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Cresce il numero dei quattordicenni che fanno uso di droghe pesanti PDF Stampa E-mail

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di Emanuela Minucci -10 ottobre 2008
Luca ha 14 anni, e fino all’inverno scorso utilizzava la sua paghetta - 10 euro la settimana - per comprarsi a rate un videogioco della Playstation. Poi la consolle ha cominciato a impolverarsi, perché Luca non tornava più a casa, all’una, dopo la scuola.





Passava i suoi pomeriggi ai giardinetti in compagnia di un gioco nuovo, dove il nemico prima ti fa divertire e poi ti uccide, lentamente, giorno dopo giorno: Luca si faceva, in compagnia di altri amici più grandi, di crack e cocaina e magari ci beveva sopra qualche Corona dalla bottiglia. Mentre i cd che aveva a casa si velavano di polvere bianca e diventavano inservibili.
«Venti euro a dose, ma anche quindici se sei un buon cliente - spiega Andrea Bellini, sociologo di strada, in forza all’Onda 1, operatori nuove droghe Asl 1 Torino, il servizio dedicato ai giovani sotto i 30 anni vittime della tossicodipendenza - il che, unito al fatto che ormai la cocaina è considerata una specie di eccitante senza effetti collaterali, che facilita la vita e non genera dipendenza, ecco spiegato il motivo per cui ci sono sempre più ragazzini giovani, anche appena usciti dalle medie che diventano cocainomani».
cocaegliadolescenti-web.jpgI genitori non ci credono
Il fenomeno è scandito da cifre a dir poco preoccupanti. «Basti pensare al fatto - commenta Paola Burroni, primario del Sert all’Asl 1 che ha presentato l’ultima ricerca in materia, due giorni fa, alla commissione Pari Opportunità di Palazzo civico - che al momento i giovanissimi schiavi della coca e del crack con età compresa fra i 14 e 17 anni in cura al servizio Onda 1 sono una quindicina. E per un paziente che viene da noi ce ne sono molti altri che sono agganciabili». I genitori molto spesso non credono alla realtà che hanno sotto gli occhi, a quello che spiegano loro i medici e tendono a sottovalutare il problema o a respingerlo: «Anche se sono stati chiamati dalla Prefettura - aggiunge il medico psichiatra Nadia Gennari - perché il loro ragazzino è stato fermato con lo stupefacente in tasca, la prima reazione è proprio quello di pensare che è stato vittima di uno scherzo e che comunque non è lui quello che buca le bottiglie di acqua minerale vuote per fumarci il crack dentro o fa fuori l’ammoniaca dal mobiletto del balcone perché serve a diluire la droga. Loro non ci credono». Poi però, quando si accorgono che loro figlio è cambiato - spiegano ancora gli esperti del centro di via Farinelli 40/1 - si addormenta a fatica, la mattina non si alzerebbe mai e soprattutto si irrita per un nonnulla allora capiscono che forse è successo qualcosa».
L’identikit
Il baby-cocainomane non è facilmente riconoscibile. «E’ ormai una droga trasversale che va oltre gli ambienti agiati - racconta ancora il primario Paola Burroni - e poi la si può trovare in discoteca come fuori dalle scuole o ai giardinetti. Il problema è che erroneamente viene considerata meno pericolosa dell’eroina. E invece di cocaina si muore ed è bene che i genitori si mettano in allarme subito». Aggiunge: «Il fatto poi che sia una sostanza usata per divertirsi, ma anche per lavorare, la rende molto vendibile. L’uso, poi, ne permette un’assunzione graduale che rassicura anche i più timorosi».
Il percorso di recupero
L’équipe che si prende carico di questi giovani è composta di sette persone: due medici, due psicologi, due educatori professionali, un sociologo. E il percorso nasce quasi sempre dalla segnalazione della Prefettura: «Quando un baby-cocainomane viene colto sul fatto - racconta la psichiatra Nadia Gennari - scatta il provvedimento della Prefettura con il ritiro dei documenti. A quel punto vengono convocati i genitori cui viene indicato il percorso più adatto per recuperare il ragazzo». La cura è sia farmacologica sia psicologica, vale a dire che il ragazzo-bambino viene prima agganciato da un operatore di strada, poi viene, insieme con i genitori, convinto a frequentare il centro di Onda 1: «Noi siamo molto vicini ai giovani e cerchiamo di avvicinarli anche con una pagina su MySpace - racconta lo psicologo Filippo Bellavia - e poi distribuiamo i nostri volantini all’uscita delle discoteche. L’unico modo per aiutare quei genitori che non sono in grado di fare da contenitori ai bisogni dei loro figli, è questo: parlare lo stesso linguaggio di questi ragazzi, convincerli che siamo dalla loro parte».

Tratto da: La stampa
 
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    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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