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Caselli: sul bacio di Riina ad Andreotti dubitavamo anche noi PDF Stampa E-mail
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Caselli: sul bacio di Riina ad Andreotti dubitavamo anche noi
Pagina 2

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di Massimo Franco - 6 ottobre 2008
Il procuratore: non era essenziale, ma non fu possibile scartare l'episodio Natoli: alla fine è diventato un'arma mediatica in mano alla difesa.





L'ex capo della Procura di Palermo: l'inchiesta e il processo erano doverosi. C'erano una montagna di elementi.
«Col senno di poi, la parte delle indagini che riguardava il famoso bacio di Totò Riina a Giulio Andreotti si sarebbe anche potuta "tagliare", dal punto di vista probatorio. Ma c'era ben altro e in abbondanza. Lo prova la sentenza finale», racconta Giancarlo Caselli.
«Sentenza finale che afferma, va ribadito, che fino al 1980 l'imputato aveva tenuto una serie di comportamenti tali da configurare il reato di associazione a delinquere: scambi di favori; incontri con esponenti mafiosi (Stefano Bontate e altri) prima e dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della regione Sicilia, un uomo politico onesto che con la mafia non voleva avere niente a che fare... Bacio o non bacio, c'era comunque un problema. E noi della procura, con le nostre indagini, lo avevamo individuato. Ma tutto questo è stato cancellato, stravolto.... ».
Giancarlo Caselli, capo della Procura di Torino, rimane asserragliato nella sua trincea. Anche nell'anno del Signore 2008, seduto nello studio fasciato di pannelli di legno, fra crocifissi, fotografie con Giovanni Paolo II e l'ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, ricorda il processo di Palermo con una voglia prepotente di riaffermare le ragioni dell'accusa. Caselli vuole scacciare l'ombra della sconfitta che si è allungata sulla Procura di Palermo... Per questo ricorda i retroscena e le conseguenze della storia del bacio che, secondo il pentito Baldassarre Di Maggio, il boss mafioso Totò Riina avrebbe dato ad Andreotti in un giorno del settembre 1987.
... Verrebbe da dire: maledetto quel bacio. Doveva essere l'emblema della contiguità, di più, della complicità fra Andreotti e la mafia. E invece, alla fine l'episodio si trasformò nel tallone d'Achille dell'inchiesta. Caselli ritorna con la memoria a quei giorni. «Ne discutemmo, in procura. Ci dicemmo che la storia del bacio, con tutte le polemiche anche strumentalmente scatenate, rischiava di non tenere, e che comunque non era essenziale nel quadro probatorio complessivo. Valutammo a lungo, ma non era tecnicamente possibile scartare la testimonianza di un "pentito" che mille volte, in altri processi, era risultato credibile. Sono certi media che hanno fatto diventare il "bacio" l'elemento essenziale per delegittimare il processo dall' esterno...».
Si coglie una punta di amarezza, nelle sue parole.
«...Pochi hanno voluto notare che Di Maggio, il pentito che ci diede l'informazione dell'incontro e del bacio nell'ambito di un processo condotto dai procuratori Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi, a un certo punto lo facemmo riarrestare proprio noi della procura. Fu soprattutto il mio aggiunto, Lo Forte, a intuire che poteva essere tornato a delinquere… Sapevamo che il suo ritorno in carcere avrebbe avuto una ricaduta negativa sul processo, eppure andammo avanti, seguendo ovviamente quello che imponevano la coscienza e la legge».
Rimane il mistero dei motivi che hanno spinto non tanto ad ammettere fra le prove di colpevolezza di Andreotti una storia considerata poco verosimile..., ma a fare affidamento su quell'elemento... Il "virus" del bacio era troppo attraente per non colpire l'immaginazione degli inquirenti, infilandoli in un labirinto di date e contraddizioni, nel quale Di Maggio li avrebbe risucchiati loro malgrado... «Già dall'inizio la storia del bacio, sulla base delle comuni conoscenze del carattere riservato del senatore, ci sembrò inverosimile. Tuttavia non potevamo, ovviamente, né cancellarla né rimuoverla » spiega Natoli. «Non a caso, la sentenza d'appello ha considerato più significative le dichiarazioni di Marino Mannoia sugli incontri che il senatore Andreotti aveva avuto con Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo prima e dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nel gennaio 1980." Forse, però, in questa ricostruzione manca ancora una piena consapevolezza del clima che si era creato...

 
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