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La Trattativa

La trattativa - 5° puntata - L'importante e' avere uno zio

La nuova Trattativa tra biglietti e pizzini
di Michele Riccio
Proseguiamo, dal numero precedente, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra. 


Il signore Pietro Aglieri ha creduto bene di non smentirci, come avevamo già scritto nel nostro articolo del mese di Febbraio u.s. quando per la prima volta abbiamo parlato dell’intenzione di Provenzano, e del resto del vertice di Cosa Nostra, di voler trattare i termini di una dissociazione così come mi aveva anticipato Luigi Ilardo. Progetto che sarebbe transitato anche per via religiosa, e forse con qualche benedizione, fermo restando che per essere discusso e digerito avrebbe avuto bisogno di continua attenzione e supporto.
Aveva visto ancora una volta lontano Ilardo, conosceva bene le più riservate strategie di Cosa Nostra poiché apparteneva a quel Vertice pensante. Ed anche per questo doveva essere ucciso.
Il laboratorio Sicilia non aveva terminato il processo avviato. Provenzano, anche se stanco e malato, aveva ancora bisogno di qualche tempo per terminare la trasformazione di Cosa Nostra, per evidenziare che nell’isola era già operante quel compromesso politico, dove molti andavano a braccetto sacrificando la questione morale per l’affare, per poi far vincere la squadra del cuore non 60 a 1, ma 60 a zero e permettere agli Zii di lavorare tranquilli e a lui di pilotare questa nuova trattativa prima del meritato riposo con cure adeguate.
Il vecchio capo ha dato grande dimostrazione di capacità e d’impegno portato a termine, e ha transitato l’altrettanto gravoso fardello a chi su altra sponda ora deve proseguire nel suo impegno verso quei Signori dell’Affare.
Mi sembra di assistere ad una Terza Guerra Mondiale, con lo sbarco in Europa delle truppe dell’Affare, con sempre gli stessi riferimenti sui territori da occupare in quanto più affidabili e con esperienza, con meno vincoli e preoccupazioni di tradire quella questione morale di altri che, nel loro precedente sforzo di accreditarsi, per altro fallito, avevano mostrato, pur con qualche ambiguità, di esserne ancora condizionati.
Le nuove truppe, in luogo dei bombardieri, hanno usato il denaro affamando i loro nemici.
Provenzano è perfettamente inserito in quella strategia di cui abbiamo parlato nei nostri precedenti articoli, sostituendosi meglio, e più degli altri, al timone dell’Azienda Cosa Nostra adoperando le regole di quel vivere, sovente un po’ cruente, ed è partito da lontano.
Lo Zio è diventato “Juncu” quando doveva esserlo, ha utilizzato sapientemente la politica delle Stragi, esponendo gli altri per poi avviare la trattativa del Papello, “momento fondamentale” per mettere a punto il futuro della sua Organizzazione, e provvedendo nel contempo ad eliminare chi poteva leggerla od averne le prove con attentati, anche spettacolari.
L’accreditare l’esistenza di una fazione di Cosa Nostra più buona  e non stragista, ma  propensa agli affari; l’arresto di Totò Riina con le carte messe da parte, “a noi bastano i pizzini”; il pentimento e la collaborazione di Balduccio di Maggio con i suoi risvolti; le catture dei latitanti che determinavano l’assertiva sconfitta dell’ala stragista dell’Organizzazione (in Sicilia si vendono o si ammazzano così diceva Ilardo); l’arresto nel 1997, in Bagheria, tra altarini e santini, del signore Pietro Aglieri, “ambasciatore” dello Zio; l’arresto a scansione degli uomini a lui più vicini, altrimenti cosa potrebbe pensare Riina; le voci che diffondono una prossima fine di Cosa Nostra e la lettera del signore Aglieri al procuratore nazionale antimafia, credo che siano i passaggi di un progetto superiore e programmato, che conta ancora poche mosse.
Questa ennesima trattativa, prodotto della “furbizia”, è un momento delicato per l’Organizzazione, le Istituzioni, l’Opinione Pubblica. Queste devono digerire una soluzione che non è poi tanto bizzarra come alcuni hanno definito, visto che da tempo ogni tanto affiora dal suo sommerso navigare, che, però, procede.
Proposta inaccettabile ed arrogante. Signori mafiosi che propongono a chiunque di sedersi ad un tavolo comune, dove loro sono pronti a fornire qualsiasi approfondimento in modo da evitare fraintendimenti, non per pentirsi o dissociarsi (che sarebbe ugualmente inaccettabile), ma per ottenere processi ed indagini diverse nel metodo fino ad ora eseguito.
