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Dietro il paravento della normalizzazione PDF Stampa E-mail
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Dietro il paravento della normalizzazione
Pagina 2
Noi rifiutiamo il concetto di “emergenza” nella lotta alla criminalità mafiosa e riteniamo pertanto senza significato valido i costanti richiami alla “normalizzazione”. La risposta dello Stato deve essere continua e costante nel rispetto doveroso delle garanzie del cittadino. Non sono consentiti allentamenti di impegno e di tensione, non perniciose illusioni di cessata pericolosità solo in presenza di un calo statistico degli episodi di violenza, per altro niente affatto scomparsi. All’inizio dell’estate 1985 non era difficile incontrare chi parlava di mafia sconfitta o di mafia che sarebbe stata definitivamente sconfitta sol che fosse stata assicurata la conclusione, ormai allora alle porte, della indagine istruttoria in corso (la sentenza - ordinanza, come è noto, venne depositata l’8 novembre 1985) e la celebrazione del relativo dibattimento. Con l’uccisione di Montana, Cassarà e Antiochia, Cosa Nostra dimostrò di avere ancora pressoché intatte tutte le sue capacità decisionali ed operative, se è vero che in tal modo palesò di essere in grado di adottare così terribili decisioni e tradurle in atto a mezzo di potentissimo gruppo di fuoco. E gli avvenimenti successivi ne danno conferma, anche con riferimento ai traffici di sostanze stupefacenti, in ordine ai quali basta accennare agli ingenti sequestri di eroina operati nel corso di quest’anno sulla tratta aerea Palermo-Roma-New York, sulla linea cioè di tradizionale sviluppo dei traffici internazionali di droga gestiti da Cosa Nostra che è impensabile siano in così breve tempo caduti in gestione di mani diverse, nonostante il coinvolgimento in tali indagini, in prevalenza, di soggetti insospettabili di estrazione non mafiosa: circostanza, anzi, che induce a ritenere intatte, se non addirittura accresciute, le capacità di reclutamento della organizzazione mafiosa. Ad un anno di distanza dalle stragi del luglio e agosto 1985 e nonostante gli indubbi successi conseguiti dalle forze dell’ordine con la cattura di numerosi latitanti, resta, pertanto, ancora pienamente valida la richiesta del massimo sforzo statuale per il massimo possibile potenziamento dell’apparato investigativo e repressivo. Perduranti omissioni in proposito si rivelerebbero grandemente perniciose. Ho parlato all’inizio di omissioni che resero più agevole il compito degli assassini di Cassarà, Montana e Antiochia. Omissione dei responsabili organi statuali centrali è stata certo quella che rese possibile l’identificazione della squadra mobile di Palermo, cronicamente carente di uomini e di mezzi sin dai tempi dell’assassinio di Boris Giuliano, nella persona di Ninni Cassarà, tanto da far concepire alle organizzazioni criminali il proposito, freddamente e barbaramente attuato, di azzerare di colpo con l’omicidio del funzionario e per diversi mesi a venire ogni seria capacità investigativa della polizia a Palermo, come del resto erasi già in modo identico verificato con l’omicidio del vice questore Giuliano nel 1979. Omissione dei responsabili organi statuari centrali è stata certo quella che costringeva Beppe Montana a ricercare pericolosissimi latitanti, avvalendosi di mezzi personali ed esponendosi costantemente in prima persona per la mancata disponibilità di adeguato numero di collaboratori. Perdurante omissione sarebbe quella che sulla scia della invocata “normalizzazione” continuasse a mantenere insufficiente l’apparato investigativo e repressivo palermitano, senza considerare che la stagione dei grandi processi deve considerarsi appena iniziata, mentre occorre sollecitamente già procedere ad un aggiornamento della mappa del potere e delle attività mafiose, essendo rimasto fermo il quadro conosciuto (e delineato nella sentenza ordinanza dell’8 novembre 1985) al primo biennio degli anni ‘80. Sul piano strettamente giudiziario è necessaria l’immediata istituzione a Palermo di una terza sezione di Corte d’Assise, poiché, delle due esistenti, una rimarrà impegnata sino alla metà del 1987 nella celebrazione del primo maxiprocesso e presso l’altra è stata già fissata la celebrazione di altri gravissimi procedimenti concernenti anche la criminalità mafiosa, quale ad esempio quello per la strage di piazza Scaffa. Occorre pertanto un’altra sezione, da istituire, che si occupi del secondo poderoso stralcio del maxiprocesso, la cui sentenza istruttoria è in corso di deposito in questi giorni e concerne circa 100 imputati.  La necessità di celebrazione di detti procedimenti e le conseguenti misure di sicurezza da adottare distoglieranno altro rilevante numero di uomini e mezzi dall’attività repressiva ed investigativa, per cui ulteriori poderosi interventi in tale campo si rivelano indispensabili. Gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità mafiosa hanno il gravoso e meritorio compito di tenere ora come non mai desta l’attenzione dell’opinione pubblica sugli accennati problemi, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione.
Articolo pubblicato sul giornale n°1 aprile 2000




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