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La Trattativa

La trattativa - 7° parte - Misteriosi ''impegni''dietro la morte di Paolo Borsellino

Concluso in appello il Borsellino-ter. A volere la morte del giudice non fu solo CosaNostra
di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante




Nell’intervallo di tempo compreso tra l’assassinio del giudice Falcone e l’autunno del 1992 – durante il quale si è verificata la strage di via D’Amelio – “fu avviato un singolare contatto tra i vertici dei Ros rappresentati dal gen. Mori e dal cap. De Donno, e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di cui erano note le contiguità mafiose”.
E’ quanto si legge nella sentenza d’appello del cosiddetto Borsellino-ter, uno dei tre tronconi nei quali si è suddiviso il processo per la strage del 19 luglio 1992 e che si è concluso con la condanna all’ergastolo di 11 dei 25 imputati. La Corte presieduta dal dott. Giacomo Bodero Maccabeo, e chiamata a definire la responsabilità dei singoli soggetti appartenenti agli organismi di vertice di Cosa Nostra nella deliberazione dell’azione criminosa, parla di una “<<trattativa>> dai contorni anomali” che lo stesso Mori pretende di spiegare con il clima di sbandamento che fece seguito alla strage di Capaci. Nel corso di un interrogatorio questi parla di uno Stato, quello del 1992, “in ginocchio” di fronte a Cosa Nostra “vincente”. In quei giorni, spiega, “ i giornali e le televisioni erano pieni di… di gente che lamentava l’impotenza dello Stato e allora mi sembrò mio specifico dovere cercare di incrementare il tipo di attività investigativa in quel settore”. Per questo accolse la proposta dell’allora capitano De Donno il quale conosceva Vito Ciancimino per aver svolto una serie di indagini che sfociarono in un procedimento giudiziario istruito contro di lui e conclusosi con la condanna dell’imputato a otto anni e sei mesi per i reati di associazione per delinquere semplice, abuso, abuso d’ufficio, truffa e altro. “De Donno mi fece questa proposta – prosegue Mori – dice: ‘Io ho conosciuto il Ciancimino, ma soprattutto nel periodo del processo di primo grado ho avuto modo di scambiare ripetutamente dei pareri, delle… così, delle belle conversazioni con il figlio di Ciancimino, Massimo. Perché non proviamo ad andare sotto a Ciancimino? Perché l’uomo, dato il suo livello, senz’altro può conoscere fatti, cose, personaggi che in qualche modo ci potrebbero ampliare le nostre conoscenze’”. Sarebbero seguiti una serie di incontri durante i quali l’ex sindaco di Palermo avrebbe accennato anche a “’Mani Pulite’ e tutto quello che ne conseguiva” definendo quello delle tangenti un problema “insito nella struttura della società”. “In qualche modo – avrebbe detto – bisognava che questo sistema continuasse”.
La trattativa tra Mori – De Donno - Ciancimino, spiegano i giudici, non sarebbe però andata in porto in quanto non esistono elementi che possano dimostrarne la buona riuscita. Fatta eccezione per una singolare coincidenza cronologica riferibile a quanto dichiarato dal pentito Giovanni Brusca in merito ad una serie di rapporti che, proprio in quel periodo, il Riina avrebbe instaurato “con nuovi referenti di asserito rilevante spessore” e ai quali avrebbe presentato un “papello” di richieste. Tale papello avrebbe riflesso le preoccupazioni del Riina per gli aspetti devastanti su Cosa Nostra derivanti dalla legislazione sui pentiti e dall’inasprimento del regime carcerario e avrebbe previsto la richiesta di attenuazione dei provvedimenti cautelari per taluni soggetti di vertice. Tra questi Pippo Calò e Bernardo Brusca.
