluta da Riina e dalla cupola, del tutto eccezionale rispetto alle regole di Cosa Nostra e a quanto programmato nelle riunioni preliminari alla stagione di sangue, la Corte non si è potuta esimere dall’esaminare nei minimi dettagli anche quegli indizi probatori che portano alla formulazioni di ipotesi veramente inquietanti.  Ignorate, come sempre, dai grandi mass media. (Ad eccezione dei riquadri di Marco Travaglio su l’Unità, ai quali comunque è riservato uno spazio davvero esiguo).

Suggeritori e anomalie


La decisione di uccidere Paolo Borsellino era nei progetti di Cosa Nostra fin dagli anni Ottanta. Ma non era prevista nei primi “interventi strategici” del 92 quando l’omicidio Lima e il barbaro assassinio di Giovanni Falcone, a saldo del conto aperto con la sentenza di Cassazione del maxiprocesso, sancirono la rottura definitiva dell’equilibrio tra Cosa Nostra e Stato. Peraltro, già fortemente indebolitosi proprio a causa della fortissima opera di repressione impressa da Giovanni Falcone che si trovava alle dipendenze di quel governo che avrebbe dovuto essere compiacente e che, al contrario, sfruttava la figura del magistrato, per “rifarsi una verginità”, come hanno spiegato diversi collaboratori di giustizia.
Tuttavia, con modalità e tempi tali da preoccupare tutto il gotha mafioso, si  procedette alla strage. I pentiti più importanti: Cancemi, Brusca, Siino e Pulci hanno riferito dell’apprensione dei vari boss mafiosi i quali, però, avevano ricevuto assicurazione da Riina in persona sulle garanzie per Cosa Nostra e soprattutto era stato chiesto loro di pazientare poiché gli effetti di quella rischiosa metodologia si sarebbero visti più in là negli anni.
Ma chi ha offerto queste garanzie a Riina? Chi poteva essere così potente e influente da far accettare al capo di Cosa Nostra le nefaste conseguenze di un fin troppo prevedibile contraccolpo? La prima risposta dello Stato, sollecitato dalla forte protesta della società civile, fu infatti quella di convertire il decreto legge del 41bis in legge (reso definitivo soltanto oggi ndr.), che, come noto, è una delle questioni più sensibili per i mafiosi.
Per tanto, scrivono i giudici, “un’azione eclatante di Cosa Nostra, in pendenza di situazioni incerte che da quell’azione avrebbero potuto essere pregiudicate (come appunto la discussione per il 41bis in atto proprio in quei giorni ndr.) si giustifica soltanto se, a fronte di quel costo, si fossero prospettati benefici di ben più ampia portata e sia pure a lungo termine”.
Angelo Siino, nel corso di un interrogatorio, ha ricordato che Bernardo Brusca, padre del collaboratore Giovanni e capo del mandamento di San Giuseppe Jato, ripeteva spesso che il suo compare Riina aveva dovuto, con la strage, “accontentare qualcuno a cui non poteva dire di no” e ribadiva, soprattutto per placare i malumori, che ciò che poteva apparire in quel momento come “un male” si sarebbe rivelato nel lungo periodo un bene per Cosa Nostra.
La tesi di soggetti o entità esterne all’organizzazione in qualità di possibili suggeritori o mandanti o taciti beneficiari della morte di Falcone e Borsellino è emersa costantemente nel corso dei diversi processi e ritenuta plausibile dalla Corte d’Appello.
Ed era opinione diffusa anche tra i “vecchi” mafiosi vicini a Riina.
Commentando i possibili rischi derivanti dalla strage di Capaci Raffaele Ganci, capo della Noce, mandamento palermitano particolarmente nel cuore di Riina, diceva al Cancemi di non preoccuparsi poiché “ ‘u zu Totuccio si era incontrato con persone importanti”. In seguito alla riunione in cui invece si era deliberata la sentenza di morte per Paolo Borsellino era stato il Riina a rassicurare un Ganci probabilmente allarmato: “Falù a responsabilità è mia”.