Signori che si permettono di dare lezioni di garantismo, loro che fino ad ora hanno eseguito processi sommari, torturato le loro vittime per poi strangolarle ed infine sciogliere  nell’acido, senza alcuna discriminazione nemmeno per donne o bambini.
Questa proposta, o quella di convivere con la Mafia, avrebbero dovuto farla al mio comandante, il Gen. dalla Chiesa, al dr. Falcone, al dr. Borsellino, a Pio la Torre, a Mattarella o a Reina e ben conosciamo la risposta che questi fedeli servitori di uno Stato che non è riuscito a difenderli avrebbero dato ai loro assassini ed ai loro Zii.
Allora non è difficile immaginare che qualcuno, un giorno non lontano, potrà finalmente, con aria soddisfatta, compiaciuta e un po’ distaccata, dire: “Provenzano è preso, Cosa Nostra si è arresa, Provenzano, Riina, Farinella e gli altri boss hanno ammesso rispettivamente le loro responsabilità personali per essere i mandanti o gli esecutori di uno o cento delitti e stragi”, fornendo, se opportuno, una loro versione dei fatti.
Vedo sempre che quel qualcuno poi dica: ora basta! Cosa Nostra è finita, tutti ora lavorino nelle rispettive zone di competenza, noi a Roma e voi, da noi indicati, nelle vostre città e regioni, con chiara ripartizione delle responsabilità.
Le Polizie Regionali perseguano le realtà criminali locali, quella Siciliana anche analizzi e studi bigliettini e pizzini, trovati anche per concessione “poco accorta” dei Boss, individuando gli amici degli amici che non sono più amici, le Polizie Centrali affrontino il Terrorismo, il traffico di droga ecc. ed i Servizi Segreti tutelino ed agevolino l’Affare.
Come si diceva sempre con Ilardo, i Killers si possono anche pentire, confessare uno o cento omicidi, ma il non conoscere il vero motivo della commissione di un delitto è garanzia di tranquillità per il vertice dell’Organizzazione, interessato a garantire la sicurezza degli Zii sovente mandanti dei delitti.
Gli affiliati, pertanto, sarebbero liberi di fare le scelte più convenienti per risolvere i loro problemi giudiziari, scelte per altro inquadrate in un mutato contesto giudiziario e con diversa valutazione, mentre i capi del Sodalizio, nella maggior parte già anziani ed afflitti dalle tante malattie, inoltrerebbero le richieste per le cure più adeguate, che accerterebbero anche l’incompatibilità con il regime carcerario.
I più giovani, sempre come Ilardo mi spiegava, già da tempo stavano predisponendo un quadro clinico adeguato per poi usufruire dei medesimi benefici. Già il cugino Piddu Madonia, alle varie udienze, si stava presentando malfermo sulle gambe ed utilizzava un bastone per camminare.
E sempre fantasticando, non mi sorprenderei un domani nel vedere il signore Pietro Aglieri frate in qualche convento o opinionista in qualche trasmissione televisiva o sulle pagine di un settimanale, impegnato nel dare il suo parere di esperto, quando, puntualmente come accaduto per il Terrorismo, ci troveremo di fronte ad altro delitto eccellente di stampo mafioso.
 Ricordo le parole del giudice Giovanni Falcone, che come pochi conosceva quel mondo per averlo sempre combattuto, quando affermava di non farsi illusioni nel ritenere che il mafioso, ora diventato ricco e brillante imprenditore, perfettamente inserito nel mondo economico legale e ancor più i suoi discendenti, fosse il segnale della fine della mafia o dell’esaurimento del suo percorso.
Il mafioso, ricordava il magistrato, non perderà mai la sua identità e ricorrerà sempre alla violenza ed ai metodi di Cosa Nostra, perché si sentirà sempre il più forte anche nella conoscenza di appartenere ad un ceto superiore.
Perdonatemi se ogni tanto emerge la mia parte d’investigatore, ma il ricordo sovente corre alle tante carte scomparse e le carte dello Zio avranno la stessa sorte? Le ritroveremo tutte o solo in parte? O troveremo qualche altro pizzino nelle mutande?
Quello delle carte scomparse è un gioco che ogni tanto si ripete e che vede, poi, molti impegnarsi nel dare una spiegazione o una lettura. Cosa sono? Un investimento futuro, poi da monetizzare? Un’assicurazione sulla vita? Un ricatto? Una sicurezza che un domani si mantengano le promesse fatte?
Vedremo. Ora vorrei accostare una vicenda che ha in parte punti in comune con la storia Ilardo e, credo, possa essere significativa nel richiamare l’attenzione sui pericoli e gli scenari che potrebbero verificarsi nel portare avanti una ennesima e male augurata “trattativa”.

