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Antimafia Duemila

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Conferenza tenuta ad Agrigento dal Giudice Paolo Borsellino in data 10.01.1989 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Conferenza tenuta ad Agrigento dal Giudice Paolo Borsellino in data 10.01.1989
Pagina 2

Constatata quindi la poca incisività delle mere azioni repressive della tracotanza mafiosa, sempre risorgente dalle sue apparenti ceneri, è necessario si prenda atto che il fenomeno va affrontato alle sue radici con una globale risposta delle istituzioni, senza inammissibili ed esclusive deleghe a questa o quella parte del pubblico apparato.
Più Stato. Certo più Stato, ma attenzione. Una risposta statuale intesa in termini meramente quantitativi di impiego di risorse umane o finanziarie non risolve il problema ed anzi spesso lo aggrava.
Tutti abbiamo appreso delle polemiche scatenatesi in ordine alla profusione di risorse finanziarie nei territori campani terremotati, che hanno finito per scatenare gli appetiti della camorra, trasformando quelle terre, per il loro accaparramento, in un tragico teatro di sangue. Ed è noto quali timori si nutrono a Palermo per l'attenzione immancabile di Cosa Nostra ai finanziamenti pubblici che interessano quella città.
Bisogna prendere atto che il sottosviluppo economico non è o non è da solo responsabile della tracotanza mafiosa, che ha radici ben più complesse, tanto da farla definire in recenti studi non il prezzo della miseria ma il costo della sfiducia.
Per altro, già nel lontano 1876, Leopoldo Franchetti, nello scrivere quello che ancor oggi rimane uno dei più pregevoli studi sulla mafia siciliana, individuava due insiemi di cause tra loro collegati: l'assenza di un sistema credibile ed efficace di amministrazione della giustizia (specie quella civile) ed una mancanza di fiducia di tipo economico.
Ambedue le cause, che possiamo ritenere ancor oggi operanti, importano l'assenza di un apparato statuale credibile, sia nel dirimere le controversie naturalmente nascenti dalle private contrattazioni, sia nell'assicurare che tali contrattazioni possano svolgersi in clima di reciproca affidabilità.
A sua volta l'arretratezza economica chiude ogni altra via di sfogo all'attività dei privati. L'unico fine, osserva Franchetti, che ciascuno propone alla propria attività od ambizione è quello di prevalere, sopra i propri pari. Quando è congiunto all'assenza di uno Stato credibile, non può condurre alla normale concorrenzialità di mercato: la pratica che si diffonde non è quella di far meglio dei propri rivali, ma quella di "farli fuori". E quanto ciò sia compatibile con l'ordinata crescita economica, postulato indispensabile della maggiore integrazione europea, lascio a voi giudicare.
In questo contesto, continua Franchetti, si cominciano a capire i motivi per cui i mafiosi non agiscono come delinquenti comuni che operano isolatamente, in conflitto con la popolazione. Parte della opinione pubblica li ritiene in Sicilia più che altro uomini capaci di esercitare privatamente quella giustizia pubblica su cui nessuno più conta.
Quanto di questi concetti conservino ancor oggi gran parte della loro validità emerge in modo inquietante da talune ricorrenti invocazioni alla mafia o a suoi supposti qualificati esponenti verificatesi in occasioni di pubbliche dimostrazioni per protestare contro asserite ingiustizie sociali od economiche.
Analogo aspetto  quello della compenetrazione tra delinquente e vittima che tipicamente si realizza in una delle attività più caratteristiche della mafia, cioè l'offerta di protezione a scopo estorsivo. Infatti l'aspetto più singolare della estorsione mafiosa è la difficoltà di distinguere le vittime dai complici ed il fatto che tra protetti e protettori si stabiliscano legami piuttosto ambigui.
La violenza dell'estorsione e gli interessi personali delle vittime tendono a confondersi ed a formare un insieme inestricabile di motivi per cooperare. Il vantaggio di essere amici di coloro che estorcono denaro o beni non è quindi solo quello di evitare i probabili danni che seguirebbero un rifiuto, ma in certi casi, può estendersi ad un aiuto per sbarazzarsi di concorrenti scomodi. E, quanto ai rapporti con la Pubblica Amministrazione, quale migliore alleato di colui o di quella organizzazione che garantisce un rapporto di "fiducia" nei confronti di un apparato ritenuto non credibile o non affidabile.