Indicazioni in questo senso ci vengono anche dalle deposizioni di Calogero Pulci che ha raccontato di riunioni interprovinciali avvenute nel ‘91, in cui si era deciso, con il consenso di tutte le province, di eliminare i due magistrati.
“Praticamente Palermo diede parere favorevole, per quello che ne so io, Catania diede parere favorevole, Caltanissetta diede parere favorevole non ci fu una provincia che non diede parere favorevole. Tenga presente che l’omicidio del dottor Falcone si doveva fare a Roma ed erano tutti felici e contenti, perché fatto a Roma non si poteva mai parlare di mafia; si poteva parlare di servizi segreti deviati, si poteva parlare anche della banda della Magliana, ma non di Cosa Nostra. [...] Dopo queste riunioni, diciamo, preliminari, ci fu un incontro a Roma. Io accompagnai Madonia, Madonia incontrò un alto funzionario del Ministero degli Interni che era accompagnato con un’altra persona. Si incontrarono; stiedero, che le posso dire, venti minuti, quaranta minuti insieme in un appartamento che io ho indicato”.
Successivamente - prosegue nel suo racconto il boss nisseno - egli stesso con altri esponenti di Cosa Nostra (Antonino Gioè, Totò Di Gangi, Enzo Ambla, Enzo Aiello e Umberto di Fazio di Catania) si recarono in Belgio per incontrare “un turco” “un certo Alì di San Gios” con in quale non solo dovevano concordare l’acquisto di una partita di armi, ma anche organizzare l’eliminazione del giudice Falcone. Il coinvolgimento di uno straniero sarebbe stato difficilmente riconducibile a Cosa Nostra.
I piani, come noto, poi, mutarono. Al contrordine di eseguire la strage in Sicilia i capi mafiosi di nuovo riuniti sollevarono le loro obiezioni, ma Riina disse “che era garantito istituzionalmente e che non avrebbero preso provvedimenti, che tutto passava liscio, cioè erano coperti”. E in effetti - commenta il collaboratore - “a livello legislativo il Governo non aveva preso nessuna iniziativa, c’erano i soliti commenti politici - io conosco il linguaggio politico - le solite chiacchiere inutili. I provvedimenti li hanno preso dopo, con la strage del dottor Borsellino, perché veramente erano arrivati al ridicolo. Cioè coprirne uno è un fatto, ma coprire anche il secondo la cosa era... Tenga presente che il dottor Falcone era malvisto anche da molta parte della Magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura che noi c’avevamo un componente laico che ci forniva notizie”.
Più specificatamente, in merito alla strage Borsellino, il Pulci riferisce quanto saputo da Madonia in persona. Oltre ad avere indicato in Pietro Aglieri l’organizzatore materiale, ha sottolineato la “fretta” e di qui l’accelerazione del progetto omicida per la quale ha avanzato anche alcune ipotesi di movente.
“Quando si decise di fare la strage Falcone e Borsellino era messo nel calderone, ma non in quella circostanza fatta così in fretta; fu affrettata per una imprudenza del dottor Borsellino, che si confidò con un uomo delle Istituzioni di allora, un ... direi io la persona sbagliata, gli avrà confidato qualcosa che quello lo spaventò, avvisò e si affrettò la morte di Borsellino”.
Nel corso della sua deposizione poi ha rivelato un altro particolare di rilevanza per le indagini. “... Stavamo pranzando o cenando, non ricordo se eravamo a mezzogiorno o a cena, e se non sbaglio sul TG3, guardavamo noi tutti i telegiornali, ci fu una conferenza stampa congiunta fatta dall’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti e Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, dove dissero testualmente che era opportuno che il Consiglio Superiore della Magistratura riaprisse i termini per potere dare l’opportunità al dottor Borsellino di potere fare domanda per partecipare al concorso di Procuratore Nazionale Antimafia. E lì Madonia esclamò dicendo: ‘E murì Borsellino’”.
La Corte, nella valutazione di quelle che ha definito “anomalie”, emerse nella ricostruzione dell’azione esecutiva del delitto, ha voluto approfondire quanto quell’invito rappresentò una pericolosa esposizione per il magistrato che, secondo quanto riportato da più testimoni, si infuriò per non aver ricevuto alcun preavviso.