Cosa Nostra, Brigate Rosse e l’Area
di contiguità


Mario Moretti, il leader militare delle B.R., prisma dalle tante facce però persona attenta, molto intelligente e riflessiva, rilasciò dal carcere una intervista poi confluita in un libro e fu punto di partenza per giungere ad individuare, non senza qualche difficoltà, il quarto brigatista carceriere di Aldo Moro mai emerso prima di allora.
Moretti lo indicò come un romano amico dei romani, un buon compagno che era stato detenuto non per fatti delle B.R,. personaggio che venne identificato in Germano Maccari.
Il Maccari, pur costituendo una delusione per chi si aspettava di scoprire la verità sul delitto Moro, collaborò e permise una migliore e diversa ricostruzione su come si fossero svolti gli interrogatori dello Statista prigioniero delle B.R. alla Commissione Stragi presieduta dal Sen. Pellegrino.
Venne stabilito che Mario Moretti, in una prima fase del sequestro, pose direttamente le domande al prigioniero registrando le risposte, che poi vennero trascritte dai brigatisti Maria Laura Braghetti e Germano Maccari.
In seguito, per difficoltà tecniche, Moretti iniziò a portare una lista di domande già predisposte, alle quali Moro rispondeva per iscritto. I fogli con le risposte e le cassette registrate vennero portate via dal capo B.R. e non furono più trovati, se non in parte come documentazione dattiloscritta, all’epoca della scoperta nel 1978 del covo B.R. di via Montenevoso in Milano, da parte degli uomini del Generale dalla Chiesa, con fotocopiatura dei documenti e “postini romani”.
L’analisi delle domande contenute in quella documentazione determinò che molte di queste non erano nella logica delle Brigate Rosse e che probabilmente potevano essere state predisposte da un soggetto collettivo.
Si stabilì ancora che Mario Moretti fu l’organizzatore del sequestro Moro e che l’altro leader delle B.R., il dr. Giovanni Senzani, dal covo di Firenze guidò il processo allo Statista e gestì l’aspetto politico della tragica vicenda.
Il Senzani, laureato in legge all’ateneo di Bologna, con studi superiori negli U.S.A., oltre ad essere un personaggio enigmatico del vertice delle B.R., appartiene con il cognato Fenzi Enrico, anche lui affiliato alle B.R. e già professore di letteratura italiana all’università di Genova, all’area più colta dell’Organizzazione ed a quella con più contatti di livello con l’esterno.
Senzani, inoltre, tra i tanti delitti di cui è responsabile è anche l’organizzatore del sequestro dell’allora assessore D.C. della Regione Campania, Ciro Cirillo. Sequestro che diresse gestendo anche il relativo processo al quale l’esponente politico venne sottoposto.
La documentazione  di quel processo non è mai stata ritrovata e la vicenda vide posti in essere rapporti molto ambigui con la Camorra, con il coinvolgimento di uomini politici e di segmenti degli apparati di sicurezza e dell’intelligence.
In un regime in cui la complicità politica è stata anche complicità criminale, senza una diffusa obbligazione morale la società collassa.
Il Germano Maccari affermò ancora che una sua ipotesi del perché Moretti avesse improvvisamente parlato della presenza di un quarto personaggio agli interrogatori di Moro, permettendone pertanto poi la sua identificazione, era da ricercarsi nel fatto che egli potesse rappresentare l’agnello sacrificale per ottenere la soluzione politica.
Non è solo questo aspetto della vicenda che ha attirato la mia attenzione, ma anche quanto detto dal Germano Maccari sull’esistenza di quell’area di contiguità alle Brigate Rosse, composta da un ambiente trasversale che ha avuto poi un percorso tutto suo, con scelte anche in aree moderate.
Il Maccari, alle domande poste dalla Commissione che richiedeva di fare luce su questo ambiente, rispose di “non voler mettere nei guai quelli che dopo tutto l’avevano fatta franca”.
Di questa area di contiguità parlò anche Franco Piperno, quando riferì i motivi e le circostanze che lo avevano indotto ad incontrare Mario Moretti dopo l’assassinio di Moro, grazie all’intermediazione di Valerio Morucci, altro brigatista romano.

