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Il mistero della jeep di Ilaria PDF Stampa E-mail

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di Riccardo Bocca - 10 ottobre 2008
Nell'auto fatta arrivare dalla commissione d'inchiesta dalla Somalia tracce di sangue. Ma non è compatibile con il Dna della giornalista. I risultati della perizia





Dovrebbe essere un giorno di serenità e soddisfazione, questo venerdì 10 ottobre. A 14 anni dall'omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e del cameramen Miran Hrovatin, avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferisce loro la medaglia d'oro al valore civile "per avere onorato, con il sacrificio, la professione giornalistica". Un gesto apprezzato da Luciana e Giorgio Alpi, i genitori di Ilaria, nei quali però vince l'amarezza: "Ancora oggi sappiamo troppo poco sull'assassinio di nostra figlia", dicono: "Magistrati e commissioni d'inchiesta ci hanno illuso. Come la stampa: tanto pavida, o così distratta, da non pubblicare notizie di cruciale importanza".

L'ultimo esempio, dicono, è un documento del 1 agosto scorso. Un fax inviato da Renato Biondo, perito della Procura di Roma, all'avvocato dei coniugi Alpi Domenico D'Amati. Oggetto: l'analisi del Dna sulle macchie di sangue a bordo della Toyota dove avrebbero viaggiato Alpi e Hrovatin al momento dell'agguato. "Uno dei campioni analizzati", spiega il consulente, "ha permesso di estrapolare un profilo di Dna utile a comparazioni". Questo profilo, continua, "è da definirsi una commistione di Dna di almeno due individui. Successivamente, sono state effettuate le comparazioni con il profilo genetico dei genitori di Ilaria Alpi, escludendo anche in questo caso la compatibilità con il profilo di una figlia dei predetti genitori".

Insomma: non è affatto sicuro che la Toyota esaminata sia quella originale. "Anzi: gli elementi disponibili suggeriscono il contrario", dice l'avvocato D'Amati. Un risultato che stride con le conclusioni della defunta commissione parlamentare d'inchiesta Alpi, presieduta fino al 23 febbraio 2006 da Carlo Taormina. Il quale ha chiesto aiuto, per ritrovare la vettura, al faccendiere Giancarlo Marocchino (di cui il capo della direzione investigativa anticrimine a Mogadiscio, Ali Jirow Sharmarche, ha detto in un verbale di sommarie informazioni al pm Giuseppe Pititto: "Credo sia stato lui a far uccidere i due giornalisti", eppure mai indagato in Italia). Quando una Toyota apparentemente uguale a quella dell'omicidio è arrivata a Roma, Taormina ha chiesto di verificare anche "la presenza di tracce ematiche". E la perizia è stata conclusa, nel settembre 2005, dal professor Vincenzo Pascali: "È possibile solo affermare", ha scritto, "che macchie di sangue
umano maschile sono disposte su un oggetto (laccio) rinvenuto sotto il sedile anteriore destro", mentre "macchie di sangue femminile umano, sono presenti in largo ammontare nella porzione inferiore del sedile posteriore". Niente di certo, senza un esame del Dna. Ma nella relazione finale di maggioranza della commissione Alpi si legge che "l'autenticità del mezzo è stata accertata in via definitiva", con il supporto di "meccanici e carrozzieri, all'uopo nominati ausiliari di polizia giudiziaria".

Chi ha ragione? E cosa accadrà adesso? La questione è nelle mani del pm Giancarlo Amato, il quale deve ultimare le indagini. Partendo dalle convinzioni del gip Emanuele Cersosimo, secondo il quale "da un'analisi complessiva degli elementi indiziari, la ricostruzione più probabile e ragionevole della vicenda appare essere quella dell'omicidio su commissione, posto in essere per impedire che le notizie raccolte da Alpi e Hrovatin in ordine ai traffici di armi e rifiuti tossici tra Italia e Somalia venissero portate a conoscenza dell'opinione pubblica italiana".

L'esatto opposto di quanto dichiarato da Taormina. Per lui, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin "passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente, senza ragioni che non fossero quelle di un atto delinquenziale comune". "Parole che, malgrado la medaglia d'oro, non possiamo dimenticare", dicono i coniugi Alpi. n

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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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