di Paolo Borsellino
Non c'è popolo del vecchio continente che viva, almeno in apparenza, con più entusiasmo di quello italiano questa vigilia della maggiore integrazione europea.
Il 1992, anno al cui termine scatteranno alcune importantissime misure comunitarie, è ormai divenuto in Italia riferimento quasi mitico, costantemente indicato in discussioni, convegni e dibattiti.
La recente consultazione referendaria, abbinata al rinnovo del Parlamento europeo, ha dimostrato, con i suoi risultati, che gli italiani ritengono di essere un popolo profondamente europeista, pronto a riversare in una entità sovranazionale, che abbracci gran parte del continente, le proprie particolarità regionali, spegnendo ogni residuo sussulto nazionalistico.
Si ha tuttavia talvolta l'impressione che in Italia molto si parli, in termini, come ho detto, entusiastici dell'Europa e poco si faccia per costruirla.
Poco si faccia, e non tanto per carenza di una azione di governo tendente alla edificazione ed al rafforzamento delle istituzioni comunitarie e dei meccanismi di integrazione. E' noto, invece, che i governanti italiani sono in proposito fra i più attivi a spingere in questa direzione, come è dimostrato dal recente incontro di Madrid.
Si ha l'impressione che poco si faccia in altro senso. Poco si faccia cioè per creare o rafforzare in Italia le condizioni economico-sociali che debbono mettere il nostro paese in situazione di affrontare senza tragici traumi l'appuntamento, direi quasi la scommessa, del 1992 e degli anni successivi.
E da parte sua l'opinione pubblica, pur entusiasticamente europeista, par quasi attendere che i benefici della maggiore integrazione ci vengano calati dall'alto, automaticamente risolvendo i nostri numerosi e difficilissimi problemi e gratificandoci gratuitamente di una accentuata e desiderata sprovincializzazione.
Le cose purtroppo non stanno così. Non è certo facile diventare europei. Occorre uno sforzo duro, sia da parte dei governanti che da parte degli aspiranti cittadini di questa sognata realtà sovranazionale. Poiché altrimenti, presentandoci impreparati all'appuntamento, rischiamo di entrare sì in Europa ma di farvi ingresso in condizioni così precarie da porre l'intera nazione o sue vaste aree geografiche in situazione di rapida marginalizzazione.
Non sono esperto in problematiche comunitarie ed avrei quindi poco da aggiungere a queste brevi osservazioni di carattere generale, se non qualche richiamo, anch'esso generico o meramente elencativo, ai gravi problemi monetari legati all'enorme dilatazione del deficit pubblico, alla necessità di una rapida ristrutturazione delle imprese per renderle competitive a fronte degli agguerriti partners continentali, al problema del ridimensionamento radicale della massa di popolazione assistita e così via dicendo. Non continuo l'elencazione e non entro nei particolari dei vari problemi perché in merito sono per certo non competente, pur intuendo la gravità delle questioni.
Ho però bastante esperienza in materia criminale per occuparmi di un aspetto, non fra i più trascurabili, del problema, che è quello della compatibilità fra una proficua integrazione europea e l'esistenza in Italia di agguerrite e specifiche forme di criminalità organizzata. Ed in Sicilia in particolare.
Certo, la criminalità organizzata è nel nostro scorcio di secolo, e principalmente nelle società industrializzate dell'Occidente, un fenomeno ormai endemico, probabilmente insopprimibile, con il quale tutti i paesi debbono fare i conti, per contenerla in termini accettabili, e che, almeno nel nostro continente, non crea ad uno Stato problemi sostanzialmente diversi rispetto agli altri, tanto da porlo in condizioni sfavorevoli nella competizione internazionale.
Agisce però in Italia, e nelle nostre terre quasi indisturbata, una particolare forma di criminalità, quella mafiosa, che lungi dall'essere un fenomeno estraneo ai canoni della normale ed ordinata convivenza sociale, sì che il suo contenimento sia possibile attraverso i normali strumenti di repressione poliziesca e giudiziaria, è nel tessuto sociale profondamente e prepotentemente inserita, tanto da condizionarne grandemente lo sviluppo.
Ci vuol poco allora a capire che questa criminalità, la mafiosa, non è compatibile con una effettiva integrazione europea delle nostre regioni, perché, condizionandone gravemente l'economia a scopi e finalità diversi da quelli di interesse generale, rischia di porle (le regioni che affligge) in condizioni di rapida marginalizzazione nel teatro della competizione europea, che per tanta parte sarà regolato dal libero mercato.
