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Il segreto di McCain
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di Maurizio Chierici - 29 settembre 2008
UN SEGRETO IMBARAZZANTE è in agguato nella campagne di John McCain. Non proprio scandalo, solo la curiosità malinconica che da trent’anni fa arrabbiare mogli e figli di chi non è tornato dal Vietnam.







Non si sa se fucilati, morti per sfinimento o dispersi dopo un’evasione. Millecento, millecinquecento, il Pentagono prende in considerazione 51 prigionieri svaniti chissà come, sepolti chissà dove. Le carte del Pentagono sanno cosa è successo, ma nessuna informazione è arrivata alle famiglie. Documenti secretati, perché? Soprattutto: come mai quando il Congresso ha deciso all’unanimità di declassificare informazioni superate da altre tragedie, il via libera si è impantanato nella commissione del Senato presieduta da McCain il quale con determinazione «a volte violenta» ha imposto il silenzio su una guerra talmente lontana da non provocare nessun danno «alla sicurezza del Paese», come il rivale di Obama ripeteva fino a qualche anno fa

Naturalmente Hanoi non dà una mano. Per i vietnamiti tutti i prigionieri Usa sono tornati a casa. Ma mogli e figli guardano il posto vuoto a tavola. Allora, cosa è successo? Deputati democratici e repubblicani avevano chiesto al Pentagono di rispondere all’invocazione dei familiari con un provvedimento che prevedeva sanzioni pesanti per gli alti funzionari restii a collaborare. Quei famosi seppellitori dei servizi segreti, protagonisti dei racconti di Le Carré. McCain ha bloccato tutto concludendo l’arringa con un discorso patriottico: «guardiamo avanti. Il passato è il passato. Gli Stati Uniti hanno un futuro prospero garantito dalla trasparenza della nostra democrazia». Chiuso il lucchetto. Per timore che qualcuno insistesse nel frugare, ha centellinato una legge sull’accesso ai documenti talmente complicata da permessi incrociati e regolamenti museruola da impedire l’apertura degli archivi.

McCain aveva messo in piedi una lobby trasversale dove confluivano senatori dell’ala conservatrice democratica. Ed è riuscito a guadagnare la presidenza della commissione. Commissione che incalzata da familiari e veterani del Vietnam, risponde aprendo un’inchiesta per capire quali «interessi nascosti inspirano la perseveranza dei richiedenti». I quali non si limitavano a voler sapere, ma riscrivevano la biografia del prigioniero McCain con insinuazioni non piacevoli.

Il confronto Obama-McCain dell’altra sera ha messo a confronto due secoli: il secolo alle spalle e il secolo appena cominciato. Passato contro futuro. Il futuro può solo rivangare le ambiguità strazianti delle guerre di Bush, ma non gli scheletri della guerra perduta, ferita ancora aperta nell’orgoglio nazionale. L’imbuto del terremoto mutui, banche e finanze ha negato spazio a queste punte di spillo che infastidivano McCain durante le primarie repubblicane. Per rimpicciolire gli avversari di partito, non aveva smesso di sventolare le ventitrè medaglie che lo proclamano eroe. Avendo partecipato a venticinque azioni di guerra, quasi una medaglia ogni volo. E alla contrarietà che agitava Obama sull’operazione Iraq, rispondeva sorridendo: «So com’è terribile la guerra. Ne porto le cicatrici, ma so anche quando è urgente farla. La guerra in Iraq era un’urgenza». Dichiarazione che ha resuscitato la rabbia di chi non ha notizie. E i veterani e le famiglie del Pwo-Mita sono ripartiti con la stessa domanda: di cosa ha paura McCain quando nasconde quel passato?

Nipote di un ammiraglio, viceré Usa sul canale di Panama, figlio dell’ammiraglio che in Vietnam comandava in mare le truppe che il generale Westmoreland guidava nella foresta, prima o poi, riscivolerà nelle glorie del medagliere e la polemica potrebbe tornare sui giornali e nelle Tv.

mccain-soldati-web.jpgMcCain viene abbattuto il 26 ottobre 1967 mentre sta bombardando Hanoi. Un missile fa scoppiare l’aereo e McCain ha appena il tempo di proiettarsi fuori ma sviene per l’impatto e quando cade nel lago che abbraccia la capitale comincia ad annegare. Lo salva il soccorso improvvisato da contadini i quali appena riva gli volano addosso con forconi e qualche fucile. Spalla fratturata, gamba spezzata. Linciaggio evitato da militari che lo trascinano in ospedale. Il racconto degli altri prigionieri americani si discosta dall’autobiografia dove McCain spiega come i carcerieri scoprano solo nel giugno ’68 di chi è figlio il pilota dietro i reticolati del campo di concentramento di Hoa, beffardamente definito Hilton Hanoi. John Sidney junior era stato promosso da poco comandate delle forze navali Usa. McCain scrive che un signore in borghese, “il gatto”, gli offre la libertà nella prospettiva di una diplomazia segreta. Figlio che può convincere il padre. Ma John rifiuta «come prevede il regolamento sul quale ogni soldato americano ha giurato fedeltà». Nessun tradimento. La versione dei compagni che ne accompagnano per un tratto la disavventura, ne ritocca la modestia. Appena all’ospedale, McCain avrebbe rivelato nome e grado del padre. E subito sparisce in ospedali meno disadorni dagli ospedali dove giacevano i compagni. I familiari e i reduci del Pow-Mita mettono in dubbio che anche la cella di McCain fosse uguale a quella di tutti perché sulla dislocazione dei prigionieri si sa poco. Solo i documenti invisibili del Pentagono possono ricostruire la storia.


 
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