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Il costo della guerra in Iraq 3.000.000.000.000 dollari | Il costo della guerra in Iraq 3.000.000.000.000 dollari |
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Aida Edemariam - 6 ottobre 2008 Linda Bilmes e Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia) hanno fatto i conti in tasca al Governo USA per sapere quanto è costata e quanto costa la guerra in Iraq (il numerello nel titolo). E quali ricadute economiche avrà tutto ciò. Se avete la vaga sensazione che la guerra in Iraq sia un disastro, siete degli ottimisti. Bush, con questa guerra, ha messo i pilastri per un disastro di dimensioni epiche, mondiali. Qui ci sono tre link che possono aiutarvi a capire di cosa si sta parlando: da www.carta.org Il vero costo della guerra Nel 2005 un economista premio Nobel iniziò a dedicarsi diligentemente al compito di calcolare l’esatto costo della guerra irachena. Nel suo nuovo libro egli rivela in che modo decisioni di bilancio miopi, dissimulazioni e una guerra combattuta in mala fede finiranno col colpire tutti noi per decenni. Aida Edemariam incontra Joseph Stiglitz. (Fonte: The Guardian 28/02/08 - Traduzione L. Piccioni) Un sole primaverile incostante riscalda il calcare neogotico del Parlamento e i crocchi di turisti che lo circondano, ma il caffè seminterrato di Millbank è buio e tranquillo e Joseph Stiglitz sembra come se non avesse dormito a sufficienza. Per due giorni ha parlato di continuo – alla London School of Economics, alla Chatam House, alle troupe televisive – e ora sta per volare a Washington per illustrare davanti al Congresso il contenuto del suo nuovo libro. Qualsiasi possano essere le loro perplessità – e ce ne saranno un po’ – i rappresentanti dovranno ascoltare perché saranno pochi gli autori del prestigio di Stigliz, Nobel per l’economia, universitario temprato da quattro anni nel Council of Economic Advisers di Bill Clinton e poi da tre anni nella World Bank (periodo nel quale ha sviluppato un’influente critica della globalizzazione), ad aver scritto un libro che ridefinisce in modo così drammatico i termini di analisi di una guerra in corso. The Three Trillion Dollar War rivela l’ampiezza con cui i suoi effetti sono stati – e saranno – avvertiti per molti anni da tutti: da Wall Street alle “high street” britanniche, dai civili iracheni ai piccoli mercanti africani. A un certo punto del 2005 Stiglitz e Linda Bilmes, anche lei consigliera di Clinton, osservarono che la stima ufficiale del costo della guerra fino a quel momento fatta dal Congressional Budget Office era dell’ordine di 500 miliardi di dollari. Il dato era talmente basso da risultare inattendibile cosicchè i due decisero di indagare. Nel paper che scrissero insieme e pubblicarono nel gennaio 2006 la cifra era decisamente corretta verso l’alto, tra 1.000 e 2.000 miliardi di dollari. Anche questa stima, dice adesso Stigliz, era volutamente cauta: “Non volevamo sembrare degli stravaganti”. Cosa dissero dunque i Repubblicani? “Ebbero due reazioni” dice stancamente Stiglitz. “La prima fu quella di Bush che disse ‘Non andiamo in guerra sulla base di calcoli fatti da contabili o economisti ossessionati dalle minuzie’. La nostra risposta fu ‘Non si decide di dare una risposta a una Pearl Harbour sulla base di essi, ma quando c’è una guerra fatta per propria scelta dovete come minimo utilizzarli per essere certi che la coordinazione dei tempi sia giusta, che abbiate effettuato la preparazione necessaria. E dovete realmente fare i calcoli per vedere se ci sono strade alternative che possono essere più efficaci per raggiungere i vostri obiettivi. La seconda critica – che noi riteniamo valida – fu che avevamo considerato soltanto i costi e non i benefici. Il problema è che non vedevamo alcun beneficio. Dal nostro punto di vista non eravamo certi di quali potessero essere”. Stimolati, Stiglitz e Bilmes hanno scavato più a fondo e ciò che hanno scoperto dopo mesi di caccia a contabilità spesso deliberatamente oscure è che in realtà l’avventura di Bush in Iraq costerà agli Stati Uniti – e ai soli Stati Uniti – una cifra stimabile cautamente in 