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Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow Protesta anti-inquinamento in Cina: «Non vogliamo soldi tossici»
Protesta anti-inquinamento in Cina: «Non vogliamo soldi tossici» PDF Stampa E-mail

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di Gabriel Bertinetto-15 ottobre 2008
STUFI DI BERE acqua putrida e respirare aria fetida, i cittadini di Taizhou si mobilitano per dire basta. Basta alla moltiplicazione degli stabilimenti chimici vicino alle loro case.

La protesta per ora corre sul web e si diffonde attraverso gli sms telefonici. Ma nei messaggi che si scambiano gli esasperati abitanti di Taizhou, grosso centro urbano sulla costa della Cina orientale, l’idea di scendere in piazza riscuote sempre più consensi. «Facciamo come a Xiamen», suggeriscono alcuni, riferendosi alla città in cui l’opposizione popolare l’anno scorso bloccò i piani per la costruzione di un impianto chimico in pieno centro. Centinaia di persone manifestarono contro quello che consideravano un attentato alla loro salute. E ottennero che a Xiamen il progetto, benché non del tutto accantonato, venisse sospeso per una «revisione».
I cinque milioni e mezzo di cinesi che abitano a Taizhou hanno visto sorgere una dopo l’altra negli ultimi quindici anni una quantità di fabbriche specializzate nella produzione di farmaci, fertilizzanti, materiali plastici. L’elenco è lungo: Huading, Taifeng, Changjia, Creating Chem, Jiaobei, Nuercheng ... La descrizione delle attività in cui ciascuna è impegnata, viene offerta alla pubblica percezione in un attraente involucro visivo di prati verdi e cieli azzurri, campeggianti nelle «home-page» dei rispettivi siti Internet.
Ma la gente di Taizhou non si lascia incantare tanto facilmente. Se anche non conoscessero le conseguenze nefaste sulla salute che derivano dalla sovraesposizione a certe sostanze inquinanti, basterebbe l’olfatto a renderli sospettosi e preoccupati. Quello che li allarma è soprattutto l’eccessiva concentrazione di aziende chimiche nel loro territorio. Così, di fronte alla notizia dell’ennesimo previsto allargamento della «Zona di sviluppo industriale» in città, hanno pensato che fosse arrivato il momento di alzare il capo e dire no.
«Opponiamoci con fermezza al Px», esorta un contestatore sul sito online che sta veicolando il fulcro dei messaggi di protesta. Px è la forma abbreviata per paraxilene, un componente del poliestere, una delle sostanze che verrebbero prodotte nell’impianto che la joint-venture fra la cinese Cnpc e l’anglo-olandese Shell intende lanciare a Taizhou.
Largamente usato per produrre vernici e solventi, il Px provoca irritazioni cutanee, emicranie, difficoltà respiratorie, qualora venga assorbito in piccole dosi. In quantità più consistenti causa danni ai reni ed al fegato, ed è cancerogena. Ne è consapevole uno dei cittadini che si oppone al progetto: «È altamente pericoloso. C’è il rischio di tumori e malformazioni nei bambini». E un altro, fra il bucolico e il metaforico: «Vogliamo acqua limpida e verdi colline. Non sappiamo che farcene di denaro tossico».
Meglio la salute che i soldi. Non la pensa così Huang Zhiyuan, membro della Commissione per le riforme e lo sviluppo di Taizhou. Perché altrove dicono sì al Px e qui noi dovremmo dire di no, si chiede polemicamente, intervenendo nel dibattito in rete. «Perché ci può essere uno stabilimento uguale a questo a Quanzhou, e da noi invece niente»? «Vogliono tutti arricchirsi -aggiunge Huang-. Già, ma come?». Il modo ci sarebbe, intende dire il funzionario, se non fossimo così paurosamente ignoranti dei benefici che il nuovo progetto porterebbe alla comunità. L’investimento previsto è di 60 miliardi di yuan (sei miliardi di euro. A pieno regime verrebbero prodotti ogni anno 2,4 milioni di tonnellate di Px, e altrettante di etilene, un fertilizzante.
L’esempio di Xiamen, dove le dimostrazioni di massa hanno impedito l’inizio dei lavori, non è l’unico da cui gli anti-Px traggono incoraggiamento a proseguire nella lotta. Ancora più clamoroso è stato il successo della pacifica rivolta di Shanghai. In quel caso l’oggetto del dissenso era un treno superveloce a lievitazione magnetica, che collega l’aeroporto al centro urbano. Le autorità volevano prolungarne il percorso di altri cento chilometri, sino a Hangzhou. La gente ha riempito le strade per gridare la propria ostilità. Si era diffuso il timore che il convoglio, per la particolare tecnologia impiegata, diffondesse radiazioni nocive lungo il tragitto. Tutto fermo in attesa di accertamenti.

Tratto da: L'UNITA'
 
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