Anche il collaboratore Salvatore Cancemi ha confermato l’esistenza di “impegni presi” dal Riina, di natura non accertata, che avrebbero determinato l’accelerazione nell’esecuzione dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino, avvenuto poco meno di due mesi dopo quello del collega Giovanni Falcone. Quanto da lui dichiarato, però, lascia intendere che per tali “impegni” il Riina avrebbe avuto interlocutori diversi da Mori e De Donno in quanto la strage di via D’Amelio assumeva i suoi contorni definitivi nella terza decade di giugno, ossia quando il testimoniato contatto con il Ciancimino era in fase iniziale. Non si può escluderne, in sostanza, la predetta ambiguità, ma le stesse richieste contenute nel papello farebbero pensare a contatti anche con soggetti molto più altolocati.
Soggetti che potrebbero aver dato la propria “disponibilità alla trattativa”, come si legge nella sentenza, vista l’inspiegabile suddetta improvvisa accelerazione che, oltre a non aver permesso le consultazioni usuali, negli ambienti mafiosi, in casi analoghi ha determinato l’accantonamento di altri progetti criminosi ormai in fase di esecuzione. Tra questi l’uccisione del funzionario di polizia dott. Arnaldo La Barbera e dell’on. Calogero Mannino. Sono ancora molti, infatti, gli interrogativi che ruotano intorno alla morte del giudice e tra questi la mancata adozione di contromisure idonee a verificare il piano omicidiario del quale si era avuta notizia nei giorni che precedettero l’esecuzione dell’attentato. Oltre alla naturale preoccupazione che sarebbe dovuta sorgere in seguito alla strage di Capaci - dal momento che Paolo Borsellino era considerato l’erede naturale di Giovanni Falcone e che egli stesso aveva più volte ripetuto in ambienti familiari e professionali di ritenersi il prossimo obiettivo da eliminare – non sono invero mancati segnali ed indicazioni di imminenti attentati. Il più significativo è quello riferito dal cap. Sinico, e collocato intorno al 25 giugno ’92, che vede coinvolto lo stesso Sinico e il collega Baudo. In quel giorno i due ufficiali accompagnarono il maresciallo Lombardo al carcere di Fossombrone dove questi avrebbe interrogato Girolamo D’Anna sulle circostanze della morte del dott. Falcone e i possibili successivi sviluppi. Non parteciparono al colloquio limitandosi a chiederne un resoconto orale e appresero dal racconto del Lombardo che “negli ambienti carcerari ‘si dava il dott. Borsellino per morto’ in conseguenza di altro attentato, analogo a quello di Capaci, che Cosa Nostra stava organizzando contro di lui”. Non appena tornato a Palermo il capitano Sinico ne aveva parlato con il Borsellino il quale aveva detto di conoscere già tale progetto facendo capire che preferiva accentrare su di sé i pericoli per risparmiarli alla propria famiglia. Sempre nel corso del processo sono state inoltre approfondite “le circostanze relative alla temuta eventualità di un duplice attentato dinamitardo da realizzarsi per iniziativa della criminalità organizzata siciliana, in quel luglio del ’92” non solo contro il dott. Borsellino ma anche contro il dott. Di Pietro. Il fatto è emerso attraverso le dichiarazioni dello stesso Di Pietro oltre che del magg. Alonzi, del magg. Campaner e del gen. Mori. “Peraltro – si legge ancora – per quanto riguarda il dott. Borsellino, il rischio imminente dell’attentato, su cui hanno ampiamente riferito il M.llo Cava e i testi di risulta App. Lot, Cap. Milli e Magg. Zuliani, e confortato dalle correlative acquisizioni documentali, non era stato adeguatamente percepito pur a pochi giorni dalla fatale domenica 19/7/92, nella sua effettiva gravità, dai naturali destinatari né era stato utilizzato per l’adozione di alcune contromisure”. Basti pensare che la notizia riferita al dott. Di