In proposito, è abbastanza recente la denuncia della più alta autorità regionale, secondo la quale "ci troviamo in presenza in molte USL ed in molti comuni di spinte fortissime, dirette o ravvicinate, da parte di centri criminali che tentano di intervenire come gruppi di pressione, decisivi addirittura nella formazione degli esecutivi. L'obbiettivo è il controllo del notevole flusso di risorse che questi organismi decentrati amministrano. C'è una pressione sempre maggiore che aree di criminalità organizzata realizzano nei confronti dei punti di decisione ed utilizzo delle risorse".
In tale situazione, così autorevolmente denunciata, quale migliore brodo di coltura per organizzazioni che traggono la loro forza dalla inefficienza dell'apparato pubblico e dalla sua incapacità ad esser ritenuto meritevole di imparziale "fiducia"?
Il nodo è pertanto essenzialmente politico. La via obbligata per la rimozione delle cause che costituiscono la forza di Cosa Nostra passa attraverso la restituzione della fiducia nella Pubblica Amministrazione, la cui perdurante inefficienza è oggi incompatibile con l'ordinato svolgersi della vita civile e rischia, protraendosi nel tempo di compromettere gravemente le possibilità della popolazione, specie isolana, di inserirsi nel circuito europeo senza rischiare la completa emarginalizzazione.
Nessun impiego, anche massiccio, di risorse finanziarie produrrà benefici effetti se lo Stato e le pubbliche istituzioni in genere non saranno posti in grado e non agiranno in modo da apparire imparziali detentori e distributori della fiducia necessaria al libero ed ordinato svolgersi della vita civile. Continuerà altrimenti il ricorso e non si spegnerà il consenso, espresso o latente, attorno ad organizzazioni alternative in grado di assicurare egoistici vantaggi.
Fiducia nello Stato significa anche fiducia in un efficiente amministrazione della giustizia, sia penale, sia soprattutto civile.
Occorre registrare con evidente soddisfazione l'introduzione del nuovo codice di Procedura Penale, sia perché sostituisce un insieme di norme di rito ormai sclerotiche e disorganiche, sia perché l'adozione del sistema accusatorio, che entrerà in vigore tra qualche mese, costituisce fuor di ogni dubbio una conquista di civiltà giuridica.
Tuttavia sia ben chiaro che il nuovo rito non potrà funzionare e la sua adozione creerà gravissimi problemi se non sarà accompagnata da un adeguato potenziamento delle strutture e da una razionalizzazione del sistema.
La magistratura associata e le organizzazioni forensi hanno anche recentemente, con atti sofferti e clamorosi quale lo sciopero, indicato un nucleo di problemi la cui risoluzione costituisce un minimum indispensabile per ridare credibilità ad una amministrazione della giustizia cui nelle condizioni attuali più nessuno fa affidamento, col rischio, specie in Sicilia, che si perpetui e consolidi il ricorso ad un sistema alternativo e criminale di risoluzione delle controversie.
Fiducia nelle istituzioni significa soprattutto affidabilità delle amministrazioni locali, quelle cioè con le quali il contatto del cittadino è immediato e diretto e che attualmente risultano incapaci di gestire la cosa pubblica senza aggrovigliarsi negli interessi particolaristici e nelle lotte di fazioni partitiche. La loro riforma non è più procrastinabile, poiché altrimenti, come è emerso dalle allarmate denuncie del Presidente della Regione, resteranno i veicoli principali delle pressioni mafiose e delle lobbies affaristiche loro contigue.
Passano anche attraverso queste vie obbligate le direttrici di lotta alla criminalità mafiosa. Una sfida che lo Stato deve vincere in tempi rapidi perché è in grado di farlo, se non prima del fatidico 1992, ormai alle porte, almeno in tempi che ci consentano di affrontare la maggiore integrazione europea forti di una sana ed ordinata vita civile.
Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila giugno 2000
 



 
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