Piazza Cavour


Incontro che si verificò presso una casa alto – borghese, nel quartiere romano di Prati, in Piazza Cavour, il cui padrone di casa era ovviamente in rapporti con le B.R. per ospitare l’assassino di Moro.
Piazza Cavour ricorre anche nelle confidenze di Ilardo, come abbiamo già riportato nel nostro articolo del mese di Marzo u.s. e contenute nel referto giudiziario “Grande Oriente”. Il collaboratore mi confidò di aver partecipato con il Chisena Giovanni, esponente di livello della C.O. ed al soldo dei Servizi Segreti, ad un incontro in quella Piazza, prima con il Savona Luigi, Gran Maestro della Massoneria e poi con agenti dei Servizi Segreti, proprio poco dopo, come ci teneva a precisarmi, il sequestro di Aldo Moro.
Questo riferimento comune a due vicende, che presentano molte connessioni anche temporali, interessa, ancora una volta, quell’area di contiguità vicina ai due fenomeni criminali, che, ripeto, ha avuto un proprio percorso, fatto anche di scelte moderate ed attraversata da più interessi.
Rileggendo quanto riferiva Germano Maccari in merito a questo contesto esterno, composto anche da persone ora diventate importanti e che allora erano state onorate d’avere in casa ospite il terrorista, figura affascinante, non mi è difficile immaginare che queste stesse persone potessero poi ricevere con altrettanta passione ed interesse il Massone, il terrorista di destra, il mafioso e l’agente dei servizi, tutte figure ugualmente affascinanti, misteriose ed utili.
Quadro che veniva anche accreditato dalle parole d’Ilardo, fortunatamente in parte registrate, quando poco prima di essere ucciso mi riferiva, come anticipazione di quanto avrebbe poi riferito al dr. Caselli, magistrato che aveva tutta la sua fiducia, dei contatti che aveva stabilito il Chisena in Torino, con esponenti delle Brigate Rosse.
Brigatisti amici che, grazie alle loro relazioni con persone di notevole livello presenti in quella area di contiguità, gli potevano garantire determinate coperture e, come altre volte verificatosi, scambio o forniture di armi e di documenti falsi.
Di alcuni di questi personaggi il collaboratore rese anche qualche indicazione.
Pensieri che ricorrevano ancora quando riuscivo a farlo parlare delle esperienze vissute al tempo del suo soggiorno Romano, quando era latitante o quando ancora, mentre viaggiava in auto con il Chisena, nel sentire per radio la notizia della uccisione di Moro vide l’amico sobbalzare e dire: “allora l’hanno fatto”, facendomi così comprendere che questi era a conoscenza di fatti inerenti quella triste vicenda.
Il lettore non deve meravigliarsi che determinate persone fossero coinvolte in vicende così tragiche e delicate, basta pensare che la vicenda Moro ha visto, per quello che sappiamo, un altro criminale comune, il romano e falsario d’arte moderna Tony Chichiarelli, già sospettato d’appartenere alla famosa banda della Magliana, confezionare il falso comunicato delle B.R. che indicava il corpo di Aldo Moro gettato nel lago della Duchessa.