Pietro dallo stesso Cava era stata trasmessa alla Procura di Palermo (“con cui il sottufficiale aveva infruttuosamente cercato di mettersi in contatto diretto”) attraverso i canali postali giungendo a destinazione solo ad attentato avvenuto. A questo si aggiunge la non notata presenza in via D’Amelio, “da apprezzabile periodo di tempo”, della 126 carica di esplosivo e l’assoluta mancanza delle più elementari misure di sicurezza, quali la restrizione di parcheggio in quella stessa via, in seguito ad una notizia proveniente da ambienti strettamente legati a quelli mafiosi (il clan Findanzati). Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per via Cilea, zona attigua all’abitazione della vittima designata “attorno alla quale per l’intera giornata un folto gruppo di ‘pattugliatori’ con uso di svariate vetture, avevano imperversato nella più totale indifferenza, senza essere oggetto di alcun controllo”. Non risultava infine, sulla base della deposizione della vedova Borsellino, Agnese Piraino, che l’argomento sicurezza fosse stato trattato in una concitata telefonata (“avente ad oggetto essenzialmente le deleghe di servizio”) intercorsa nella mattinata del 19 luglio tra il marito e il procuratore Giammanco, “verosimilmente all’oscuro della minaccia milanese”. Ed una nota di colore riferita ai rapporti tra il Giammanco e il dottor Borsellino la fornisce ancora una volta il capitano Sinico. “Io adesso non ricordo più se fu lui a dire una volta soltanto oppure me lo riferì l’allora maresciallo Canale – dichiara -. Mi pare, sì, che in una circostanza il… il dottore Borsellino si era indispettito con il Procuratore Giammanco; non… non ricordo a motivo di che cosa, ma, ecco, mi pare di avere un ricordo che riguardi proprio una… una forma di sfogo. Mi sembra che una volta disse: ‘gliele faccio tirare fuori io le carte dal cassetto’ o qualcosa del genere, diceva, in tono piuttosto arrabbiato con… risentito con il Procuratore Giammanco. E quello che mi pare di ricordare – conclude – è che lui soffriva molto del fatto che non potesse occuparsi personalmente, in ragione del suo Ufficio, naturalmente, della provincia di Palermo, mentre era delegato a quella di Agrigento”. E a confermare i rapporti non facili tra il Giammanco e il Borsellino è la teste Piraino la quale oltre al già citato episodio della telefonata ricorda un breve viaggio a Bari durante il quale il marito si era incontrato con l’on. Andò. Questi gli avrebbe chiesto informazioni sulle pesanti minacce rivolte ad entrambi in una “lettera anonima indirizzata al Procuratore della Repubblica di Palermo. Il magistrato, sconvolto (secondo la testuale espressione della moglie) per non essere stato notiziato dal Procuratore, aveva chiesto a quest’ultimo spiegazioni appena rientrato in città, nel corso di una discussione molto animata. I particolari di tale discussione erano stati poi rivelati alla moglie, diversamente da quanto il magistrato – riservatissimo sugli affari d’ufficio – usava fare”.
Anche il collaboratore Siino Angelo, “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” ha rilasciato dichiarazioni in ordine a quanto anticipato dall’organizzazione mafiosa circa i prevedibili contrasti tra il Procuratore Capo di Palermo e l’allora neo-procuratore aggiunto Borsellino.
Nel verbale dell’interrogatorio della dottoressa Palma si legge:
“Siino Angelo: - Sì, praticamente l’Ufficio che… che ricopri… che doveva andare a ricoprire il dottore Borsellino faceva ombra al… all’Ufficio del Procuratore che allora era il dottore Giammanco, per cui lui temeva che c’era questo tipo di cose, di… di problemi.
P.M. dott.ssa Palma: - E in che termini parlava l’onorevole Lima? In termini di sintonia tra il dottore Borsellino e il dottore Giammanco? In termini di preoccupazione?