Scrive il giudice “Dalla documentazione giornalistica acquisita sappiamo che dopo un primo accenno del ministro Scotti del 28 maggio 1993, in occasione della presentazione del libro di Pino Arlacchi Gli uomini del disonore, il giorno seguente i Ministri Martelli e Scotti nel corso di una conferenza stampa congiunta ‘candidarono’, in modo tanto rumoroso quanto invadente e indifferente a delicati equilibri istituzionali, la candidatura di Paolo Borsellino al posto di Procuratore Antimafia, senza avere, oltretutto, raccolto preventivamente il consenso dell’interessato”.
Il comunicato scatenò accese polemiche. Il CSM infatti lo lesse come una prevaricazione dell’esecutivo sull’autonomia del Consiglio nell’attribuzione degli incarichi.
Borsellino, d’altro canto, aveva immediatamente colto “la valenza di strumentalità politica di quella non richiesta candidatura, effettuata nel momento in cui vi era una forte conflittualità fra ministro della giustizia e CSM sulla nomina del Procuratore Antimafia”.
“E’ evidente - prosegue il Presidente Caruso - l’assoluta inopportunità istituzionale dell’uscita dei ministri”.
Come è altrettanto evidente che “il dottore Borsellino sia stato sovraesposto, in quella fase, in modo non necessario e non giustificato”.
Secondo la testimonianza del tenente Canale, Borsellino, saputo della sua candidatura commentò che quel gesto equivaleva a “mettere gli ossi davanti ai cani”.
Inoltre la nomina in Procura certamente non poteva incontrare la volontà immediata del magistrato che, come noto, aveva iniziato a lavorare alacremente al fine di contribuire in prima persona all’individuazione degli autori della strage di Capaci. Cosa che non avrebbe potuto fare da Roma.
Se il gesto dei politici era da leggersi come un diversivo, la prospettiva di un uomo come Borsellino alla Procura Nazionale Antimafia, “un incorruttibile, un inavvicinabile, un uomo lontano dai giochi politici, un uomo nemico delle tresche e delle trame, un uomo semplice che non avrebbe accettato compromessi e trattative”, non era certo stata vista con favore da Cosa Nostra che aveva interpretato a suo modo quel segnale che veniva dal mondo politico-istituzionale.
In questo quadro si inserisce anche la deposizione di Giovanni Brusca secondo cui “Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”.
Brusca fa riferimento agli accordi intercorsi tra i Carabinieri, il generale Mario Mori e il capitano De Donno con Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, legato ai corleonesi, che avrebbe fatto da tramite con il capo Riina per contrattare la cessazione delle stragi. In cambio il boss mafioso aveva chiesto una serie di agevolazioni per Cosa Nostra contenute nel cosiddetto “papello” quali modifiche legislative sull’abolizione dell’ergastolo, l’allargamento dei benefici della legge Gozzini  agli uomini d’onore, la legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi e soprattutto una profonda modifica della legge sui pentiti eloquentemente spiegata da Brusca.
“... in particolar modo quella di circuire il più possibile i collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, che - diciamo - si dovevano portare che il pentito doveva dire i fatti, però ci volevano le prove... come si suol dire, il pentito vede questo e poi ci voleva la fotografia per poter riscontrare quello che diceva il pentito. Questi erano quelli... i punti essenziali, credo che poi ce ne siano stati altri”. 
Questi “colloqui” si collocano a cavallo delle due stragi, come ha dichiarato il De Donno contraddicendo la testimonianza resa invece da Mori, e si concludono, a parere di Brusca, nel momento in cui i carabinieri imboccano la giusta strada che ha portato alla cattura del Riina avvenuta nel gennaio di dieci anni fa.
In sostanza - scrive il giudice - “per Brusca le ragioni della strage di via D’Amelio erano state, quindi fondamentalmente due: la necessità di sostenere con una nuova strage le trattative in corso, poiché dopo il “papello” la risposta era stata insoddisfacente; l’esigenza di impedire a Borsellino di assumere nuovi importanti incarichi, dai quali potesse sviluppare le sue iniziative contro la mafia”.
