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L' ultima spiaggia PDF Stampa E-mail

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di Federico Rampini - 11 ottobre 2008
È l´ultima spiaggia, è il weekend in cui i leader mondiali devono fare il miracolo. Un frenetico susseguirsi di vertici - oggi il G7 a Washington, domani l´Eurogruppo a Parigi - deve riuscire in 48 ore a dare una parvenza di controllo su una situazione impazzita. La ricchezza bruciata nelle Borse rispetto a un anno fa raggiunge 14.300 miliardi di dollari: è sparito esattamente l´intero Pil annuo degli Stati Uniti.




E queste sono «solo» perdite su azioni, non includono i crolli obbligazionari, né le bancarotte o le altre insolvenze di debiti. Sotto la pressione dell´onda di panico straripante, i governi e i banchieri centrali tentano da ieri sera di mettere assieme un´iniziativa comune: i mercati europei e asiatici ieri non ci hanno creduto; l´altalena isterica di Wall Street ha alternato la speranza e l´angoscia. Ora per placare il terrore deve uscire una sorpresa dal G7 o dal vertice europeo, un eccezionale sussulto di leadership. Ieri sera il primo incontro del G7 ha preparato una «dichiarazione di principi e di mezzi comuni» con cui le nazioni più ricche intendono arrestare l´epidemia della sfiducia. L´Eurogruppo convocato da Sarkozy potrebbe spingersi fino a un «piano di azione congiunto dei governi e della Banca centrale europea». Tutti sentono che bisogna fare di più, molto di più rispetto all´approccio sostanzialmente nazionale con cui sono state tamponate finora le crisi bancarie.
«La risposta fin qui non ha avuto un carattere globale», denunciava ieri il Fondo monetario internazionale. Basteranno le dichiarazioni comuni per cambiare il terribile corso degli avvenimenti? Quali piani possono provocare lunedì un´improvvisa svolta, curare l´angoscia che attanaglia l´economia globale? Ieri sera c´erano tre ipotesi sul tavolo. Primo: un solenne impegno comune degli Stati a evitare fallimenti di banche, e insieme la promessa di una ricapitalizzazione massiccia delle banche con l´uso di fondi pubblici. Secondo: l´annuncio che gli Stati estenderanno la protezione pubblica non soltanto ai depositi dei risparmiatori, ma perfino garantendo i prestiti che gli istituti di credito si fanno tra loro sul mercato interbancario. Terzo: il varo di forme di solidarietà tra paesi che vadano ben oltre la concertazione già attuata fra le banche centrali. Il primo punto sembrava avere più chances di passare al G7 per l´appoggio congiunto di Washington e Londra. Il secondo, cioè l´ombrello di protezione statale esteso all´intero mercato interbancario, potrebbe essere «l´arma nucleare» in grado di colpire l´epicentro strategico della crisi che è il crollo di fiducia tra banche e la paralisi nei flussi di credito: è sostenuto dagli inglesi, ha l´inconveniente dei costi incalcolabili e potenzialmente illimitati. Infine, le solidarietà intergovernative per essere credibili devono poggiare su strumenti nuovi e risorse consistenti: rispunta così l´idea del fondo unico europeo sul modello dei 700 miliardi di dollari del piano Paulson (per ricomprare dalle banche i titoli-spazzatura). Le resistenze verso quel fondo sembrano attenuarsi per la spaventosa violenza della crisi. Resta però il dubbio che non basti, visto che Wall Street ha digerito e dimenticato l´esistenza del fondo Paulson con una lunga serie di cadute.
La vigilia di un weekend al cardiopalmo è stata turbata anche dalla dichiarazione a mercati aperti di Berlusconi, sull´ipotesi di chiudere le Borse per «preparare una nuova Bretton Woods», battuta poi rimangiata dall´interessato e smentita perfino dalla Casa Bianca. La conferenza di Bretton Woods in cui vennero ridisegnate le regole dell´economia mondiale durò dal primo al 22 luglio 1944 e forse oggi non basterebbero neppure tre settimane per rifare quell´impresa storica, permessa allora da una leadership americana tanto illuminata quanto unipolare, nonché dalla statura di personaggi come Roosevelt, Churchill e Keynes. La voce della chiusura delle Borse mondiali circolava da giorni nelle sale mercati, ma come un segnale di pura disperazione. Tutti i limiti coercitivi imposti contro la speculazione ribassista sono stati dei clamorosi autogol: erano in vigore quando il Dow Jones perse 777 punti in una sola seduta: finché le grandi piazze finanziarie restano aperte vuol dire che, sia pure a prezzi in caduta libera, c´è ancora chi compra. L´alternativa è molto peggiore.
Spezzare la spirale vorticosa dei crolli è diventato sempre più complicato via via che si sovrappongono due paure: alla glaciazione del credito si aggiunge la certezza di una recessione mondiale. Le due malattie si acutizzano a vicenda. Perfino le più costose nazionalizzazioni bancarie hanno effetti tremendamente deludenti: ieri è tornata ad allargarsi a livelli d´allarme la forbice tra i tassi d´interesse sui Bot americani, e i rendimenti che devono offrire sul mercato gli istituti Fannie Mae e Freddie Mac per finanziare i loro mutui. Vuol dire che ormai non basta più neppure la garanzia federale che Washington offre, dopo aver preso il controllo dei due colossi del credito immobiliare.
Il ministro del Tesoro britannico, Alistair Darling, ha fatto la diagnosi più realistica: «Abbiamo bisogno di decisioni internazionali subito, o si va al collasso mondiale dei mercati».
Il conto alla rovescia è cominciato, ed è maledettamente rapido.
Il lunedì mattina si avvicina a grandi passi. Nessuno può permettersi che questo weekend sia una replica dei vacui G4 o Ecofin dei giorni precedenti. Nessuno osa immaginare che cosa accadrebbe alla riapertura dei mercati.

Tratto da: LA REPUBBLICA
 
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    In questo numero:
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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