Siino Angelo: - Assolutamente no, assolutamente no. Debbo dire che praticamente il dottore Giammanco era sentito dal… anche da Pino Lipari e ddu santu cristianu, ddu bonu cristianu, una specie di martire della causa. E praticamente questo personaggio era identificato soprattutto da Pino Lipari come vicino ai bagarioti, cioè praticamente vicino ai personaggi di Bagheria e perciò vicino anche a Provenzano”
In questo stesso contesto, infine, assumono un ruolo significativo le deposizioni del pentito Gaspare Mutolo, “elemento di spicco della famiglia di Partanna Mondello”, che nella prima quindicina di luglio si era incontrato con il dott. Borsellino in tre distinte occasioni per rilasciare dichiarazioni “vertenti peraltro anche sulle ipotesi di collusioni con la criminalità mafiosa anche di appartenenti alla magistratura palermitana ed alle Forze di Polizia”. Il Mutolo parla di un forte turbamento del magistrato particolarmente contrariato per una telefonata ricevuta nel corso dell’interrogatorio dal Viminale, che lo aveva invitato a recarsi ad un incontro con il Ministro e il Capo della Polizia. “Tornato dal colloquio, il dott. Borsellino, era apparso ancor più immerso in pensieri cupi e sconvolto al punto da destare la meraviglia del collaboratore per avere acceso contemporaneamente due sigarette”.

I possibili moventi
L’insieme degli elementi sin qui riportati non può che apparire inquietante specie se si considera che la strage ebbe a verificarsi in un momento in cui Cosa Nostra aveva tentato di inserirsi nel quadro politico istituzionale in corso grazie a contiguità e connivenze oltre che con i mezzi usuali dell’intimidazione e della violenza. In quei giorni, si legge nella motivazione della sentenza, diversi collaboratori di giustizia avevano deciso di prendere contatto con il dott. Borsellino, “ritenendolo unico destinatario e depositario delle loro prime rivelazioni, dopo la morte del dott. Falcone, anche in ordine alla contiguità con Cosa Nostra di taluni settori della politica e delle istituzioni. Ciò rende evidente come chi doveva temere gli effetti dei consensi coagulatisi intorno al magistrato palermitano, non era solo Cosa Nostra”. Considerazioni, queste, spiegano i giudici, dietro le quali vi è un principio di prova logica conseguente alla lettura dei documenti e all’esame delle vicende che ne scaturiscono, e alle quali vanno aggiunte le osservazioni sorte in ordine al cosiddetto “movente preventivo”. Questo è riferito al lavoro di collegamento e composizione dell’omicidio del giudice Falcone con il delicato settore degli appalti, già oggetto di un suo colloquio con il dott. Antonio Di Pietro, in quel periodo impegnato nelle indagini anticorruzione. I due magistrati avevano gettato le “premesse per una fruttuosa collaborazione in quel settore, i cui sviluppi non potevano non essere gravemente temuti da quanti ne avevano tratto spunto per lucrosi ed illeciti affari trasversali”. Ed è in questa stessa ottica che va collocata l’iniziativa del dott. Borsellino di incontrarsi con l’allora col. Mori e con il cap. De Donno, autore del noto rapporto mafia – appalti consegnato nel febbraio del 1991 al dott. Falcone.