3 mila miliardi di dollari. Al resto del mondo, compresa la Gran Bretagna, la guerrà costera una cifra all’incirca analoga. Nel far questo Stiglitz e Balmer hanno ottenuto un risultato ben più importante di una stima, per quanto clamorosa: descrivendo il processo, dando il dettaglio dei singoli costi, elencando sobriamente le conseguenze di miopi decisioni di bilancio, essi hanno prodotto un quadro di malafede e di mistificazione complessiva la cui potenza emerge dai nudi fatti. Di alcune cose da loro scoperte avevamo già avuto sentore, di altre potevamo aver avuto qualche sospetto, ma altre sono del tutto inedite e messe insieme e contestualizzate il loro impatto è sbalorditivo. Saranno pochi a non pensare che, qualsiasi sia stata la ragione per andare in guerra, il suo procedere è stato moralmente inquietante e seguire la pista del danaro risulta essere un modo brillante per comprendere esattamente il perché. Il mese prossimo gli Stati Uniti saranno in Iraq da cinque anni – più a lungo di quanto abbiano combattutto in ciascuna delle guerre mondiali. Le operazioni militari quotidiane (non contando, ad esempio, la futura cura dei feriti) sono già costate più di 12 anni in Vietnam e il doppio della guerra di Corea. Gli Stati Uniti stanno spendendo 16 miliardi di dollari al mese soltanto di costi correnti (quelli compresi nelle spese regolari del Dipartimento della Difesa) in Iraq e Afghanistan, il che equivale all’intero bilancio annuale dell’Onu. Grandi quantità di danaro sono andate disperse, ad esempio i ben pubblicizzati 8,8 miliardi di dollari del Fondo di Sviluppo per l’Iraq dipendenti dalla Coalition Provisional Authority e i milioni, meno pubblicizzati, ricadenti tra i fallimenti del Dipartimento della Difesa, il quale non ha passato nessuna delle revisioni contabili ufficiali degli ultimi dieci anni. Le finanze di tale dipartimento, basate su un sistema contabile impreciso per qualsiasi cosa più grande di una drogheria, sono infatti talmente inadeguate che è spesso impossibile sapere esattamente quanto si sta spendendo e per che cosa. Ciò consente di fornire informazioni ingannevoli: nel gennaio del 2007 l’amministrazione stimava che la tanto vantata “ondata” sarebbe costata 5,6 miliardi di dollari, ma questa cifra era soltanto per le truppe combattenti e per quattro mesi: nessuna menzione veniva fatta per i 15-28.000 uomini delle truppe di complemento che avrebbero dovuto anch’esse essere pagate. Né le cifre ufficiali contabilizzano il costo dei pagamenti per i deceduti o le cure per i feriti, anche se il rapporto corrente feriti-morti, sette a uno, è il più alto della storia americana. Il Dipartimento della Difesa è inoltre reticente e ingannevole: la lista ufficiale delle vittime comprende soltanto i feriti in combattimento. Esiste, osservano Stiglitz e Bilmes nel libro, una “contabilità separata, difficile da rintracciare, dei soldati feriti durante operazioni non di combattimento come caduta di elicotteri, incidenti di addestramento, vittime di malattie (due terzi degli evacuati per motivi medici sono ammalati); coloro che non sono portati via con aerei, ad esempio chi è curato sul campo, puramente e semplicemente non viene contato. Stiglitz e Bilmes hanno trovato casualmente questa lista parziale; le organizzazioni di veterani hanno dovuto usare il Freedom of Information Act per poter ottenere i dati completi, una volta conosciuti i quali il rapporto tra feriti e morti sale a 15 a 1. Nei primi anni di guerra il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, responsabile per la cura dei feriti, ha operato con bilanci di prima della guerra e si è rovinosamente allargato; esso sta ancora liquidando un arretrato di richieste della guerra del Vietnam. Molti veterani sono stati costretti a rivolgersi alla sanità privata; anche quando il governo paga le cure e le indennità, l’onere della prova per averne diritto è sul militare e non sul governo. La cifra di 3 mila miliardi di dollari include quanto si dovrà pagare nei prossimi 50 anni in termini di indennità per morte e di cure per alcuni tra i feriti più gravi che i chirurghi militari abbiano mai visto. Sempre a proposito di contesto, Stiglitz e Bilmes elencano ciò che si sarebbe potuto fare con uno di questi 3 mila miliardi di dollari: 8 milioni di abitazioni, 15 milioni di insegnanti di scuola, cure per un anno per 530 milioni di bambini, borse di studio universitarie per 43 milioni di studenti. 