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Lodo Alfano, alcune riflessioni PDF Stampa E-mail

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di Nicola Tranfaglia - 3 ottobre 2008
Ho seguito con attenzione dal luglio scorso il modo in cui le televisioni hanno parlato del cosiddetto lodo Alfano, cioè della legge numero 124 del 2008 che estende l'immunità penale, durante la carica, al presidente del Consiglio dei ministri, cioè Silvio Berlusconi, e ai due presidenti delle Camere Schifani e Fini.





Sul presidente della repubblica - Capo dello stato, trattandosi di norma esistente in gran parte delle democrazie parlamentari, non c'è discussione.

Ma, sull'estensione della norma ai presidenti delle due camere e perfino al capo dell'esecutivo le obiezioni sono forti, perché si mette in discussione l'articolo 3 della costituzione repubblicana che sancisce l'eguaglianza di tutti i cittadini italiani di fronte alla legge.

Su questo aspetto si ricorda l'abrogazione del lodo Schifani da parte della Corte nella precedente legislatura e ora i dubbi di due sezioni del tribunale di Milano che hanno già sospeso processi in corso contro il presidente del Consiglio inviando alla Corte gli atti per un giudizio incidentale come prevede il nostro ordinamento costituzionale.

Ma c'è un altro aspetto inquietante del lodo Alfano ed è costituito dalla possibilità teorica (che potrebbe realizzarsi praticamente) di estensione dall'immunità dal presidente del Consiglio a tutti i ministri e dai presidenti delle Camere a tutti i parlamentari.

Dal punto di vista giuridico formale, non c'è dubbio che, in un caso come nell'altro, è difficile negare la possibilità di questa estensione e la tentazione è forte giacchè, in tutti e due i casi, è difficile negare che il presidente del Consiglio sia prima di tutto ministro della repubblica, come che i presidenti delle Camere siano, a tutti gli effetti, deputati e senatori.

E' vero, quindi, che questo determinerebbe conseguenze ancor più estese e pesanti sull'ordinamento giuridico e sulla condizione di disparità di fronte alla legge per i cittadini italiani.

Ma si tratterebbe pur sempre di gradi della violazione che avviene in ogni caso per quello che è contenuto nella legge Alfano.

Di fronte a una situazione così pericolosa per la nostra costituzione una sola forza politica presente in parlamento, l'Italia dei Valori guidata da Antonio Di Pietro, incomincia nei giorni prossimi a raccogliere le firme necessarie per un refendum abrogativo.

L'altro partito presente in parlamento, anzi di gran lunga numericamente, la maggior forza di opposizione, cioè il Partito Democratico di Walter Veltroni, ha dichiarato di non aderire alla battaglia referendaria.

In compenso il segretario di Rifondazione comunista Ferrero e Sinistra democratica hanno aderito e l'on. Parisi del PD si è unito a loro, a titolo personale.

C'è da chiedersi perché le opposizioni non sono unite in una simile battaglia che corrisponde alle radici di fondo della nostra costituzione e che, se Berlusconi dovesse vincere questa battaglia, significherebbe la fine del binomio libertà ed eguaglianza nella carta fondamentale del nostro Stato.

Che cosa frena il Partito democratico e gli impedisce di aderire al referendum? Il timore di perderlo o di non raggiungere il quorum? Ma non è il caso di aderire se si ritiene che la causa sia giusta e decisiva per la battaglia politica e  costituzionale?

Tratto da:
http://www.articolo21.info
 
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