Di Carlo, Mutolo, Brusca, Siino, Galliano ed altri collaboratori di giustizia hanno inoltre parlato di un profondo astio nutrito dagli uomini di Cosa Nostra nei confronti del giudice riferendo di precedenti attentati nei suoi confronti per i quali, per diversi motivi, fu impossibile l’esecuzione. Astio che è da far risalire a vicende lontane, quali l’arresto avvenuto nel 1980 dei congiunti del Riina e del Leggio in Bologna per mano del capitano Basile (anch’egli assassinato dalla mafia), e alle capacità manifestate nel primo maxiprocesso palermitano di comprendere le trame essenziali e trasversali del crimine organizzato. Quel procedimento, infatti, aveva visto il consolidarsi di un orientamento giurisprudenziale “mirato ad accomunare fatti diversi sotto la matrice mafiosa, ritenendoli frutto della volontà degli organismi di vertice di Cosa Nostra, indipendentemente e collateralmente rispetto alle singole responsabilità degli esecutori materiali”. Le collaborazioni intraprese da diversi soggetti, a partire dal Buscetta, costituivano un vero pericolo per l’associazione mafiosa ed è sempre grazie a tali collaborazioni che si è potuto riscontrare l’ulteriore movente della strage in oggetto, legato alla manifestata necessità di abbandonare i referenti politici non più in grado di assicurare le necessarie coperture istituzionali (tra questi l’on. Lima e l’esattore Ignazio Salvo) per cercarne di nuovi tra le figure emergenti in quel settore. E’ piuttosto evidente, spiegano i giudici, “alla luce delle numerose dichiarazioni dei collaboranti di più elevato spessore, che Cosa Nostra tentava di instaurare un contatto diretto con l’apparato politico che meglio potesse garantire una gestione diretta e sotterranea del potere reale”.
Per quanto concerne gli altri aspetti relativi alla causale del delitto non di secondo piano è lo spontaneo emergere della figura del dottor Borsellino in campo nazionale in seguito alla scomparsa dell’amico Falcone - che, come da lui stesso riferito alla moglie “finché era vivo … mi faceva da scudo” - e la necessità per Cosa Nostra di sferrare un devastante attacco allo Stato in seguito alla via legislativa che in quegli anni Governo e Parlamento avevano intrapreso grazie al lavoro del dott. Falcone insediatosi in veste di Direttore Generale degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia. E che si concretizzava anche nella predetta sentenza del 30 gennaio 1992 che diede il via ad una serie di attentati protrattisi anche dopo l’arresto di Riina (vedi bombe di Roma e Firenze del 1993) e che aveva lo scopo “di fondare i presupposti di una contrattazione con le istituzioni repubblicane in posizione di assoluta preminenza”. Cosa che ha sicuramente contribuito a trasformare con estrema rapidità la deliberazione omicidiaria in un’azione immediata.

Il ruolo della commissione
Le indagini svolte, comunque, non hanno consentito di dare una risposta esaustiva in merito alla delibera esecutiva in via d’urgenza della sentenza di morte del giudice Borsellino. Cosa che, come confermato da molti pentiti tra i quali Brusca e Siino, non ha permesso le consultazioni usuali in casi analoghi e ha portato all’accantonamento di altri progetti criminosi ormai in fase di esecuzione.
Come emerso dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, infatti, le decisioni in merito agli omicidi eccellenti venivano prese dalla “commissione” o “cupola”, l’organo di vertice dell’organizzazione rappresentato al suo interno da tutte le diverse aree geografiche mafiose in cui è suddiviso il territorio siciliano e che erano chiamate ad esprimere il proprio parere sulle deliberazioni degli omicidi stessi. Questo, nonostante “il progressivo affermarsi dei gruppi prevalsi dopo l’avvento al potere della fazione corleonese all’esito della cd ‘II guerra di mafia’, potesse rischiare di determinare anche il graduale esautoramento del potere di tale organismo collegiale, in favore di quello facente capo al solo suddetto clan emergente, personificato in particolare da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano”. Come riferito da Brusca “le comunicazioni delle deliberazioni collegiali ai componenti della commissione impediti a parteciparvi, avvenivano per il tramite di parenti che fungevano da nuncius veicolando all’interno del carcere (o nei territori di latitanza) le suddette deliberazioni”. Calogero Ganci aggiunge, in riferimento alle modalità di svolgimento delle riunioni, che la prassi vigente fino agli anni Ottanta, quando tutti i capimandamento si incontravano nella tenuta di Michele Greco alla Favarella, era mutata per ragioni di cautela tanto che gli incontri, in seguito a quella data, avvenivano con tre o quattro personaggi per volta. A confermarlo diversi collaboranti tra cui lo stesso Brusca.