Idea, questa, che venne al dr. Vitalone, allora magistrato della Procura di Roma per confondere e dividere le Brigate Rosse.
Il Chichiarelli è ritenuto anche l’autore di una rapina che realizzava un bottino di ben 34 miliardi di lire, avvenuta in Roma nel 1984 nei confronti della Brink’s Sekurmark, una società di trasporto valori. Prima e dopo quel crimine, il pregiudicato lasciava una serie d’indizi, quali la testina rotante con la quale aveva scritto il falso documento delle B.R., quello del lago della Duchessa e fazzoletti di carta, dello stesso tipo di quelli utilizzati per tamponare il sangue dalle ferite di Moro.
Come sottolineato dall’On. Pellegrino, presidente della Commissione Stragi che interrogò il Maccari, il brigatista non ricordò, al pari degli altri brigatisti sentiti dai magistrati, di aver utilizzato simili fazzoletti per tamponare le ferite di Moro per evitare che queste sanguinassero. Ciò costituisce altro particolare inquietante.
Forse il Chichiarelli, firmando la rapina, voleva predisporsi un lasciapassare o una carta da giocarsi in futuro, in caso di necessità, facendo comprendere e fornire elemento certo di riscontro che poteva riferire particolari inediti sulla vicenda dello Statista assassinato dalle B.R.. perché con tutta probabilità, non si fidava di chi lo gestiva.
Una cosa è certa, Chichiarelli, dopo quella rapina, venne ucciso con notevole ferocia e la sua convivente ridotta in fin di vita.
A questo tragico destino, per avere altro punto in comune, non sfuggì neanche il trentacinquenne Chisena Giovanni che, arrestato una seconda volta, venne abbandonato e non più protetto dai Servizi Segreti e, nel Marzo del 1981, nel carcere di Fossombrone (LT), venne brutalmente accoltellato da appartenenti alla Camorra, quale Pasquale Barra, uomo di Raffaele Cutolo e Bonisoli Franco, esponente delle Brigate Rosse.
La scelta degli assassini non poteva essere firma più chiara per evidenziare quella pericolosa commistione d’interessi fino ad ora evidenziata e i cui registi sono ancora nell’ombra. Il passato è presente.
I pensieri vanno e vengono, ma portano sempre con loro l’immagine di persone, come quella del Comandante, di Falcone, di Borsellino, di Emanuele Basile, mio compagno d’accademia, di Mario D’Aleo, altro mio amico, il ricordo del loro impegno, unito a quello di tanti altri, nel servire in quella terra di Sicilia le Istituzioni con quell’obbligazione morale che non consente né trattative né compromessi.

La memoria è il filo conduttore della vita. Sulla memoria si fondano la morale e la conoscenza. La memoria è la continuità della morale e della conoscenza. Chi dimentica, mai diventerà uomo.  Così dice un mio amico.
Michele Riccio




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Il colonnello
Michele Riccio


Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.


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