“Su ragioni e cause  dell’accelerazione del progetto stragista - precisa ulteriormente il Presidente - Cancemi converge con Brusca: Riina doveva dare una risposta a persone esterne non di Cosa Nostra che aveva ‘nelle mani’”. Ma mentre per Brusca l’eccidio era una sorta di spinta per raggiungere un accordo, senza “preventive intese”, per il Cancemi vi era questa “intesa preventiva” con chi spingeva per giungere all’accordo.
“Quindi ma... c’era, diciamo, questi interessi per lui e sicuramente c’erano interessi per altre persone sulla morte del dottor Borsellino”.
Il capo mandamento di Porta Nuova, però, aveva più elementi di conoscenza alla mano sulla cui base ha fornito una ricostruzione tanto inquietante, per la carica istituzionale dei personaggi coinvolti, quanto possibile, per i provvedimenti legislativi proposti dal partito di appartenenza dei due onorevoli in questione che rispecchiano, in modo agghiacciante, le aspettative che Riina sapeva di poter vedere soddisfatti solo in un futuro approssimativamente circoscritto nell’arco di dieci anni circa. Che sono trascorsi.
“A questo punto il Cancemi introduceva il collegamento di Vittorio Mangano con Marcello Dell’Utri e le vicende successive: nel 1990 o nel 1991 Riina gli aveva ordinato di riferire a Vittorio Mangano (già ad Arcore) di mettersi da parte, perché da quel momento in poi egli avrebbe mantenuti direttamente i rapporti con Marcello Dell’Utri”.
Cancemi ubbidì immediatamente spiegando ad un Mangano un po’ offeso (“Ce li ho in mano io da una vita”) che da quel momento Berlusconi e Dell’Utri passavano direttamente “nella mani” di Riina poiché questo era un bene “per tutta Cosa Nostra”.
“Riina parlava di ‘stare vicino’ e ‘garantire per ora e per il futuro” quelle persone che menzionava continuamente nel corso delle riunioni che anticipavano le stragi perché questa parte si attendeva quelle modifiche legislative sui pentiti, sul trattamento carcerario e su altri punti che egli andava perseguendo per rendere invulnerabile Cosa Nostra”.
A conoscenza o meno dei dettagli della trattativa Paolo Borsellino aveva manifestato pubblicamente la sua intenzione di scovare i responsabili della morte dell’amico fraterno e aveva dichiarato di voler indagare sugli appalti pubblici e sul nodo politico-mafioso che vi si celava.
Angelo Siino “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” ha più volte spiegato che Riina non era interessato tanto o solo ai profitti quanto a “disporre di un luogo nel quale venire a contatto con i vertici dell’imprenditoria e della politica nazionale ed intessere così una trama molto più sofisticata e complessa di quanto non fosse stato il precedente rapporto con le articolazioni regionali dei partiti politici nazionali”
Il boss infatti, attraverso una impresa fittizia, la Reale, voleva proprio perseguire questo scopo: “agganciare i grossi imprenditori nazionali e da lì i massimi esponenti politici nazionali”.
Cancemi rivela al proposito che era intenzione del suo capo di “mettersi nelle mani” Bettino Craxi, in quel momento, Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il magistrato palermitano si era posto decisamente “di traverso in questa strategia sofisticata con la quale Riina, dopo aver scaricato Lima, Andreotti e la DC, stava pensando di collegarsi a nuovi referenti politici con i quali ristabilire il patto di mutua convivenza e scambio interrottosi negli anni”. Non si dimentichi che stava iniziando anche l’indagine di Tangentopoli a Milano e che Borsellino si era incontrato con Di Pietro pochi giorni prima della strage.
Il magistrato non solo rilasciava interviste, per così dire, pericolose e clamorose nelle quali dichiarava di essere a conoscenza di confidenze segrete di Falcone, come il contenuto reale del suo diario, ma si lamentava di non essere ancora stato convocato dagli inquirenti a rivelarle e determinare svolte decisive alle indagini.
Evidentemente una sfida che non aveva preoccupato solo i suoi familiari.