Ecco perché su questa specifica realtà criminale si appunta l'attenzione e la preoccupazione della più responsabile opinione pubblica europea, come è dimostrato dal fatto che il primo settimanale europeo "The European", stampato per la prima volta a Londra alla fine dello scorso anno, recava in prima pagina una notizia riguardante la Sicilia "Sei omicidi di mafia, tra Gela e Palermo, alla vigilia di una giornata di protesta contro la mafia". E chi sa quanti, nello stesso periodo, ce ne erano stati, di omicidi, in Inghilterra.
Che stampa nazionale ed internazionale continuino a sottolineare la tragica realtà criminale siciliana non è, però, circostanza che deve di per sé dispiacere e scatenare inapprezzabili reazioni di malriposto meridionalismo.
Mi sembra che i gravissimi fatti verificatisi in questo decennio e le ponderose inchieste giudiziarie espletate abbiano quanto meno prodotto la nascita di una nuova consapevolezza sulla esistenza e pericolosità del fenomeno mafioso, che non giustifica più offese campanilistiche ma impone un globale impegno collettivo, il quale è bene venga sostenuto dalla costante attenzione della opinione pubblica, nazionale ed internazionale. E, a loro volta, i cittadini di queste regioni non debbono temere affrettate e superficiali generalizzazioni allorché denunciano ad alta voce essi stessi i loro mali, chiamando le loro città "capitali della mafia", perché le spaccature e le prese di distanza sono insostituibili momenti di crescita civile ed oltremodo necessarie sono le distinzioni tra onesti e malavitosi, tra insofferenti alla convivenza con la mafia e succubi della tentazione alla coesistenza.
Se tuttavia le grandi inchieste giudiziarie degli anni '80 hanno prodotto, al di là dei loro specifici esiti processuali, questa crescita della coscienza collettiva sul fenomeno e sulla sua pericolosità, la rinnovata recente virulenza delle organizzazioni mafiose ha cagionato il venire meno di una periodosa illusione, spesso alimentata ad arte e, comunque, sempre denunciata proprio da chi era più impegnato nella repressione delle attività criminali.
Mi riferisco all'opinione secondo cui la penetrante azione di contrasto di magistratura e forze dell'ordine avrebbe di per sé sola prodotto la sconfitta della mafia e la sua scomparsa dallo scenario meridionale.
Pericolosa illusione che è alla radice della inammissibile delega agli organi di repressione di occuparsi essi soli del problema e della ancor più inaccettabile delega alla magistratura giudicante di sancire in pubblico processo la fine di Cosa Nostra.
Vero è che lo strumento repressivo, in genere, e giudiziario in particolare non avrebbe mai potuto da solo risolvere il problema della criminalità mafiosa o contenerlo in limiti accettabili, e non soltanto per limiti, direi istituzionali, propri di siffatte azioni repressive (volte soltanto all'accertamento dei reati ed alla irrogazione delle relative sanzioni), ma soprattutto a causa delle profonde radici storiche e socio-economiche che la criminalità mafiosa ha nella realtà meridionale e siciliana, sicché, non incidendo a fondo su tali radici, con interventi che vanno ben al di là di quelli meramente repressivi o giudiziari, la mafia è destinata sempre a perpetuarsi, adattando la sua sostanzialmente immodificabile natura ai mutevoli aspetti della realtà socioeconomica.
La mafia, purtroppo, non è soltanto una organizzazione criminale dedita, come altre nel mondo, al traffico di droga. Non si vuole ovviamente negare che da detto traffico dipenda soprattutto l'enorme potenza raggiunta negli ultimi anni dalla organizzazione mafiosa, che proprio in conseguenza di tali commerci ha esteso l'ambito della propria attività ben oltre gli angusti limiti dei confini isolani. Vero è però che essa esisteva ancor prima del traffico di droga e verosimilmente continuerà ad esistere ancor dopo, se gli sforzi congiunti di una organizzazione di contrasto a livello mondiale riuscirà a liberarci un giorno del flagello degli stupefacenti.
Anche nei periodi di maggiore espansione e di maggiori profitti derivanti dal commercio della droga l'organizzazione mafiosa, ben consapevole della sua peculiare natura, non ha mai rinunciato a quel rigido controllo del territorio che fa della "famiglia" di Cosa Nostra un vero Stato nello Stato, perché il territorio e la supremazia su di esso sono indispensabili per l'esistenza stessa del nucleo criminale mafioso come per quella di qualsiasi istituzione statuale.
Controllo del territorio che si esercita pesantemente nei meccanismi di distribuzione delle risorse, con le tangenti, con l'accaparramento degli appalti, con lo sfruttamento delle aree, con l'infiltrazione, per condizionarli a suo favore, negli organi del pubblico potere, politico e burocratico.