Nel periodo di tempo in cui si verificarono i fatti per cui è processo, però, si era creato intorno al Riina e al Provenzano una sorta di “comitato di fedelissimi” del quale il Brusca aveva accennato nel dibattimento di primo grado definendolo “’gruppo ristretto che doveva diventare l’anello di congiunzione con i politici’ attraverso il canale privilegiato dell’Impresa Reale – chiave di volta spesso richiamata nelle dichiarazioni del collaborante – che, andando a sostituire l’Impresem dell’imprenditore agrigentino Filippo Salamone, doveva costituire proprio quel ponte di collegamento per i nuovi canali di approvvigionamento che Cosa Nostra intendeva sfruttare, come peraltro confermato dalle parole del Siino”. E sarebbe proprio questa minicommissione, a detta sempre del Brusca, che tra la primavera e l’autunno del 1992 avrebbe organizzato una serie di incontri per affrontare il tema della eliminazione dei personaggi istituzionali ostili a Cosa Nostra. Tale direttorio ristretto sarebbe stato composto da Cancemi, Biondino, Ganci Raffaele e talvolta Michelangelo La Barbera. “Si trattava in sostanza – scrivono i giudici – del ristretto direttorio che ruotava sempre intorno al Riina condividendone in toto le scelte, (del resto preventivamente concertate con il Provenzano) anche le più rischiose ed azzardate per la stessa associazione, senza spesso chiedere giustificazione alcuna, lungi anzi dall’abbozzare qualsiasi proposito dissociativo”.
Per la strage di via D’Amelio, in sostanza, non si sarebbe verificato alcun incontro di vertice che avrebbe potuto rallentare i tempi di esecuzione della stessa in particolar modo se qualcuno dei soggetti interpellati non si fosse trovato d’accordo a proseguire nella strategia sanguinaria. “Le perplessità sull’esecuzione del crimine non erano infatti di scarso rilievo tra i capi mandamento e gli uomini d’onore, come è emerso solo in seguito, anche grazie alle dichiarazioni dei collaboranti all’epoca ristretti che avevano raccolto le pur tardive lamentele di numerosi codetenuti, consapevoli delle conseguenze negative che si sarebbero riversate, come in effetti avvenne, su di loro e su tutta Cosa Nostra”. Fu contattato a più riprese, invece, il suddetto direttorio ristretto oltre ad alcuni personaggi responsabili dei territori coinvolti nell’operazione e a Pippo Calò.
E’ questo il motivo per cui la Corte, chiamata in primo luogo ad individuare “l’incidenza causale” del contribuito singolarmente fornito dai diversi capi mandamento facenti parte della Commissione alla deliberazione ed esecuzione della strage in oggetto, non ha accolto nella loro totalità le richieste dei pm Dolcino Favi e Maria Giovanna Romeo che avevano chiesto 22 ergastoli.

Le condanne
In ragione di quanto sin qui spiegato il processo si è concluso con 11 condanne all’ergastolo. Carcere a vita confermato per i boss Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Raffaele Ganci, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera e ancora Giuseppe Montalto, Salvatore Biondo (classe ‘55), Cristofaro Cannella, Domenico Ganci ai quali si aggiungono Francesco Madonia e Salvatore Biondo (classe ’56) in primo grado condannati a pene minori. La conferma non è arrivata, infatti, per i boss Giuseppe Madonia, Nitto Santapaola, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Salvatore Montalto, Matteo Motisi e Stefano Ganci e non è stata accolta la richiesta di infliggere la stessa pena a Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Benedetto Spera.
<<Un'ulteriore importante tappa nel fare verità e giustizia intorno a una strage così feroce e devastante per il nostro sistema giudiziario e democratico>>, ha commentato l’ex presidente della commissione Antimafia Giuseppe Lumia, ma sono ancora tanti, troppi, gli inquietanti interrogativi rimasti senza risposta.

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