Tutti sapevano che non si sarebbe mai fermato fino a quando non avrebbe trovato i corresponsabili da ricercare in quel sottobosco di uomini delle istituzioni corrotti e collusi che avevano permesso a Cosa Nostra, attraverso un dialogo alla pari, di crescere e diventare così potente da permettersi di eseguire una strage come quella di Capaci.
A completare il quadro anche l’intervista video che Paolo Borsellino rilasciò a due giornalisti francesi Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi proprio sui rapporti tra Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
Con molta prudenza il magistrato forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con Dell’Utri e sulla possibilità che questi, uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, avesse operato come testa di ponte della mafia a Milano in quel medesimo ambiente.
“Quindi lei dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?
E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che a un certo punto della sua storia Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali.
E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi due mondi?
Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire una delle poche persone di Cosa Nostra in grado di gestire questi rapporti”.
E’ altamente probabile che questa intervista sia giunta alle orecchie lunghe di Riina che se, come si è visto, aveva intenzione di contattare, o aveva già contattato, proprio Dell’Utri e Berlusconi, aveva un ulteriore motivo per ordinare la morte del giudice.
Con quell’intervista Borsellino non solo si mostrava a conoscenza di determinate vicende, ma confermava, ancora una volta, di non avere alcun timore nel parlare di rapporti tra mafia e grande imprenditoria del nord, a considerare “normale” che le indagini dovessero andare in quella direzione e soprattutto manifestava la determinazione con cui avrebbe proseguito il suo lavoro senza curarsi di alcun santuario e senza timore del livello a cui poteva arrivare.

Il castello sul monte

 
Non solo dai collaboratori emerge l’ipotesi di un coinvolgimento esterno a Cosa Nostra nella pianificazione della strage. Sentito nel corso del procedimento, il consulente informatico per la procura di Palermo Gioacchino Genchi, in base alle investigazioni da lui svolte, si è detto fortemente convinto delle “connessioni fra le iniziative mafiose e suggeritori, mandanti, coordinatori, istigatori, supporti esterni”.
Il suo lavoro ha preso le prime mosse dalle indagini sull’utenza della famiglia Borsellino-Fiore, presumibilmente posta sotto intercettazione da Cosa Nostra per avere la certezza dell’arrivo del magistrato il 19 luglio.
In effetti Cancemi conferma che Biondino, capo mandamento di San Lorenzo e braccio destro di Riina, era perfettamente al corrente del cambiamento di programma di quel mattino; Borsellino infatti non andò a trovare la madre, residente presso la sorella Rita, nell’abituale orario mattutino, ma spostò l’appuntamento nel pomeriggio.
Genchi ha quindi sviluppato questa ipotesi cercando di scoprire il luogo verso cui veniva dirottata la telefonata che certamente, spiega il giudice, era da ricercarsi “nell’area servita dall’armadio di zona Falde, e dal rilievo che il gruppo criminale operante avrebbe potuto operare in modo più efficiente se avesse potuto disporre nello stesso punto del ricevitore nel quale venivano deviate le telefonate intercettate e del punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare l’impulso all’esplosivo”. Genchi  - scrive il giudice -  “aveva individuato questo luogo nel castello Utveggio situato sul monte Pellegrino, alle spalle della via D’Amelio, dal quale si dominava perfettamente la vista sull’ingresso dell’abitazione” della famiglia del magistrato.
“Il momento più inquietante di questa testimonianza consisteva nel resoconto sull’identificazione di chi avesse la disponibilità di questo luogo: organi dei servizi di sicurezza interna”.
Questa pista, lasciata incompiuta da chi ha proseguito le indagini (sia Genchi che il questore La Barbera furono assegnati ad altri incarichi), si basava sull’individuazione di Pietro Scotto quale autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via D’Amelio. Questi era risultato essere fratello di Gaetano Scotto, importante boss appartenente al mandamento del territorio nel quale era avvenuta la strage: quello di San Lorenzo.
L’analisi del tabulato telefonico intestato a Scotto aveva evidenziato un contatto di qualche mese precedente proprio con l’utenza del castello Utveggio ove aveva sede un ente regionale il C.E.R.I.S.D.E., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del SISDE che nega la circostanza. Ma Genchi è stato molto risoluto nell’affermare che la struttura del SISDE aveva abbandonato il castello proprio nei giorni in cui su quel luogo si era concentrata l’attenzione degli investigatori.