3 mila miliardi avrebbero potuto risolvere il problema della sicurezza sociale negli Stati Uniti per cinquant’anni. L’America, dice Stiglitz, spende attualmente 5 miliardi di dollari l’anno in Africa e si preoccupa della possibilità di esservi insidiata dalla concorrenza cinese: “Cinque miliardi corrispondono all’incirca a 10 giorni di guerra, cosicchè noi abbiamo un nuovo termine di paragone per riflettere su qualsiasi cosa”. Chiedo a Stiglitz quale delle scoperte è stata per lui più disturbante. Ride, senza allegria. “C’erano in realtà così tante cose molte delle quali sospettavamo, ma ce n’erano alcune cui davvero non arrivavo a credere”. Il fatto, ad esempio, che un contractor che lavora come guardia del corpo prenda circa 400.000 dollari l’anno laddove un soldato ne prende circa 40.000. Che ci fosse una discrepanza si poteva prevedere ma non di queste dimensioni, o anche il fatto che siccome è molto difficile farsi assicurare per lavorare in Iraq è il governo a pagare i premi; oppure, ancora, che se questi contractor vengono feriti o uccisi il governo paga il massimo delle indennità sia di morte che di danno fisico. E’ chiaro che questa prassi, così come pure il fatto che l’esercito è così a corto di reclute che sta arruolando anche delinquenti condannati, ha costretto ad aumentare i premi di arruolamento. “In questo modo ci facciamo concorrenza da noi stessi. Nessuno ragionevolmente lo avrebbe fatto, ma l’amministrazione Bush lo ha fatto … non potevo crederci. E tutto ciò non è compreso nei costi dei dati ufficiali”. Poi c’è stata la scoperta che i premi di arruolamento sono erogati sub condicione: un soldato che viene ferito nel primo mese di servizio deve restituirli. O il fatto che “i militari, per ragioni comprensibili, sono responsabili del proprio equipaggiamento: se perdi l’elmetto lo devi ripagare. Se salti su una mina, te lo addebitano comunque”. Un soldato è stato multato per 12.000 dollari nonostante avesse sofferto di un danno cerebrale massiccio. Alcune famiglie hanno dovuto acquistare dei corpetti antiproiettile ai loro figli risparmiando al governo dei costi di breve periodo; chi è troppo povero per permetterselo va incontro ferite che il governo dovrà pagare in seguito. Inoltre si può ricordare come non è stato che nel 2006, quando Robert Gates ha sostituito Donald Rumsfeld come Segretario alla Difesa, che il Dipartimento ha accettato di sostituire gli Humvees con veicoli resistenti agli agguati con esplosivi; fino a quel momento tali ordigni hanno ucciso 1.500 soldati statunitensi. “Questo comportamento meschino, sparagnino, è stato veramente incredibile”. Da un certo punto di vista Stiglitz non è però poi così sorpreso in quanto tali decisioni sono coerenti con la totale miseria intellettuale dell’amministrazione Bush. L’approccio generale, afferma, è stato “un confuso mescolone di garanzie per le grandi imprese, sostegno statale alle stesse e teoria economica del libero mercato non basato su alcun sistema coerente di idee. E questo strano tipo di patchwork ha dato un notevole contributo al fallimento iracheno”. Ci sono ragioni già ben dimostrate: l’ignorare i processi democratici internazionali nel momento in cui ci si fa paladini della democrazia o spingere sulle liberalizzazioni prima che l’Iraq fosse pronto. Stiglitz arrivò a comprendere quest’ultimo punto quando cominciarono ad arrivare messaggi di posta elettronica dell’Usaid che si lamentavano del fatto che il Tesoro facesse ostruzione. “Dicevano: ‘Potete aiutarci? Noi stiamo cercando di far decollare le imprese ma il Tesoro restringe il credito e la conseguenza è che in Iraq non c’è danaro”. |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

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Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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