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Credito, energia e global warming tre crisi mondiali in un colpo solo PDF Stampa E-mail

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di Riccardo Stagliano - 30 settembre 2008

Ognuna alimenta l´altra accelerandola ma per il momento i governi affrontano soltanto la prima, lasciando che le altre due si aggravino.




«La crisi non è una ma sono tre. Quella del credito è quella di cui tutti parlano ma sono quelle simultanee dell´energia e del riscaldamento globale a renderla peggiore delle altre che abbiamo conosciuto, inclusa quella del ?29». Jeremy Rifkin ha sempre preso molto alla lettera la definizione di economia come «scienza triste». E oggi che proprio nessuno ha voglia di ridere, lo scenario che disegna è quello di una tempesta perfetta del capitalismo. I salvataggi del Tesoro americano, per quanto benintenzionati, e quand´anche venissero approvati, sono per lui un ombrellino che riparerà per qualche mese soltanto. Ci bagneremo tutti, e l´acqua arriverà alla gola, se non mettiamo mano a una riforma radicale del sistema. Che nella sua visione passa attraverso la «terza rivoluzione industriale».

Il peggio ha da venire?
«Temo di sì perché per il momento si cura una crisi ma non le altre due, che intanto peggiorano. Ognuna alimenta l´altra, accelerandola. Partiamo dalla prima: negli Usa usciamo adesso da quasi vent´anni di spese pazze basate sulle carte di credito. In questo modo abbiamo sostenuto la nostra economia ma anche quelle straniere. Però, mentre nel ?91 avevamo il 9% di risparmi oggi siamo al "reddito negativo", un ossimoro che dice che spendiamo più di quanto guadagniamo. Con stipendi stagnanti che, in termini di potere d´acquisto reale, sono scesi. Così le banche, dopo aver regalato le Visa, hanno pensato bene di inventarsi qualcos´altro. Regalare i mutui a gente che non aveva come ripagarli. Con le conseguenze cui assistiamo oggi».

Alla prima crisi lei aggiunge quella dell´energia. Ci spiega?
«L´11 luglio, quando il petrolio è arrivato a 147 dollari al barile, abbiamo raggiunto ciò che io chiamo il "picco della globalizzazione", un punto di non ritorno cruciale. Tutti i prezzi sono cresciuti perché il greggio serve per produrre quasi ogni merce. La capacità di acquisto scendeva, l´inflazione saliva e l´economia è entrata in stallo. E se anche, come è successo nelle ultime settimane, il costo del barile è sceso, l´effetto dell´aggiustamento non regge. Perché la verità è che l´oro nero ha raggiunto il suo peak pro capite già nel ?79: la sua disponibilità non potrà crescere mentre questo è il destino del suo prezzo. Che innescherà di nuovo la spirale descritta».

jeremy-rifkin-web.jpgE la terza crisi?
«È quella più nuova, quella degli effetti in tempo reale del riscaldamento climatico. Gli uragani si moltiplicano, da Katrina a Ike, e spazzano via assieme alle vite miliardi di dollari. Che le assicurazioni non riescono più a coprire. L´impatto del clima impazzito sull´agricoltura è pesantissimo. E questo fattore, se già gli altri due non fossero già abbastanza complessi da risolvere, è quello più difficilmente arginabile nel breve periodo».

Vuol dire che quest´offensiva a tridente è inarrestabile?
«No, un modo c´è. Ovvero concentrarsi sull´alba della terza rivoluzione industriale piuttosto che sul tramonto della seconda, sul futuro anziché sul passato. Mi spiego. Puntando sulle energie rinnovabili, costruendo case ecologiche, auto elettriche e così via si potrebbe rivitalizzare l´economia reale in questi anni sventuratamente trascurata a favore della finanza».

Sì, ma prima che il sol dell´avvenire fotovoltaico sorga il sistema creditizio potrebbe andare definitivamente a gambe all´aria, non crede?
«Le do una brutta notizia. Il trilione di dollari dei contribuenti americani già spesi per i vari salvataggi da Fannie Mae e Freddie Mac in poi basteranno a coprire una parte ridicola del buco. Si tratta di ripianare quasi venti anni di debiti: è un piano naif che non funzionerà. Meglio spendere quei soldi per finanziare un passaggio rapido alla terza rivoluzione, che invertirà la tendenza innescando un circolo virtuoso, creando milioni di posti di lavoro. So che la gente vorrebbe uscire da questo pantano domani ma non è possibile».

Davvero peggio della Grande Depressione?
«Direi di sì. Allora c´era una mostruosa crisi di credito ma un sacco di energia e del global warming non si parlava neanche. Adesso questi tre elefanti si muovono tutti in una piccola stanza. E non promettono niente di buono».

Proprio nessuna speranza?
«Non ne vedo per gli Usa ma per l´Europa sì. Soffrirete della nostra crisi ma avete risparmi delle famiglie, una valuta forte, maggiori esportazioni. E un modello sociale meno iniquo. Anni di neoliberismo sfrenato ci hanno sbalzato fuori dal posto di leader economico».

La Repubblica
 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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