Inoltre, da un’utenza telefonica clonata, in possesso ai mafiosi, risultano chiamate, in un periodo attorno al 19 luglio, a utenze poste nei villini situati lungo il tragitto che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica, nonché il numero dell’Hotel Villa Igea, in prossimità di Via D’Amelio e luogo di soggiorno di latitanti mafiosi. Dal medesimo telefono, poi, si erano registrate chiamate ad utenze del SISDE che si incrociavano con cellulari che quella domenica avevano chiamato i numeri dei villini sopracitati.
Benché l’inchiesta in questo senso si sia fermata, il giudice ha ritenuto “doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza. (...) Attraverso di essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa aver condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare”.


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Cancemi, Brusca e Pulci “grandi pentiti”


La Corte si è dilungata sulla attendibilità dei singoli collaboratori di giustizia, fondamentali per risalire alle ragioni della strage, entrando nel merito dei parametri di valutazione.
“Commette errore chi pretende di giudicare un collaboratore di giustizia, usando come criterio di giudizio il non avere detto tutto ciò che si poteva dire in un’unità di tempo predeterminata, senza tener conto delle concrete ragioni umane psicologiche e anche, improbabile ma non impossibile, morali che possono interferire con l’obbligo di confessare e riferire. Solo la falsità, la calunnia, il depistaggio e il delitto sono segni inconfondibili di una disonestà che non ammette attenuanti e che è inconciliabile con qualsiasi premio o beneficio”.
In particolare è stata messa in evidenza “la straordinaria coerenza e precisione dei ricordi di Pulci” oltre alla sua “riserva di informazioni utili e documentate” che non solo gli hanno consentito di superare brillantemente l’esame dei difensori, ma hanno decretato la sua piena affidabilità divenuta ancora più effettiva dopo il decesso del padre la cui presenza all’interno dell’organizzazione mafiosa aveva condizionato le sue iniziali affermazioni.
In merito a Giovanni Brusca il giudizio della sentenza lo qualifica come “un collaboratore sincero e attendibile”, un “grande pentito”, come del resto anche Cancemi sulla cui posizione il Presidente si è specificatamente soffermato.
Se è vero infatti che la sua confessione è stata spesso considerata “ritardata”   e caratterizzata da una certa reticenza nell’affrontare delicati temi, questo non solo si può spiegare con motivi di ordine psicologico o per un semplice tentativo di autoproteggersi, ma - secondo il giudice - “proprio in ragione dei riferimenti da lui fatti agli onorevoli Dell’Utri e Berlusconi”. Prova ne sia che la maggiore ritrosia ha riguardato specificatamente la strage di via D’Amelio. Tuttavia il contributo fornito è stato di tale rilevanza da cancellare i dubbi sulla veridicità di quanto riferito.
“Il ritardo nella rivelazione del vero, di ciò che tutti razionalmente presumevano dovesse essere la verità, non può per postulato trasformare il vero in non vero”.



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Brusca conferma Pulci


Come già dichiarato nel corso dei processi per le stragi Falcone e Borsellino, Giovanni Brusca conferma nuovamente quanto detto da Pulci sull’approvvigionamento di armi avvenuto in Belgio tra la fine del ‘91 e l’inizio del ‘92. Il collaboratore nisseno vi si era recato anche per concordare con un certo “Alì di San Gios” l’assassinio di Giovanni Falcone a Roma. Come noto i programmi poi cambiarono, ma in quell’occasione Pulci fece un buon bottino di armi da fuoco.
“Cosa Nostra - ha spiegato Brusca - aveva bisogno di armi. I vecchi canali erano ormai “superati”. Fu Calogero Pulci che in quel periodo era ancora uno ‘pulito’ incaricato di trattare con i venditori in Belgio. Dovevano essere acquistate moltissime armi: pistole e mitragliatori, questi ultimi di fabbricazione israeliana. Un compito di alta responsabilità. La quantità doveva essere tanto grande da poter rifornire tutte le famiglie di quattro province”.


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