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Gomorra a Milano PDF Stampa E-mail
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Gomorra a Milano
Pagina 2

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di Nando Dalla Chiesa - 3 ottobre 2008
«Mafia a misura Duomo». Con questo titolo in copertina, vent’anni fa, il mensile Società civile lanciava l’allarme sulla presenza della mafia a Milano.





Il sindaco di allora, Paolo Pillitteri, smentì recisamente che in città esistesse un pericolo di infiltrazione o addirittura di presenza delle cosche. Gli andò dietro con garbo la procura generale. Che, ancora nel ’92, dichiarò all’inaugurazione dell’anno giudiziario che non c’era prova processuale della presenza mafiosa a Milano, dal momento che non vi erano ancora state irrogate condanne passate in giudicato. Poi, in pochi anni, la pietosa (e complice) bugia fu travolta dai fatti.
Migliaia di arresti, indagini su Cosa nostra e, soprattutto, sulla ‘Ndrangheta. Maxiprocessi a raffica e condanne altrettanto a raffica. Fino alle operazioni degli ultimi mesi, che hanno toccato l’Ortomercato e l’hinterland meridionale, a partire dal comune di Buccinasco.
Eppure, appena si gratta sotto la superficie delle frasi di circostanza, Milano appare ancora resistente a confessare la sua malattia. Proprio come vent’anni fa. Vive lo stesso, identico riflesso condizionato di tante città e amministrazioni del sud. L’idea che a dichiarare l’esistenza del problema si infanghi il buon nome della città e dei cittadini, gente onesta - sempre così si grida tra gli applausi - abituata a lavorare. Si facciano correre rischi incalcolabili all’economia, agli affari e all’immagine internazionale. Perciò nelle ultime settimane incontra tante resistenze la proposta, presentata in consiglio comunale dal partito democratico, di dar vita a una commissione antimafia che analizzi con logiche autonome da quelle giudiziarie la situazione cittadina, sulla quale (fra l’altro) grava la minaccia di una nuova offensiva degli interessi criminali in vista dei giganteschi finanziamenti dell’Expo 2015. Una commissione per
 capire, per misurare, per decidere strategie politiche e amministrative. Le obiezioni si accavallano. La situazione non è così grave, non siamo in Sicilia o in Calabria. La mafia c’è, ma ci pensino la magistratura e le forze dell’ordine. Sarebbe uno spreco di fatica e di soldi, una commissione così non servirebbe a niente. Sarebbe una nuova occasione per strumentalizzazioni politiche.
E invece sulla gravità non dovrebbero esserci dubbi. La Lombardia è la quarta regione di mafia d’Italia, la quarta anche per beni confiscati alle organizzazioni mafiose. L’ospitalità della capitale e della sua area metropolitana verso i clan è ormai storia conclamata. Da Joe Adonis che vi aveva messo radici a Luciano Liggio che vi venne catturato latitante. Dalle presenze cresciute sull’onda del vecchio confino a quelle che non hanno avuto alcun bisogno del confino ma sono arrivate a vele spiegate sull’onda dei soldi da riciclare. Basta leggere gli atti della commissione parlamentare antimafia, non solo l’ultima ma anche quella del 2001-2006 guidata dal centrodestra, per rendersi conto di quanto penetrante, insistita e avvolgente sia la carica lanciata dalla ‘Ndrangheta nei confronti della capitale economica e finanziaria del Paese. È una situazione che richiede una mobilitazione immediata, in città e in provincia, dalla quale i
 consigli comunali non possono chiamarsi fuori. Qualche week end fa la città di Desio è stata testimone silenziosa di una tipica, perfetta scena da Gomorra. Decine e decine di camion dei clan sono andati avanti e indietro per le sue strade rovesciando montagne di sostanze tossiche su terreni privati, di proprietari consenzienti e (forse) intimiditi. Committenti dello scempio, altro che colpa del confino!, imprenditori lombardi, in gran parte bergamaschi. L’altra sera a Telelombardia il sindaco di Buccinasco ha ammesso candidamente di avere ricevuto nel suo ufficio il boss di una nota famiglia calabrese in carcere da luglio. E alle obiezioni del sottoscritto hanno fatto da contrappunto le telefonate di protesta in trasmissione delle sorelle del boss medesimo. In silenzio Milano e il suo hinterland stanno costruendo una propria nuova “normalità”.
La gravità c’è tutta, dunque. E non sarebbe nemmeno una commissione inutile. Vi è infatti il precedente della commissione presieduta da Carlo Smuraglia. Che venne istituita agli inizi degli anni novanta proprio in seguito alle prime polemiche. Essa includeva oltre a consiglieri comunali anche esperti esterni (utilissimi per evitare logiche di “scambio politico”).

 
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    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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