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Salvatore Boemi: 'Reggio non è mai stata con noi' PDF Stampa E-mail
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Salvatore Boemi: 'Reggio non è mai stata con noi'
Pagina 2

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di Angela Chirico e Antonio Aprile - 11 ottobre 2008
“Non sono più pessimista. Credo che un sistema criminale è pericoloso quando è segreto, e si brancola nel buio. Si deve a uomini come Falcone e Borsellino se un sistema criminale oggi non rappresenta più una realtà incontrollabile, immodificabile, giudiziariamente inesistente.


Quel modello di magistrato ha segnato la strada e creato una magistratura diversa. Ciò che vent’ anni fa sembrava impenetrabile e impossibile da processare oggi non lo è più.” Esordisce così, lanciando un messaggio carico di speranza, Salvatore Boemi, procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria. Un magistrato in prima linea, avvezzo da sempre alle insidie di un mestiere che porta chi lo svolge ad operare spesso in solitudine, sfidando la paura, esponendosi al rischio, scontrandosi, quotidianamente, con le minacce provenienti dall’ esterno e, come è capitato di recente alla Procura reggina, anche con veleni e livori affiorati all’ interno del proprio ambiente. Perché, come sottolinea lui stesso, citando il collega Nino Scopelliti, trucidato per mano mafiosa diciassette anni fa, «il giudice è sempre solo. Solo nel giudicare, solo con le menzogne alle quali ha creduto o le verità che a volte gli sono sfuggite, ma con la fede cui si è sempre e spesso aggrappato». Esorta, Boemi, la comunità calabrese e quella reggina in particolare, perché trovi il coraggio di essere protagonista di una nuova stagione di contrasto alla criminalità: “Finora lo Stato ha riportato una vittoria solo sui Corleonesi, cioé sull’ ala militare di Cosa Nostra. Oggi la nuova frontiera è l’ Europa, ma c’è anche un fronte interno, quella della lotta a quei politici, a quegli uomini delle istituzioni che hanno reso le mafie potenti. Questo sarà il compito di chi verrà dopo di noi”. Si serve, infine, di una metafora assolutamente efficace per descrivere il clima di omertà e di disillusione che da sempre circonda, nella nostra città, il lavoro dei magistrati: «Parlando con qualche giornalista che come me è un patito di calcio – rammenta - dico sempre che giochiamo non in un campo avverso. Peggio. Giochiamo in un campo senza spettatori. Reggio non è mai stata con noi. Non contro di noi ma non è stata mai con noi».

Dott. Boemi, si parla spesso della necessità di una modifica della legislazione antimafia ma quali sono effettivamente gli strumenti in mano ai magistrati e dove si inceppa la macchina della giustizia?
«Non è facile rispondere. Dalla morte di Falcone a oggi è stata una continua lotta, si è fatto un passo in avanti e due indietro. Distinguiamo le problematiche strutturali da quelle processuali. La magistratura, l’antimafia nel suo complesso, sono sempre stati penalizzati dal fatto che il nostro è un paese perennemente in crisi economica. Il dottore Gratteri si lamenta perché le sue macchine non hanno benzina, il Procuratore Pignatone si rende conto che la Procura distrettuale non è un ufficio sicuro, eppure non accade niente. Io dico che sulle tematiche strutturali bisogna mettere proprio una pietra tombale sopra e lavorare, accettare queste condizioni e andare avanti senza piangersi addosso. Ci manca un po’ di tutto, però questo è nella logica delle cose. Allo stesso modo mancò tutto a Palermo negli anni successivi al maxi uno, quando dopo avere costruito una splendida aula bunker non si fece un passo in avanti. Poi ci sono i problemi processuali e questi sono drammatici veramente perché nessuno ne parla, né tantomeno l’informazione che in Italia è drogata dai poteri forti. Oggi le indagini si svolgono all’80% su intercettazioni perchè nessuno collabora con la magistratura. Checché si parli di una svolta, le denunce sono sempre troppo poche. La gente non si fida, non parla. Ha scelto il patto con la mafia, tanto una “tassa” in più si può anche pagare. Stiamo andando verso un tracollo giudiziario inquietante, nel silenzio colpevole di tutti, perché nel momento in cui ci verranno vietate le intercettazioni, ci saranno ristrette le possibilità di captare».

Ci fa un esempio?
«L’ultima inchiesta sui Piromalli di Gioia Tauro, che si basa non su intercettazioni normali ma su captazioni carcerarie. Nell’assenza di voci processuali è diventato prova addirittura ciò che si dice durante i colloqui. Dopo questa inchiesta si è giunti a un punto di non ritorno, ci sono già famiglie mafiose che non vogliono neppure fare i colloqui. A noi magistrati antimafia, molto più della benzina o dei fotocopiatori, mancano la voci processuali e senza di queste i processi non si potranno fare».

Lo diceva anche il Procuratore nazionale Piero Grasso che senza intercettazioni o nuove confessioni lo stesso fascicolo su Nino Scopelliti non si potrà riaprire…
«Guardi, il processo Scopelliti io l’ho vissuto direttamente. Dall’ottobre del 1993 trovai un fascicolo aperto già ben istruito dai colleghi della Procura di Reggio. Fu uno dei primi processi che noi portammo avanti. Il caso Scopelliti per ciò che ha rappresentato, e mi lasci dire che solo i reggini ne capiscono l’importanza, è stato il centro perenne di tutta un’attività antimafia del nostro ufficio. Un caso emblematico che non passerà mai in secondaria importanza. Fu l’ultimo omicidio della guerra di mafia. Dopo, a Reggio, non si sparò più mentre prima, per sei anni e nel disinteresse delle istituzioni nazionali, qui raccoglievamo un morto al giorno.


 
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    Gioco criminale

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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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